mercoledì, giugno 10, 2015

Terremoto in Nepal: facciamo informazione su dove c'è disastro e dove no

Sul terremoto in Nepal e sui suoi effetti è stato scritto di tutto e di più e molto spesso questo marasma è stato scritto da persone che poco conoscono la realtà del Paese e quanto è davvero successo.
Mi è capitato di leggere notizie sulla stazione dei treni di Kathmandu, quando si sa che a Kathmandu non esiste nessuna stazione ferroviaria, mi è capitato di vedere foto segnalate essere del panorama da Kathmandu peccato fosse fotografato il profilo del Machhapuchhare, monte che domina il panorama di Pokhara, mi è capitato spesso di leggere che il terremoto ha distrutto la maggior parte dei Templi della Valle, cosa falsa, senza trovare menzione alcuna sulla vera distruzione che non ha interessato così tanto il patrimonio artistico culturale del paese, quando invece le case delle persone, 600000 senza tetto, più di 8000 morti.
Io non posso condividere queste notizie che leggo, non posso condividerle e le trovo un po' lontane da quello che il Nepal ha davvero bisogno. Leggo che il Nepal non sarà visitabile per anni, cosa che viene quotidianamente smentita da organismi nazionali, tra cui l’Ente del Turismo, giornalisti locali di accreditati quotidiani come il Kantipur e L’Himalayan Times e dalla gente del posto che con cognizione di causa e non per sentito dire cerca di fare vera informazione.
Certo in Nepal hanno subito un grave disastro che è però umanitario e nel paese veramente hanno bisogno di interventi mirati, ma ora non tanto a Kathmandu ne a Patan ne a Bhaktapur, qui la situazione è davvero in via di normalizzazione. Qui hanno ora bisogno di ripresa.
I bisogni son fuor di valle nei distretti più colpiti di Kavre, Sindupalchowk, Dhading, Nuwakot e Gorka.
I turisti non andranno mai a far vacanza in Dhading ne a Sindupalchok, ne a Nuwakot ne a Gorka, dove comunque la gente non ci è mai andata, è lì che il Nepal ha bisogno degli interventi mirati, è lì che c'è stato il grosso del dolore. E' lì che c'è davvero emergenza, ed è lì che ci sono stati più morti.
Nei luoghi di interesse turistico la situazione oramai va normalizzandosi e dal 15 giugno il governo riaprirà i maggiori e più importati siti di interesse turistico della Valle.
I problemi stanno però fuori e purtroppo il grosso delle ONG sono andate solo nei dintorni della capitale, lasciando scoperte le zone di vera emergenza. La Valle è l'unico punto di ripresa tra le zone colpite dal sisma, che sono una quindicina di distretti soltanto sui 75 esistenti nel paese. La valle con il bello e i suoi monumenti rimasti intatti è l'unico punto che aiuterà l'economia a sostenersi e il paese a rialzarsi prima possibile, sempre se appunto noi occidentali non li abbandoneremo terrorizzando su una distruzione che in realtà appunto non ha colpito così tanto il patrimonio culturale quanto le persone, i quartieri residenziali e i villaggi lontani.
Sono più di 10 anni che viaggio in Nepal una o due volte l'anno, ho vissuto per 10 anni con un Nepalese, un Chhettri. Conosco la mentalità della gente, e l'economia del paese meglio di quella italiana. Il fatto di tornare in Nepal non lo dice solo un organismo corrotto e marginale quale il Nepal Tourism Board, lo chiede la gente, e non per fare turismo macabro, ma per accelerare la ripresa, perché ne hanno davvero bisogno.
I bimbi sorridono e anche gli anziani hanno ripreso a vendere le verdure nelle Durbar delle città, e questo non lo dice internet ne BBC ne Al Jazeera ne Rai News, questo me lo dice Carlo, guida culturale di Bhaktapur, me lo dice Som, guida di Trekking di Nuwakot, me lo dice Yam, guida culturale di Chandranigapur, me lo dice Tenzing, proprietario di un lodge a Namche Bazaar e Pasang, proprietario di un lodge a Gorak Shep, Bishnu proprietario di un hotel a Pokhara. Con questo non voglio dire che i danni non ci siano, ci sono e sono reali e documentati, ma non è DISTRUTTO TUTTO, facciamo le differenze, diciamo le cose come stanno, sono distrutte le case delle persone e dobbiamo aiutarli a ripartire partendo da ciò che è invece rimasto i monumenti e le bellezze del paese.
Non facciamo previsioni che non si possono fare, ne catastrofismi che fanno sensazionalismo e basta, essendo in realtà utili solo a vendere notizie fine a se stesse e non utili alla gente comune. La seconda fonte di reddito del Nepal è il turismo, dopo l'agricoltura di sussistenza. Se scriviamo che non è il caso di andare lì, togliamo il pane alla gente. E appunto qui non si tratta di fare turismo macabro, ma si tratta di andare a visitare dei siti che sono per lo più intatti e che sono il classico percorso di tutti i classici tour in Nepal. Luoghi in cui lavorano persone, molte persone, dal tassista, al venditore di samosa, dalla guida, al cameriere, dal commerciante al lustrascarpe. Gente che è venuta in città per sostenere la famiglia che sta in villaggio lontano e che magari ora non ha più la casa e coi soldi guadagnati col turismo se la ricostruirà pian piano. Questo turismo, è e sarà turismo sostenibile.
Qui l’elenco dei monumenti del paese che stanno nei principali circuiti turistici e che sono rimasti in piedi e di quelli che hanno subito danni reali: La piazza dei Palazzi, Durbar Square di Kathmandu è quella che è stata maggiormente danneggiata. In essa però sopravvissuti alcuni templi che sono le icone della città: la casa della Kumari, il Tempio di Taleju e quello di Jannath. Sono andati distrutti Kasthamandap, Maju Dega e Narayan Vishnu Temples, Trilokha Mohan, Krisna, Kakeshwar, altri templi invece hanno avuto solo danni minori che verranno presto restaurati e parlo di Shiva Prabati Temple, il palazzo di Basantapur, la colonna del re Malla, la torre di Basantapur.
La Durbar di Patan che hanno detto essere stata distrutta, ha anch’essa avuto qualche danno ma non sono danni di grave entità e il grosso del patrimonio della piazza è in piedi, idem vale per i templi più importanti che sono sul circuito classico delle visite della città. Il Golden Temple è salvo, e anche il Tempio dei 1008 Buddha (Mahabouddha). Nella piazza il Kumbeshwar Temple Complex è in piedi, idem vale per il tempio di Machhendranath e per la casa della Kumari. E’ invece andato distrutto l’Hari Shankar e il Jagan Narayan, gli unici due templi distrutti della piazza, mentre invece gli altri sono a posto e hanno solo qualche danno minore, ma riparabilissimi: il Keshab Narayan Chowk, Vishwanath Temple (alcuni stucchi da riparare), Bhimsen Mandir, Chyasin Dewal (il tempio dedicato a Krishna), Sundari Chowk e Degutalle & Taleju Temples.
Bhaktapur, la terza capitale storica della Valle anch’essa ha avuto molti danni nelle aree residenziali, ma i templi dei circuiti turistici, a parte due in Durbar Square, sono per lo più intatti. Sono andati distrutti il Vatsala Durga Temple, tanto egregiamente ripreso nelle scene del Piccolo Buddha di Bertolucci e il Fasidega Temple. La punta del Rameshwar Temple è crollata, ma verrà presto riparato. Per il resto in piazza è rimasto per lo più tutto in piedi. Il museo è in piedi, il tempio di Taleju è in piedi, in Taumadi Tole il Nyatapola e il Tempio di Bhairab sono intatti, idem vale per il Tempio di Dattatreya nell’omonima piazza.
Nei sobborghi della capitale il Tempio di Pashupathinath è intatto, la piazza di Bouddhanath è intatta, lo stupone ha solo perso un po’ di intonaco e qualche mattone dalla punta, a Swayambunath è crollata l’Anantapur ma una delle due che era appena stata restaurata è rimasta in piedi, il Gompa è in piedi. Qui le case delle persone hanno subito seri danni, un po’ come ovunque.
Questo video che è stato pubblicato da una agenzia di trekking Nepalese mostra chiaramente quanto è rimasto in piedi del patrimonio del paese. Non dimentichiamolo, mettiamoci una mano sul cuore e sappiamo che noi con le nostre visite aiuteremo i cittadini nepalesi che hanno perso casa e tutto a rifarsi una vita.

martedì, aprile 28, 2015

Terremoto in Nepal

Io Rain Rongpuk e Francesco Sardano stiamo facendo una raccolta di fondi che sarà mirata ad aiutare in loco persone che hanno perso la casa e hanno urgente bisogno di aiuto. Io viaggio in Nepal da più di 10 anni, scrivo guide di viaggio per Polaris, sono Destination Expert per  Nepal e Tibet su Tripadvisor ma non ho una mia ONG, e ne io ne Francesco possiamo fare una raccolta fondi di questa portata su un conto corrente personale, stiamo quindi raccogliendo fondi appoggiandoci agli iban della onlus Mandi Namaste www.mandinamaste.net che è radicata del territorio da molti anni e si è offerta di aiutarci. Non ci saranno onorari da pagare, stipendi da pagare. Tutti i soldi raccolti verranno utilizzati per pagare i costruttori che rifaranno le case di queste famiglie.
Per ora iniziamo con le case, di alcune famiglie dei ragazzi che lavorano come dipendenti in un piccolo hotel alle porte di Bhaktapur, una delle tre capitali storiche del Nepal. Certo ce ne sono tante altre di famiglie che hanno bisogno, ma le cose van fatte per gradi, e van fatte prima le cose piccole che si hanno più vicine, per esser certi che vadano a buon fine. Se tutti noi conosciamo qualcuno in Nepal e lo aiutiamo singolarmente, tanti singoli faranno una città intera.
Inizialmente avevamo pensato di far girare la cosa solo a chi era stato all'Hotel. Cosa più facile perché tra persone conosciute c'è fiducia. Poi abbiamo pensato di estendere la cosa anche agli amici, che però lì non sono ancora stati e di chiedere a loro di coinvolgere altra gente (https://www.facebook.com/terremotonepal ). Questo per far prima, per l'urgenza di agire in fretta. Presto arriverà il monsone. Questa gente ora dorme all'aperto. Ci siamo detti: più si è meglio è.
Se volete aiutarci fatelo con causale "Rongpuk e Francesco per le casette crollate”
tramite bonifico bancario a uno dei due conti correnti intestati a Mandi Namaste:
CrediFriuli » IBAN IT28K0708564290029210007592 » Bic Swift CCRTIT2TK00
CiviBank » IBAN IT87A0548464290019570000135 » Bic Swift CIVIIT2CXXX
 


Ringrazio un sacco La Gazzetta dello Sport per il supporto alla nostra raccolta fondi.

martedì, marzo 03, 2015

il festival di Holi

Oggi vi racconto qualcosa del Festival di Holi che nel 2015 avrà il suo culmine il giorno 5 marzo, in questa occasione a Kathmandu, Patan e Bhaktapur la settimana prima, si farà il rituale di “Chir Uthaune”. Chir vuol dire "vestito" in Sanscrito e il rituale consiste nell’erigere un palo di bamboo decorato con pezzi di vestiti colorati con un ramo di simal messo in cima.
“Chir Uthaune” viene fatto tutti gli anni nel giorno di Falgun Shukla Asthami. Viene celebrato in Hanumandhoka in Durbar Square, Basantapur e Sundari Chowk a Kathmandu, in Durbar Square a Patan e in Durbar Square a Bhaktapur simultaneamente.
Dopo che il palo è stato eretto la gente ha gettato polvere rossa al cielo e così ha dato inizio alla settimana di Holi. Fino a qualche anno fa, quando c’era ancora la monarchia, il palo veniva eretto anche al palazzo reale Narayanhity e il Re stesso lanciava in aria la polvere rossa che dava inizio a Holi.
Il ramo di Simal in cima al palo di bamboo sta a simboleggiare il Dio Krishna mentre si arrampicava sull’albero di simal vicino al fiume dove suonava il suo flauto mentre i vestiti ricordano quelli da lui rubati alla Gopini mentre faceva il bagno.
Il rituale si conclude con il Fagu Purnima (il primo giorno di luna piana del mese di Marzo) al centro di Tundikhel dove viene bruciato il palo. Anche qui viene ripresa l’antica mitologia indù con la storia di Prahlad. Secondo la leggenda Prahlad devoto di Vishnu, figlio del Re demone Hiranyakashyap, stava per essere bruciato dalla zia paterna Holika in accordo col padre.
Il Dio Bramha le aveva dato una benedizione rendendola immune al fuoco, e lei prendendo con se Prahlad si gettò tra le fiamme con lui per ucciderlo. Per intercessione di Vishnu e dato che l’immunità datale da Bramha valeva solo per le buone azioni, Holika perse il suo potere e bruciò al posto di Prahlad. Fu così che Holi venne anche celebrato per festeggiare la vittoria del bene sul male e la morte di questa divinità malvagia viene ricordata con il palo bruciato.
In questo giorno le persone scorrazzano per le strade e in allegria gettandosi addosso acqua e polvere colorata, soprattutto i ragazzini hanno grandi scorte di gavettoni e sono soliti prendere di mira chiunque passi...Ai nostri occhi occidentali può sembrare una sorta di carnevale induista.
In questa settimana si usano celebrare anche molti matrimoni in quanto è considerata molto propizia.
Nella regione del Terai, a sud al confine con l’India questo festival si celebra in pompa magna ma in ritardo circa un giorno.

martedì, febbraio 24, 2015

perché proporre l'Upper Mustang in jeep è una vergogna

Ecco che quello che non avrei mai voluto accadesse sta materializzandosi sotto il nostro naso e io mi sento totalmente impotente, non so che fare, mi vengono le lacrime agli occhi. Non pensate io sia una pazza. Sono solo mossa da profondo amore per la Terra, la mia Terra, la nostra Terra e sono per la sua conservazione e protezione ovunque.
Oggi mi è arrivata una mail da una nota agenzia di viaggi, che non cito perché non ho nessuna intenzione di pubblicizzarla, che si è sempre vantata di essere “vicina” all’Himalaya e vicina ai viaggi sostenibili. Quest’anno propone il primo viaggio in Upper Mustang in Jeep in occasione del festival di Tiji, il più importante della regione che si tiene in Maggio. Già avevo avuto modo di sapere che un altro noto tour operator proponeva questo itinerario in auto e che almeno un altro non voleva rimanere a bocca asciutta e si stava attrezzando in ogni modo per non perdersi l’occasione di farci su qualche soldo. Sono sconvolta. Non capisco come noi occidentali che ci vantiamo tanto di essere “popoli sviluppati” e “civili” possiamo proporre di irrompere in un’area protetta con frotte di jeep ricolme di turisti, in nome del Dio denaro, come possiamo essere così senza scrupoli e irresponsabili. Questo sarà l’inizio della fine.
L’Upper Mustang, incontaminata regione che giace nel transhimalaya, area protetta con un micro equilibrio delicatissimo, finirà di essere quello che è stato sempre da millenni. Culla della cultura Lopa, l’Upper Mustang è stato aperto al turismo solo nel 1992, ed ha sempre avuto accesso limitato per i visitatori che hanno raggiunto queste lande desolate e affascinanti solo a piedi o al massimo a cavallo. Fino ad ora non più di 15000 persone hanno effettuato gli 84km di trekking che da Jomsom portano alla capitale fortificata del Regno di Lo, Lo Manthang. E’ uno dei percorsi trekking più suggestivi e incontaminati del Nepal, in un angolo di mondo la cui storia si intreccia alle leggende millenarie dell’Himalaya.
Sono stata in Upper Mustang l'ultima volta nel 2012, quando il governo Cinese con il benestare del governo Nepalese ha terminato la costruzione di una strada sterrata che collega il confine della Cina a Jomsom percorrendo tutta la valle dell’Upper Mustang.
Questa via, è stata ovviamente ben accolta dalla popolazione locale che fino ad allora si spostava per lo più a piedi o a cavallo e con difficoltà e nessuno vuole togliere loro la possibilità di stare meglio e di avere una vita meno dura. Ma l’altro lato della medaglia è che questa via non è stata fatta per aiutare la popolazione a spostarsi, ma è stata fatta per creare un collegamento e un prolungamento del braccio e del controllo cinese in una area di cultura Tibetana, che è stata rifugio dei Kampa che tanto combatterono contro l’occupazione cinese, un’area Sakyapa, cultura tanto odiata e temuta dal governo Cinese, e che quindi la Cina vuole tenere sotto controllo e soffocare liberamente. Ora possono farlo, hanno dato loro il denaro per costruire la strada e ne avranno il controllo.
Il Governo Nepalese non avrebbe mai avuto i fondi per occuparsi di questa infrastruttura, e ora non ha forza politica ne monetaria per imporsi contro il colosso asiatico cinese. La cosa è talmente pesante che alla Cina è stato dato il permesso di veto sui visti dati o meno ai restauratori internazionali che operano in Mustang per la conservazione dei Beni Culturali e il recupero degli affreschi e delle strutture Buddhiste presenti nella zona.
Nel 2013 a Kathmandu ho incontrato Luigi Fieni, disperato, in attesa da giorni e giorni di avere il visto e il permesso per continuare a restaurare i monasteri di Lo Manthang, lavoro che sta facendo da più di 15 anni con l’American HImalayan Foundation , e che il governo Cinese rischia di compromettere e di vanificare, ora che, avendo dato fondi per costruire la strada, ha un potere ancora più grande sul Governo Nepalese. La Cina evidentemente non vuole che venga protetta una cultura che dal 1959 in Tibet ha fatto di tutto per distruggere.
Stupisce come tante organizzazioni e Tour Operator che si vantano di essere vicini a un turismo sostenibile, alle tradizioni locali e alla loro conservazione, vogliano prender parte allo scempio di questa regione in nome del Dio Denaro. Non è bastato vedere cosa è accaduto al Circuito dell’Annapurna dopo la costruzione della strada che arriva fino a Manang? Ora maledetta dai più, perché ha rovinato tutta l’Area facendole perdere anche attrattiva turistica. Ambiente notevolmente modificato, stravolto, sentieri trekking praticamente distrutti e resi impraticabili dal passaggio continuo di Jeep. Il Circuito ha pian piano perso identità e attrattiva per il viaggiatore che ora gli preferisce altre aree più incontaminate e conservate come la valle di Naar Phu, o il Circuito del Manaslu. Il Mustang rischia di fare la stessa fine. Rischia di perdere la sua unicità, la sua bellezza incontaminata. La strada oramai c’è, lasciamola usare alle genti locali per aiutarsi, ma noi che siamo i famosi “popoli civilizzati” diamo loro il buon esempio e aiutiamoli a proteggere questo angolo di mondo, con le sue tradizioni, la sua cultura e il suo ambiente naturale meraviglioso, non usiamo questa strada anche noi per farci business, sfruttare, compromettere e pian piano modificare e distruggere una regione, un ambiente naturale unico al mondo che va invece preservato per il bene di tutti.
Un po' di Storia e Notizie sull'Upper Mustang
Un tempo regno indipendente, terra sull'antica rotta commerciale tra Tibet e le pianure del sud del subcontinente indiano, terra di buddhismo della scuola Sakyapa, nascondiglio degli antichi guerrieri Khampa e luogo mistico che è stato frequentato da saggi quali Milarepa e Padmasambhava, è aperto al turismo solo dal 1992. Le sue valli verdi tra le aride montagne ocra e rosse sono popolate da genti tibetane, i Lopa. Per arrivarci occorre raggiungere Pokhara (6 ore di minibus o 8 di bus pubblico da Kathmandu oppure molto più velocemente in volo sempre da Kathmandu) e da qui in jeep o in volo a Jomsom, il punto di inizio da cui incominciare la visita di questa incantata regione del transhimalaya che si trova raccolta e protetta dai massicci degli Annapurna e del Dhaulagiri.
"Lo" è una parola sul cui significato si sprecano varie teorie. Le due più accreditate sono che abbia derivazione Tibetana, Lo=meridione, quindi Regno Meridionale, I Lopa invece dicono che Lo vuol dire semplicemente “luogo” e il loro nome non è genti del sud ma “genti del luogo”. Mustang invece pare essere solamente una translitterazione del nome della capitale del regno, Manthang.
Un tempo il Mustang, detto anche Lo Tso Dyun, ovvero i 7 distretti di Lo, come erano l’Alto Dolpo, il Ladakh, lo Zanskar, il Sikkim e il Bhutan, era parte della periferia del Tibet e precisamente della regione dello Ngari, quella dove svetta il monte Kailash, ora il Mustang è un angolo di mondo in cui è rimasto conservato quello che in Tibet è andato inesorabilmente distrutto: cultura, tradizione e monumenti storici. Il Regno di Lo si trova menzionato nelle cronache tibetane e ladakhe del 7° secolo e la sua storia come regno indipendente inizia nel 1380 quando fu fondato da Ama Pal, un guerriero e devoto Buddhista del Tibet occidentale. Si racconta che con i suoi figli sconfisse il feudo locale e costruì la città fortificata di Lo Manthang, dove chiamò a se Ngorchen Kunga Sanpo, un rinomato maestro Sakyapa che venne a insegnare i precetti Buddhisti nel regno di Lo.
I passi montani alla frontiera nord, relativamente facili da valicare hanno reso da subito questo regno una terra strategica di passaggio delle rotte commerciali tra Tibet e India e ora lo sono molto di più, soprattutto per il Governo Cinese. In passato molti Lama di Lo andarono a studiare in Tibet e maestri provenienti da nord e da sud attraversarono questo regno incantato. Sovente subì attacchi dai banditi e per questo venne stabilito che la capitale restasse chiusa durante la notte, e lo è stata fino a pochi decenni fa.
I discendenti di Ama Pal hanno governato questo regno himalayano fino al 1700, tempo in cui cadde sotto l’influenza di Jumla prima, e poi dei Gurka sotto Prithvi Narayan Sha, che gli imposero un tributo annuale, pur mantenendo intatta l’autonomia del Regno e la sua struttura. Fu solo negli anni 50 dopo la cacciata dei Rana e la creazione della monarchia costituzionale, che il regno venne effettivamente annesso al Nepal, pur comunque sempre restando regione autonoma e area protetta, con il suo Re che mantenne però titolo nobiliare e funzione amministrativa, ma non più governativa. Nel 1959 dopo l’occupazione cinese del Tibet, molti profughi trovarono rifugio qui e i Guerrieri Kampa tentarono di organizzare una resistenza al governo di Pechino proprio qui in Mustang, fecero una dura opposizione per quasi 20anni, fino al 1974. Poi l’intervento del Dalai Lama fece sì che loro deponessero pacificamente le armi e accantonassero ogni desiderio di ribellione nei confronti di Pechino. Ora molti loro discendenti ora abitano le Valli di Lo.
Negli anni '90 quando venne introdotta in Nepal la democrazia parlamentare, l’Upper Mustang venne aperto al mondo, con accesso limitato a 1000 unità all’anno, entrò a far parte dell’Annapurna Conservation Area Project (ACAP) e venne stabilito che per entrarvi ci sarebbe stato un tributo da pagare che allora ammontava a 700 USD a testa valido per 10 giorni (ora 500) e 50 USD al giorno per ogni giorno in più di permanenza nell’area.
I Lopa, le genti che vivono qui, nei 31 assembramenti del Mustang, sono divisi in clan e gruppi che hanno divisione sociale del tutto analoga al Tibet, ad esempio i popolani sono accomunati gruppi tra loro simili per il mestiere che svolgono, i Ghara, gli Shemba e gli Emeta (fabbri, macellai, musicisti), i Dropka che sono i nomadi allevatori hanno ruolo privilegiato nella società Lopa proprio come in Tibet, i Phalwa sono la middle class e i Kudak sono i nobili, e qui a Lo, dopo l’annessione al Nepal, hanno assunto il nome Nepalese di Bista. L’attuale Re è Jigmi Palbar Bista. Qui inoltre è ancora diffusa la Poliandria, come in Dolpo, per cui una donna può sposare anche i fratelli del marito per non disperdere le proprietà.
I Lopa mantengono quindi intatte tradizioni, usanze, riti, ritmi di vita che sembrano essere fermi a quello che doveva essere il medioevo himalayano.
Per lo più sono dediti all’agricoltura e all’allevamento del bestiame. Una leggenda, che è più una verità che una storia, dice che per ogni abitante di Lo Manthang ci siano 10 animali. Riti e vita mescolati insieme.
Gli abiti Lopa sono tibetani. Le donne usano la Chupa, la tunica grigia fatta a vestaglia che si lega in vita con una cinta multicolore, la kow, e quelle sposate usano il grembiule di lana a righe colorate orizzontali, il ponding, in testa portano la shamu, una cuffietta di stoffa di solito verde e nelle occasioni speciali acconciano i capelli con il suele, una striscia di stoffa rettangolare su cui sono cuciti turchesi e pietre dure, una sorta di Perak Ladakho, però molto più fine e elegante. Anche gli uomini indossano la tunica, la stessa che portano i tibetani. Tutti i villaggi sono strutturati secondo l’urbanistica tipica del Tibet.
Hanno mura di cinta, ora in parte crollate dall’usura dei forti venti che iniziano a soffiare puntuali come orologi svizzeri intorno alle 11.00 del mattino prendendo sempre più forza, fino a poi andare scemando verso prima del tramonto, riportando nel silenzio la grande e stretta valle che porta alla capitale dell’antico regno di Lo.
La cinta muraria più bella e intatta è ovviamente quella della capitale Lo Manthang. Ogni città ha un Chorten al suo ingresso e uno alla sua uscita che va attraversato per entrarvi e uscirvi. I Chorten sono affrescati con mandala e figure religiose che fungono da protezione alla città, e ogni villaggio ha gruppi di chorten interni e muro mani con ruote di preghiera nella via principale.
I chorten e il grosso dei monumenti sono di evidente cultura Sakyapa, che in Tibet, Sakya a parte, è andata quasi del tutto distrutta. La si riconosce per la struttura massiccia degli edifici e per la colorazione con cui sono intonacati: a righe verticali bianche rosse e grigie, tipiche di questa setta Buddhista.
Vi è inoltre quasi sempre una figura protettiva all’ingresso dei villaggi che spesso ha corna vistose e serve per scacciare gli spiriti cattivi.
Gli ingressi delle case invece hanno spesso appeso un teschio di bovide sopra la porta principale, che serve per proteggere la casa che di solito è sormontato da un Dow una struttura a croce decorata con fili intrecciati che serve per catturare gli spiriti cattivi.
Qui notiamo come l’antico animismo si fonda nelle tradizioni successive Buddhiste con una semplicità davvero disarmante.
Queste testimonianze sono uniche e ormai restano custodite solo qui, in Mustang. Tutto questo rischia di andare perso per sempre.
 

lunedì, gennaio 26, 2015

che fine ha fatto il traffico d'organi in Nepal?

Una torrida storia come tante, che purtroppo si ripete.
L’esperienza col traffico d’Organi in Nepal l'avevo archiviata nella mia memoria, fino a quando ieri mi sono imbattuta in questa inchiesta della CNN e ho avuto un déjà vu.
Nel dicembre 2006 ero a New Delhi a mangiarmi una pizza con Alessandro Gilioli che all’epoca era un giornalista, un bravo reporter come tanti, e che ora finalmente ha ottenuto la luce che merita.
Ci eravamo incontrati al Planet Bhaktapur. Il Nepal come sempre mi porta incontri karmici. Allora ero teneramente fidanzata con Raj Kumar ed ero in Nepal per lui. Ci eravamo trovati tutti al Planet Bhaktapur, l’hotel oasi di pace che oramai da anni è la mia seconda casa in Nepal. Qui c’erano appena state le milizie del baldo Prachanda, il Che Guevara dell’Himalaya, il leader dei Maoisti Nepalesi e futuro leader di governo dopo gli accordi di pace che sarebbero stati presi di lì a poco con il primo ministro Koirala del Partito del Congresso, accordi che segnarono l’inizio della fine della Guerra Civile durata 10 anni in Nepal. Allora Francesco mi disse: “Silviozza, se riesci a ritardare di una settimana è meglio. Io sono occupato dalla Guerriglia, sono qui in metà di mille con le armi in mano”. Infatti io sono arrivata qualche giorno dopo che i Maoisti avevano levato le tende dal Planet. E ho trovato lì Alessandro che era arrivato per riuscire a incontrare Prachanda e intervistarlo. Io ero lì per incontrare l’amore della mia vita in barba a tutto e a tutti, guerra civile compresa. Tutto gravitava intorno al Nepal.
Alessandro stava scrivendo un libro, un gran bel libro “premiata macelleria delle indie  titolo forte ma degno delle parole incise sulla carta stampata che di li a un anno sarebbero state in tutte le librerie italiane. Un Libro che parlava di Guerriglia Maoista, di Bambini Venduti e che dopo il nostro incontro avrebbe parlato anche di Traffico d’Organi Internazionale.
Tornando a Delhi, una sera in attesa di volare via entrambi verso le nostre destinazioni, siamo andati a cena insieme nella capitale indiana e io gli ho raccontato di Subash, il cugino del mio ragazzo.
Nell’estate del 2006 con fatica avevo ottenuto udienza dal console francese in Nepal per far avere il visto turistico a Raj Kumar per venire tre mesi in Italia da me, ma questa è un’altra storia altrettanto avvincente, ma troppo lunga e fuori strada per metterla in parentesi qui ora. Tutto il nostro sogno di farci tre mesi insieme è precipitato nel giro di una sera perché è successa una disgrazia.
Subash, il cugino di Raj, per una intossicazione dndd è andato in insufficienza renale. Allora al Kidney Center di Kathmandu non c’erano grosse possibilità di far sopravvivere a lungo un dializzato e tra l’altro i costi al giorno erano esorbitanti. La struttura ospedaliera nepalese non era in grado di mantenerlo in vita a lungo. Bisognava fare presto e trovare il modo di fargli fare un trapianto. In Nepal non esistevano centri trapianto. Bisognava andare in India, ma nessuna lista d’attesa avrebbe accettato un Nepalese in fin di vita.
Le mie lettere alla Croce Rossa Italiana, all’Aido, a svariati centri trapianto in Italia sono rimaste inascoltate. L’unica chance per salvare la vita a Subash era quella di trovare un Rene in Nepal e poi di fare l’espianto e il trapianto in una struttura “convenzionata” in India. Subash aveva solo la madre compatibile per una eventuale donazione, ma lei soffriva di febbri tifoidee. Quindi non era possibile fare nulla. Lo attendeva una morte certa.
Quindi l’ultima e unica chance per Subash erano i trafficanti d’organi.
Il fratello di Raj Kumar, Sudarshan è sempre stato un “trafficone”, ha sempre avuto contatti ovunque, e tutto ciò, ne a Raj ne a me è mai piaciuto più di tanto. Soventi erano le liti tra i due fratelli perché il maggiore, Raj, non condivideva i modus operandi e le frequentazioni del fratello minore Sudarshan.
Facendola breve, Susan (Sudarshan) ha avuto modo di venire a contatto con un trafficante d’organi nepalese, che previo pagamento di 1500 USD avrebbe trovato un ragazzino che avrebbe venduto un rene a suo cugino e con una spesa totale di circa 25000 dollari tra esami, farmaci, consulti, mazzette e quant’altro sarebbe stato in grado di finalizzare tutti gli accertamenti del caso e il trapianto in India a Madurai presso una struttura compiacente per il povero Subash.
Il tutto è stato fatto velocemente durante l’estate, ne andava della vita di Subash. E il povero donatore, trovato nel distretto di Kavre, dopo l’intervento in India si trasferì per mesi a casa di Raj e Susan affinché la famiglia provvedesse alla sua salute e alla sua convalescenza post espianto. Anche Subash stette per mesi da loro e loro si presero carico delle sue cure mediche.
Ovviamente la famiglia ha contratto un debito enorme per sostenere le spese di tutta questa storia. In Nepal in quel tempo un dipendente di banca prendeva 80 dollari al mese di stipendio. Subash era uno studente, la madre una contadina, la famiglia di Raj, seppur benestante, non lo era così tanto da poter avere tale liquidità e disponibilità di denaro per sostenere tutte queste spese.
Io e Raj ci siamo impegnati quindi nel fund rising, anche perché le medicine antirigetto che doveva assumere giornalmente Subash (Ciclosporina) costavano più di 150 euro a blister. Io ero riuscita a contattare la contessa Lucifero, allora pezzo grosso in Croce Rossa Italiana, che mi promise di stanziare dei fondi per Subash e per un progetto sulle vittime del traffico d’organi in Nepal, che poi ovviamente disattese. Non si è fatta più trovare. Io e Raj non sapevamo più come fare per aiutare la famiglia a saldare il debito.
Così quella sera a Delhi ne ho parlato ad Alessandro, raccontandogli tutto e dicendogli: ”se ne fai un’inchiesta magari può uscire qualche aiuto per Subash e per le vittime di questo traffico infame. Magari si smuove qualcosa”. Sì sono sempre stata una sognatrice. Come potevo essere diversa? Ho sempre avuto fiducia nel mio prossimo, sono fatta così. Ho sperato che i trafficanti venissero assicurati alla giustizia, che i medici consenzienti e gli ospedali consenzienti venissero assicurati alla giustizia e speravo che i bisognosi e i malati potessero rientrare poi in un progetto di protezione, magari internazionale, che assicurasse loro di poter essere operati senza dover ricorrere a questo traffico disumano. Ma ovviamente le favole esistono come sempre solo nella mia testa. Certo ci fu gran rumore sull’inchiesta che ne uscì, anche perché Alessandro, con l’aiuto del contatto che gli diedi io, e cioè il fratello di Raj, Sudarshan, fu abilissimo e temerario nel fingersi un malato di insufficienza renale italiano che, non volendo aspettare le liste d’attesa italiane, si voleva affidare al traffico d’organi per essere operato il prima possibile. Quindi riuscì a prendere contatto coi mediatori e a comprarsi un ignaro ragazzino (Deepak), che gli avrebbe venduto il suo rene in India. Alessandro, Susan e Deepak, ovviamente dopo essere arrivati in India e portati tutti gli esami (falsi) del caso, il giorno prima dell’inizio della trafila pre operatoria, dopo aver documentato tutto il traffico e gli accordi coi medici, sono fuggiti tutti e tre rocambolescamente in Nepal. Ci fu davvero un gran rumore su questa inchiesta, Alessandro venne invitato anche al telegiornale, ne fece un articolo molto bello sul giornale per cui lavorava e lavora tutt’ora, l’Espresso, intitolato:”Ho comprato un rene in Nepal” e un capitolo del suo libro “premiata macelleria delle indie”. I trafficanti finirono in galera, l’Ospedale finì nel mirino della giustizia, i medici pure, ma nulla arrivò ai trapiantati, tantomeno a Subash e alla sua famiglia. Il Libro uscì e ebbe un discreto successo, inoltre si fece anche un film su sta storia del traffico d’Organi, "HOT Human Organ Traffic", ma nulla venne a favore dei disgraziati, dei malati e delle vittime, se non i 1000 o 1500 euro raccolti da Alessandro per il piccolo Deepak, il ragazzetto che gli avrebbe venduto il suo rene,  che ignaro di tutto s’era ritrovato in Nepal col suo rene ancora in corpo ma senza i soldi che avrebbe dovuto guadagnare dalla sua vendita.
Io e la mia famiglia e Raj continuammo a raccogliere fondi per Subash e a cercar farmaci per lui tramite missioni caritatevoli piccine. Per Subash e per i malati non ricevemmo mezzo euro da nessuna delle persone coinvolte in tutto questo can can, ne dalle grosse organizzazioni che tentammo di contattare. Nonostante Alessandro fosse stato bravissimo, non sono stata “abile gestore” dei miei contatti, ne delle storie che possedevo per riuscire davvero ad aiutare chi aveva bisogno. Per me fu una grande sconfitta. Sollevai un polverone per nulla, perché non fu utile a chi ne aveva davvero bisogno, ma fece solo rumore, vendita di giornali e notizie fine a se stesse.
Adesso l’avrei gestita di certo diversamente.
Ora Subash sta bene, il suo donatore anche, ma quanti altri Subash ci sono in Nepal e nel mondo? Il traffico d’organi continua e io sto qui a leggere articoli di giornale.






 
  

martedì, gennaio 20, 2015

Mugu e Dolpa: Rara Lake e Phoksundo Lake trekking, il vero Nepal sconosciuto

ALLA SCOPERTA DI UN VERO NEPAL SCONOSCIUTO
Quest’anno voglio fare un esperimento, voglio fare un viaggio trekking ma che sia esplorativo e avventuroso sul serio. E’ da un anno che sogno di visitare il Lago Rara e il Lago Phoksundo, e nonostante siano lontani l’uno dall’altro, voglio vederli entrambi con un unico viaggio. Rara sta al limitare del distretto del Mugu, un’area del Nepal occidentale molto povera e basica dove, Jumla a parte che è un villaggio vero e proprio, esistono solo degli agglomerati di quattro o cinque case ogni tot ore di cammino, dove la gente vive di pura sussistenza con ciò che produce. Voglio fare un circuito intorno a questo lago e poi in qualche modo voglio arrivare da lì a Jhupal, nel distretto del Dolpo per poi spingermi a piedi fino alle rive del lago Phoksundo, in una regione selvaggia e aspra sulla via per Shey, area popolata da genti pre buddhiste, i Bonpo, genti che arrivano dal Tibet e che tutt’ora vivono migrando con le stagioni dagli alti altipiani desertici dell’Upper Dolpa fino alle profonde valli verdi del Lower Dolpa, portando su e giù per le montagne in transumanza le loro carovane di yak e le loro famiglie.

LA PARTENZA E I PRIMI GIORNI IN VALLE
Sono partita come sempre dall’ufficio un venerdì col il solito volo Qatar pieno zeppo e mi sono fatta 7 ore di scalo nel nuovo e lussuoso aeroporto di Doha, stupendomi sempre dell’ostentazione della ricchezza del mondo arabo.
Sabato 25 ottobre sono atterrata a Kathmandu verso le 19.45, un po’ in anticipo, ma col cielo già buio, con il cuore pieno di felicità. Finalmente di nuovo a casa. E per le 20.30 sono già uscita dall’aeroporto dove ho trovato Karna che mi aspetta con tanto di Khata benedetta e collana di garofani arancioni che ha prontamente subito messo attorno al mio collo in segno di benvenuto.
Sono arrivata troppo tardi, e non riesco quindi a vedere il Brahma, in compenso tutti gli altri sono lì ad aspettarmi. Mi faccio fare un tea con dei biscottini, chiacchiero coi ragazzi e poi vado a nanna presto dopo una bella doccia calda.
Il 26 mi sveglio verso le 9.00, fuori c’è foschia e dopo colazione, sotto i primi raggi del sole, finalmente incontro il mio adorato Brahma. Stiamo a chiacchierare nel chiostro verde mentre le bandiere di preghiera sventolano sopra il tetto del Planet e sopra di noi. Che pace e quanto amore ho per quest’uomo.
A pranzo arriva la truppa del Colonnello Gianmario dal Tibet e finalmente conosco questo gruppo di fedeli planetini. Sono davvero felice, perché è da anni che sento parlare di loro. Sono tutti infreddoliti ma con un gran sorriso stampato in fronte. Il Tibet è meraviglioso e ha lasciato il suo segno anche con questi viaggiatori, che me ne parlano entusiasti descrivendolo con tutti i suoi meravigliosi contrasti. Nel pomeriggio loro vanno a fare un giro a Bhaktapur e io decido di accompagnarli, sono tutti a caccia di Pashmine e Tangka. Fuori un po’ piove, un po’ no ma ripasseggiare nella mia Bhaktapur è sempre splendido e ce la spassiamo un sacco tra racconti di viaggio, battute e cultura. La sera cena al Planet tutti insieme. L’atmosfera qui è sempre bellissima, calda piena di gioia. Stiamo a ridere e scherzare tutta la sera.
27 Ottobre. Al mattino ancora nebbiolina. Dopo la canonica “doccia e capelli”, mi trovo in giardino col mio Brahmino. Stamattina ho appuntamento alle 12.30 in Thridevi Marg con Som, ma sono in ritardo. E’ già mezzogiorno e alle 13.00 dovrei trovarmi anche col Colonnello e la sua truppa per pranzo. Scendo a Bhaktapur in moto con Martin e cerco di recuperare un taxi, ma nulla da fare. Incontro invece Karna che mi da uno strappo fino a Thimi, lui sta accompagnando due signore francesi in giro in Valle. Da Thimi prendo un minivan per Kathmandu che mi molla più o meno alle 12.30 nei pressi di New Road. Sono in ritardo. Da qui per 200 rupie prendo un taxi per Thridevi Marg. Incontro Som più o meno verso le 13.00 davanti al Garden of Dream’s e andiamo a cercare dove è andato a pranzo il Colonnello. Per fortuna Giovanna mi manda un whatsup. Sono a Mandala Street all’Or2K, il ristorante medio orientale più noto di Kathmandu. Ci arriviamo verso le 13.30 e ci prendiamo delle falafel con uno squisito hummus e plain naan. Un mix di India e Medio Oriente da leccarsi i baffi. Stiamo con loro un’oretta, poi dopo un caffè alla Dolce Vita, devo scappare. Oggi devo incontrare Mr. Paudel, un amico di Patrizia che mi deve dare delle cose da portare a Jumla, alla scuolina della Eco Himal di Mitcha http://www.ecohimal.it/richieste.htm Paudel abita dietro il Dwarika vicino a Pashupathinath. Sto da lui più di un’ora. E’ carinissimo, mi da i suoi contatti a Nepalgunj per dormire e anche a Jumla per avere un portatore fidato. Ne io ne Som sappiano la strada, ne siamo mai stati in quelle regioni, abbiamo solo le indicazioni del Great Himalayan Trail, ma non conosciamo i luoghi dove stiamo per andare ad avventurarci. Infatti continuiamo a dirci: "We are two lost in the Himalaya". Paudel mi dice che per andare da Jumla a Jhupal non ci sono mezzi, e che molto probabilmente dovremo farcela a piedi o in volo. Non è sicuro dei tempi di percorrenza, dice che per buoni camminatori sono minimo 4 giorni. In effetti il Great Himalayan Trail riporta tappe da 30/35km al giorno per 4 giorni. Ma non ce la possiamo fare. Abbiamo troppo pochi giorni e dobbiamo trovare una alternativa. Ma lo vedremo lì, anche perché da qui non si può fare nulla.
Alle 16.00 lascio Paudel, lo ringrazio, e torno in Thamel per andare a trovare Tshiring Sherpa, che ha cercato di darmi una mano a capirci qualcosa nel programma che ho in mente. Anche lui dice che non ci sono mezzi tra Jumla e Jhupal, quindi o gambe o aereo. Io sto iniziando a preoccuparmi perché non ho alternative sensate. Lo so, devo armarmi di mentalità nepalese. Il tutto lo vedrò una volta sul posto. Bistare bistare ce la posso fare. Piano piano. Ogni cosa verrà da se.
Da Tshiring incontro Barbara, che sta per partire per il Tibet con il suo gruppo. Poi alle 17.00 chiamo Karna che per fortuna è ancora a Kathmandu e mi passa a prendere in Kantipath visto che è di passaggio. C’è un traffico apocalittico. Kathmandu ogni anno è sempre più caotica. Alle 18.30 sono al Planet e vado a prepararmi per la cena.

VERSO NEPALGUNJ
Il 28 ottobre al mattino sistemo le ultime cose e, dopo un’ottima pizza a pranzo col Brahmino, vado a Kathmandu da Paudel. Lui mi da le foto e le lettere da portare alla direttrice della scuola di Mitcha, Laxmi, e poi vado in aeroporto. Qui il mondo è piccolo. Incontro Alessandro, altro  amico di Patrizia e mio contatto da almeno un anno su FB. A suo tempo mi cercò per delle foto in Africa...io che non sono africana, ma si vede che nel Karma stava scritto che ci si sarebbe prima o poi incontrati. E’ qui con un gruppo in partenza per un trekking in Lower Dolpa. Temerari. Chissà se li rivedrò ancora.
Arrivo a Nepalgunj che è sera. Non sono mai stata in questa città e mi appare un sacco desolata al limitare della foresta, una sorta di copia di Banepa ma in mezzo a una pianura calda e umida. Pare di stare in un’anonima città indiana. Così in mezza giornata mi sento catapultata in un altro mondo. Prendiamo un tuc tuc elettrico e arriviamo al Travellers Village. Questo hotel è un posto molto carino. Un’oasi nel nulla qui a Nepalgunj, con un bel giardino e un gruppo di case bianche ordinate che ospitano grandi camere spaziose e pulite. Ceniamo alle 19.30 dopo una bella doccia, poi stiamo sui lettoni a chiacchierare e si va a nanna presto.

VERSO JUMLA
Il 29 ottobre si parte per Jumla.

Dovrei avere il volo alle 11, ma la partenza viene ritardata di ora in ora. L’aeroporto di Nepalgunj è alquanto povero e vuoto. Starci così tanto tempo  è una noia mortale. L’aereo alla fine parte nel pomeriggio e arrivo a Jumla verso le 16 con 35 minuti di volo molto emozionante su grandi colline verdi e monti a picco sul nulla. Sorvoliamo la foresta del Terai, la catena del Mahabharat e finalmente ci appaiono le prime vette dell’Himalaya occidentale coperte di neve. L’atterraggio è mozzafiato. Jumla è adagiata sul fondo di una valle ad imbuto, per cui l’aereo compie delle rocambolesche virate e si avvita facendo una spirale prima di atterrare sulla piccola pista dell’aeroporto di Jumla.
L’aria è frizzantina. I bagagli vengono scaricati sulla pista che è recintata da filo spinato. Oltre il cancello ci sono molte persone che aspettano sulla strada sterrata. Mi vengono a prendere il capo villaggio, Chautan Kumar, e Laxmi, la direttrice della scuola di Mitcha. Jumla appare un po’ far west e in realtà lo è, ma del Nepal. A un occhio superficiale può sembrare come uno dei tanti villaggioni di montagna, tipo Jomsom per capirci, ma in realtà è ben diverso e molto meno ricettivo. Non ci sono localini, ne Backery, solo locande locali molto basiche e in tutto il paese ci sono solo due guest house. Passeggiamo tra gli sguardi curiosi della gente del posto, si capisce subito che qui di turismo non ne vedono. Gli unici occidentali che bazzicano qui sono due o tre anime che vengono a controllare i progressi o i regressi dei progetti di aiuto alla popolazione di questa, che è una delle aree più remote e più povere del Nepal. Due donne ci invitano in una locanda a prendere un tea con dei dolcetti croccanti fritti a forma triangolare che sembrano quelli che facciamo in Italia per carnevale. Fuori oramai è buio. Torniamo indietro. Passiamo la notte al Greenland lodge che è la locanda del capo villaggio, un lodge decisamente basico e polveroso, dove però per fortuna c’è la corrente elettrica: “it’s so different from Khumbu, mero Didi” mi dice Som.
Qui il telefono un po’ prende un po’ no. Iniziamo ad essere isolati dal mondo finalmente.

30 ottobre JUMLA (2540m) – NAURI GHAT (2755m) 1° GIORNO DI TREKKING 8 ore di cammino con dislivello in delta di 1200m
Ci alziamo verso le 7.00 e giù in cortile c’è già un gran via vai di gente. Qui  macellano le capre e le pecore e quindi gli abitanti di Jumla vengono ad acquistare la carne. La terra è tutta rossa intrisa di sangue e su un tavolo ci sono otto zampe di capra in bella mostra. Sono tutti impegnati a supervisionare questo mercato delle carni e nessuno ha il tempo di farci la colazione. Conosciamo Ram Sing Nepali, il ragazzo che ci farà da portatore. E’ già stato due o tre volte al Rara e conosce il sentiero, ma non è abituato a trattare con occidentali, è un sacco impacciato e timido. A me sembra un bambino. Alla fine partiamo molto tardi. Sono le 9.15. Attraversiamo Jumla e prendiamo il sentiero che sale verso la scuola del villaggio. Incontriamo Laxmi che ci accompagna per un po’ raccontandoci del progetto/scuola di Mitcha e degli enormi sforzi che stanno facendo lei e i suoi insegnanti locali, supportati da Patrizia e Paudel e dai fondi che arrivano dall’Italia, per cercare di educare i bambini e le genti di queste zone. Qui è tutto molto difficile e le condizioni di vita delle fasce svantaggiate sono davvero dure. C’è elevata mortalità infantile e l’aspettativa di vita media è piuttosto bassa, per lo più a causa della scarsa igiene e dell’acqua contaminata, ma anche a causa di credenze e usi locali che non aiutano per niente a facilitare le cose. Qui le donne sono ancora considerate ai margini della società, svolgono i lavori più duri e umili e sono vittime di superstizioni, credenze e discriminazioni di ogni sorta. Il ciclo mestruale, è ancora legato a un aspetto demoniaco e impuro del ciclo della vita e le donne per questo sono isolate come streghe e rinchiuse nei pollai durante i loro giorni. Questo accade spesso anche nei primi 40 giorni dopo il parto, quando le emorragie sono ancora presenti, con tutto ciò che questo poi comporta, per la vita della madre e del neonato. Qui c’è davvero molto lavoro da fare per educare alla base queste persone a una vita dignitosa. E Laxmi ci racconta tutto nei minimi dettagli.
Comperiamo un chilo di mele da una signora che le vende sul ciglio della strada. Dicono che le mele di Jumla siano le più dolci e buone del Nepal. In realtà sono sì dolci e buone, ma le nostre Golden della Val di Non sono irraggiungibili. In ogni caso mi accontento di buon grado. Lasciamo Laxmi e la ringraziamo per la compagnia e gli aiuti che ci ha dato, e ci incamminiamo in salita. Il sentiero attraversa una bella foresta di pini e poi sale pian piano fino a un altopiano che pare simile a quelli svizzeri, ci mancano solo le vacche pezzate. Arriviamo a Chauriy Chaur (3.055m) alle 12.50 e ci fermiamo nel rifugio/locanda che c’è. In realtà è l’unica casa presente e l’ultima prima del passo. Quindi o ci si ferma qui o ci si ferma qui, non si hanno alternative. Qui ci sono tre donne Chhetri molto belle. Portano abiti tradizionali e un vistoso orecchino d’oro alla narice sinistra del naso. Due partono con la schiena carica di un sacco di patate da 60kg ciascuna e la terza resta a cucinare il pranzo per noi. Un ottimo dhal bhat con curry di patate. Qui non esistono sedie, si sta seduti a terra o su tavolette di legno e ovviamente non ci sono neanche tavoli. In Nepalese la parola tavolo non esiste, proprio perché appunto, in teoria nel grosso del Nepal tradizionale non lo usano.
Stiamo qui al caldo sole fino alle 13.50 e poi ripartiamo seguendo il sentiero che sale attraverso una foresta di pini excelsa e valica un primo colle, poi un secondo salendo sempre più ripido in un ambiente che diventa sempre più brullo fino ad arrivare al Daphe Lagna, passo a 3.691m alle 16.15. Qui stiamo fermi circa una ventina di minuti a goderci il panorama sulle vette innevate che coronano l’orizzonte. E’ bellissimo. Miracolo dei miracoli la Ncell prende, quindi faccio una telefonata a casa a mia madre e a Bhaktapur al buon Francy, il mio Brahmino. Staremmo qui per molto tempo, tanto il paesaggio è suggestivo, ma poi si fa tardi quindi iniziamo la lunga e sempre più ripida discesa con le montagne che pian piano spariscono dietro le colline alle nostre spalle.
Arriviamo a Khali Gaon alle 17.00, un villaggio di cinque case e, se all’inizio ci è balenata l’idea di fermarci qui, poi decidiamo invece di proseguire. Ci dicono che Nauri Ghat è a poco meno di un’ora di discesa da lì. Quindi si va. La discesa è nella foresta, ed è davvero ripida. Intanto si fa sempre più buio e facciamo fatica a camminare sul sentiero sconnesso una volta calato il sole. Arriviamo stanchi a Nauri Ghat alle 18.30 alla luce delle torce frontali. Il villaggio è costituito da si e no cinque case in croce.
La locanda dove ci fermiamo è una casa, che al piano di sopra ha tre camere per i viandanti. I letti sono delle assi di legno con sopra un trapuntone usato come materasso. E’ tutto quello che c’è. Stiamo giù nella stanza adibita a cucina, dove una piccola stufa di lamiera scalda un po’ l’ambiente con la legna che brucia. Ceniamo verso le 19.30 con un buon dhal bhat con curry di patate insieme alla famiglia.
Da queste parti non c’è gran varietà di cibo. Le persone hanno poco e non è certo un percorso turistico. Si mangia quello che c’è, e per fortuna nonostante la gran povertà, riso, patate e legumi ci sono sempre e la gente non muore di fame. Certo è tutto molto essenziale. Il Nepal rurale e il vero Nepal di montagna è così. Essenziale. E a mio avviso nella sua semplicità è un sacco bello. Alle 20.30 andiamo a dormire. Siamo proprio due pellegrini, io e Som, dispersi nel mezzo dell’Himalaya.
31 ottobre NAURI GHAT (2755m) - ARUKHADA (2600m circa), 2° GIORNO DI TREKKING 6 ore di cammino con 750m di dislivello in delta
Ci alziamo alle 7.00, fa bel freschetto e anche qui sono molto lenti per la colazione. Devono impastare il chapati e cuocerlo, poi friggono due omelette, con calma, e io mi ripeto sempre: “Bistare bistare ce la possiamo fare”.
Partiamo alle 8.40 su un sentiero in falso piano che costeggia un torrente e percorriamo questa via per circa una mezz’ora. Incontriamo un accampamento di pastori con il loro gregge, poi dopo un po’ si scende al fiume, lo si attraversa e si sale su un sentierino sassoso e polveroso stretto e molto ripido fino a giungere a un gruppo di due case, Kapea Odar, dove ci riposiamo per almeno un quarto d’ora. Io sono stanca da ieri. Alla fine ci siamo macinati 26 chilometri con 1.200 metri di salita e 1.000 di discesa. Come prima giornata forse abbiamo fatto un po’ troppo e io davvero non c’ho più il fisico allenato di una volta.
Da qui il sentiero prosegue costeggiando la collina in lievi su e giù fino a Bharbhare e poi sale di nuovo inesorabilmente  fino a Chauta (2087m)dove arriviamo alle 11.30. Mi devo fermare un altro quarto d’ora, sono lentissima e ho le gambe un sacco pesanti. Oggi non va. Ripartiamo. Si sale ancora e alle 12.30 finalmente arriviamo a Bulbule (3182m) dove pranziamo con noodles cinesi arricchiti da sagh, gli spinaci himalayani. Un lusso, e tra l’altro la mia verdura preferita qui in Himalaya.
Qui hanno i cavalli, sono splendidi e pascolano tra gli alberi sui pochi tratti di terreno in piano. Restiamo fermi sino alle 14.15 poi prendiamo la strada in salita che va verso il passo coi suoi tornanti. Oltrepassiamo la caserma e il posto di controllo che sta alla base del passo, lasciamo lo sterrato e prendiamo un sentierino sulla sinistra che si inerpica nei pascoli verso il passo in un paesaggio tipicamente alpino. Alle 16.15 siamo sul Ghurchi Lagna a 3.480m.
Ci fermiamo a goderci il panorama sui monti. Fa freddo. Qui incontriamo un pastore che ha i brividi per la febbre. Gli consigliamo di unirsi a noi e di non stare da solo. Gli do una pastiglia di paracetamolo, che anche qui in Nepal è recuperabile e viene usata contro la febbre. Non gli avrei dato altro. Faccio due passi attorno al passo e dopo aver posato una pietra sul muro mani, iniziamo la ripida discesa, su terreno irregolare, tra sassi, fogliame, sabbia, terra, radici, greggi di capre e quant’altro. Nel giro di tre quarti d’ora, verso le 17.00, siamo ad Arukhada. Decidiamo di fermarci qui e non proseguire fino a Pina che dista un’ora a piedi. Siamo stanchi.
A Arukhada ci sono solo due case, quella in cui stiamo noi ha due camere a due letti al piano di sopra e una camerata con cinque letti uniti insieme. I letti sono tavole di legno, anche il cuscino non è altro che una tavola di legno inclinata, sopra c’è la solita trapuntona. Non dormiremo comodi neanche questa notte, ma qui è così, si vive come vive la gente del posto e alla fine io sono qui per conoscere le vere condizioni di vita del Nepal rurale, distante dalle comodità e dalle contaminazioni di tutte le zone che ho visitato in 10 anni fino ad ora. In questa casa vive una giovane famiglia. Lei 20 anni lui 22. Hanno due bambini, uno di 23 mesi e uno di 6. Pare che nessun genitore abbia insegnato loro a essere genitori, ma neanche a essere altro. Stiamo tutti nella stanzina dove cucinano, al riparo dal freddo e dal vento che si è alzato al tramonto, siamo seduti su delle assicelle di legno posate a terra o sulla terra battuta stessa. Per fortuna la stanzina non ha una vera e propria porta, ma una ribaltina che la chiude per metà. E’ invasa di fumo, ma così tanto che ci bruciano gli occhi e non si possono evitare svariati colpi di tosse. Credo non siano molto bravi a fare il fuoco nella stufa di lamiera che continuano ad alimentare con una rudimentale ventola che sembra un phon per capelli che alza tutta la fuliggine e fa solo fumo. Inoltre nessuno ha mai detto a questi due giovani genitori che bruciare la plastica nella stufa può essere nocivo. Quindi meglio stare con la porta aperta, anche se entra un sacco di freddo. Lei sta allattando il bimbetto di 6 mesi e intanto spinge via e scaccia in malo modo il bimbo di 23 mesi che cerca solo un po’ di attenzioni. E’ logoro, con dei pantaloncini bisunti pieni di buchi, una felpetta che credo sotto lo sporco fosse di colore rosso, il moccio al naso è il minimo. Mi si stringe il cuore, lo chiamo a me nel tentativo di dargli un po’ di coccole ma è timido, si nasconde dietro la madre aggrappandosi ai suoi cenci, col risultato di beccarsi un bello spintone e finire a terra in un pianto inconsolabile. Io non ho parole, sono davvero senza parole. Il padre di fianco fuma una sigaretta imperturbabile, come se in quel tugurio non ci fosse fumo a sufficienza. Questa gente non ha nulla, e qui manca quell’educazione di base, quella che permette alle persone di avere una aspettativa di vita più alta, quella educazione minima che insegna la dignità umana e che ci rende diversi dall’animale. Mi piange il cuore a vedere questa famiglia con due genitori così giovani ma così già imbruttiti dalla vita dura e basica che il fato ha voluto per loro e per i loro poveri e innocenti bambini. Alle 20.30 io e Som andiamo a dormire, mentre nella stanzetta si sono radunati altri tre pastori a fumare e a giocare ai dadi. Som si accorge che una delle mele che aveva lasciato sul davanzale interno della stanza è stata rosicchiata e viene colto dallo sconforto: “Didi maybe here there’s a mussa” e io: “Som, certo che ce stanno i sorci”, quindi lui appende il sacchetto delle mele a un chiodo, spegniamo le frontali e ci mettiamo a dormire. Poco dopo vedo che lui riaccende la luce, mi guarda e mi fa: “My God didi, he’s so big, he seems like a cat” e scoppiamo tutti e due a ridere, decidendo che avremmo lasciato una mela intera per cena al nostro compagno di stanza peloso.
 
1 novembre ARUKHADA (2600m circa) - CHHAPRI (3010m) 3° GIORNO DI TREKKING 5 ore e mezza di cammino
Ci alziamo alle 7.00. Facciamo colazione con dei noodles cinesi perché qui non hanno ne uova ne chapati, salutiamo la famiglia e partiamo alle 8.00 su un sentiero in lieve discesa. Arriviamo a Pina (2440m)alle 9.00. Pina è un villaggio un po’ più grosso, ci saranno una ventina di case in tutto e attorno una serie di terrazzamenti coltivati che scendono a valle. In questo trekking le valli sono molto profonde e verticali, qui il sole sembra non arrivare mai, poi quando meno te lo aspetti le valli si aprono in terrazzamenti e arriva la luce.
Dalla sterrata si sentono le voci dei bimbi che sono nei campi, anche loro al lavoro con le famiglie.
In un’ora e mezza, su una strada sterrata che va su e giù, arriviamo al fiume Jhyari Khola, dove ci sono tre case. Sono le 10.30 e ci fermiamo per pranzo qui perché poi fino a Rara Lake non ci sarà più nessuna locanda. Anche qui ci fanno noodles cinesi liofilizzati e mangiamo fuori al sole seduti su delle sedie di plastica. Ci sembra un miraggio vedere delle sedie. E qui veniamo circondati dalla gente del posto che è curiosa di vedere una occidentale da sola con due nepalesi che cammina da queste parti. Passano parecchie donne con carichi di frasche impressionanti sulle loro schiene. Sono tanto grandi che da dietro spuntano solo le caviglie e i piedi.
Anche i bambini portano paglia e frasche sulla schiena. Gliela mettono per gioco, ma intanto seguono le madri e portano pesi anche loro. Vorrei vedere i nostri figli o i figli dei Nepalesi di Kathmandu, che hanno tutto, hanno così tanto che si annoiano. Qui i bambini non hanno niente, e non hanno neanche la possibilità di piangerci su, sorridono portando frasche con le loro mamme, non possono neanche rendersi conto di ciò che non hanno perché non hanno la possibilità di sapere che altro c’è oltre i campi terrazzati e oltre le colline che ospitano le piccole casette dove vivono.
Riprendiamo il cammino verso le 11.30. Dopo una grossa curva che costeggia la valle, lasciamo la strada sterrata, per inerpicarci insieme a delle contadine e ai loro figli su un sentiero ripidissimo che ci porta a Jhyari, un villaggio Takhauri e Chhetri dove giungiamo alle 12.30.
I tetti delle case di questo villaggio sono pieni di legumi posti a seccare al sole. Da qui il sentiero si arrampica in salite di diversa pendenza in una splendida foresta di abeti e larici per circa un’ora fino a ricongiungersi con la strada sterrata che porta al Rara Field view point. Ci arriviamo alle 13.30 e la foresta si apre sulle sponde del lago mostrandocelo finalmente in tutta la sua bellezza. Ci facciamo una merenda su questa distesa di erba verde incorniciata dalla pineta, mentre il sole scompare dietro alle nubi plumbee e buie.
Quando siamo partiti Francy ci aveva avvisati che i meteorologi avevano diffuso un dispaccio per allertare sull’arrivo di un uragano proveniente dal Pakistan che avrebbe investito coi suoi venti a 100km/h le regioni nord occidentali del Nepal. Vedendo le nubi blu scure in arrivo, il nostro pensiero è andato a questa notizia. Speriamo che non sia così. Senza il sole la temperatura scende subito, inoltre si alza anche un bel vento. Il lago perde i riflessi dorati e diventa subito blu scuro. Con noi si ferma un ufficiale dell’esercito in borghese a cavallo con cui ci facciamo una bella chiacchierata, poi ci rincamminiamo insieme e iniziamo il nostro giro attorno al lago alla volta di Chhapri su un sentiero in lieve saliscendi immerso in una spettacolare foresta di pini. Il percorso è davvero bellissimo e io vorrei tanto avere con me la mia mountain bike.
Mi accontento però di buon grado di farmi una cavalcata col cavallo del militare, visto che lui insiste a farmi provare il suo bel destriero. Arriviamo all’unico lodge sul lago alle 15.30. E’ una grossa casa di legno verde su tre piani con un bel camp site davanti dove sono piantate in modo un po’ approssimativo 4 tende cinesi finte TheNorthFace. Siamo a poco più di 3000 metri e siamo in riva al lago. E’ stupendo. Qui ci sono appena stati due giorni di Summit sul Climate Change proprio qui al Lodge, con personalità del governo e straniere e i capoccia di qualche grossa NGO foraggiata da fondi internazionali che sono arrivati qui a bordo di elicotteri per parlare del clima. Io sono piuttosto inorridita. Con tutti i problemi che ha il Nepal e con la povertà che c’è, soprattutto da queste parti, questi “perditempo” si trovano qui, in culo ai lupi per parlare di clima, non per fare qualcosa, non per educare la gente al rispetto della natura e delle risorse naturali, ma solo per parlare. Verba volant, disastro manent. Che tristezza assoluta. Ecco come si buttano i soldi e le risorse per niente. E poi proprio qui, nel Mugu, in una delle regioni più povere e disastrate del paese. Che vergogna.
Io e Som, entusiasti come due bambini, decidiamo di dormire in tenda. Il materassone a disposizione è alto e grande a sufficienza per tutti e due, e le coperte sono pulite. Ci scegliamo la tenda meno peggio assicurandoci che non sia rotta e non abbia buchi e la ripicchettiamo ben bene, mentre gli ultimi “dubbi personaggi” che hanno partecipato al Summit ripartono a bordo di elicottero. Il panorama che c’è qui è davvero bello. Sopra le acque blu del lago svettano cime innevate.
Una dev’essere l’Api Himal ma ne io ne Som ne nessun altro sa dirci con precisione quale essa sia e noi cerchiamo di individuarla con la cartina alla mano. Quando il sole cala dietro le montagne viene ancora più freddo e i bagliori di luce riflessa sulle acque del lago vanno pian piano a venir inghiottiti nelle sue profondità. Intanto io e Som incrociamo le dita perché l’uragano pakistano ci sfiori appena e non ci investa veramente come dalle previsioni meteo. Davanti al lodge era stato allestito un tendone con una struttura di legno che ora stanno smantellando. Noi accendiamo un grande falò, con parte delle travi di legno che stanno buttando via, e ci mettiamo in cerchio intorno al fuoco a scaldarci. Siamo io, Som, Ram, una giovane coppia di fotografi di Kathmandu, due amici trekkers nepalesi, le loro guide e i loro portatori.
Questi sono gli unici turisti che ho incontrato fino a ora. Chiacchieriamo tutti insieme e ci facciamo portare il cibo qui davanti al fuoco. Dhal bhat o noodles cinesi liofilizzati saltati.Stiamo attorno al fuoco fino alle 22.00, in balia del vento gelido ma protetti dal calore delle fiamme. Il vento ha spazzato via le nubi e c’è una stellata strepitosa con la via lattea che taglia la volta celeste a metà. Meraviglioso. L’uragano è stato bloccato dalle montagne, per fortuna. Andiamo a dormire felici.
2 novembre CHHAPRI (3010 m) - TALCHA (2699m) 4° GIORNO DI TREKKING 2 ore e mezza di cammino
Al mattino quando apriamo la tenda scopriamo che è tutta ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio. Fa davvero freddo. Som esce verso le 7.30, ma io non riesco a uscire dal sacco a pelo. Quindi esco solo alle 8.00 quando arrivano i primi raggi di sole e la brina inizia a sciogliersi pian piano. Facciamo colazione con omelette e chapati e alle 9.00, dopo aver preso il biglietto di ingresso al Rara National Park, partiamo per il nostro giro intorno al lago. Il sole inizia a scaldare e a illuminare le acque cristalline del Rara. Le sue rive sono stupende, in alcuni punti ci sono piccole spiaggette sassose o sabbiose bianchissime e, se non fosse che sulla riva opposta gli abeti si specchiassero nel lago, parrebbe proprio di stare in riva al mare.
L’acqua è caraibica e la natura è incontaminata. Il fondale si vede a perdita d’occhio. Continuiamo a fermarci a ogni nuovo scorcio per fare foto stupiti dalla bellezza di questo lago himalayano. Arrivati al pontile a un bivio, dopo le foto, prendiamo il sentiero che si addentra nella fitta pineta alla volta di Talcha.
Ieri sera ci siamo consultati sul da farsi con i locali e con le due coppie di trekkers nepalesi . Da Rara noi dobbiamo andare a Jhupal e da lì fino a Phoksundo, e abbiamo solo 9 giorni a disposizione fino al volo di rientro che da Jhupal ci porterà a Nepalgunj il 12 novembre alle 7 del mattino. Tenendo conto che per fare il trek intorno al Phoksundo ci vogliono 6 giorni, per la tratta da Rara a Jhupal abbiamo solo 3 giorni di tempo. A piedi è infattibile a meno che non si facciano tappe da 35/40 km al giorno, e a mio avviso non è decisamente alla mia portata anche perché i dislivelli da affrontare giornalmente sono in delta di almeno 1.000/1.200 metri, in quanto vi sono alcuni passi da valicare e io non ho intenzione di correre o di fare un tour de force. Non ci sono neanche mezzi via terra per arrivarci. La jeep arriva solo fino a Jumla e ci impiega 36 ore, e da lì si deve comunque proseguire a piedi. Il consiglio che ci hanno dato, la cosa più sensata da fare, è prendere un volo da Talcha a Nepalgunj l’indomani e il giorno successivo volare su Jhupal. Tutto ciò sempre se ci sono i voli. Così facendo abbiamo 7 giorni di tempo da dedicare al trekking in Dolpo, potendolo fare con più calma. La cosa fatta così ha senso. Quindi oggi andiamo a Talcha.
Dopo una bella passeggiata immersi nella foresta, dall’alto tra i rami dei pini, scorgiamo la pistina sterrata dell’aeroporto di Talcha, e arriviamo giù al villaggio alle 11.30 sotto un sole caldissimo. A Talcha ci sono quattro case e tutte e quattro sono dei lodge che sorgono su un piccolo promontorio proprio al di sopra della pista dell’aeroportino. Dopo aver fatto il bucato e steso al sole i miei pantaloni, le magliette, i calzini e quant’altro,  mi metto su una panca di legno al sole ad aspettare il mio piatto di noodles liofilizzati cinesi saltati a cui sta volta hanno aggiunto sagh e uovo. Gran lusso. Altro lusso: qui hanno la CocaCola e la Sprite.
Per l’indomani ovviamente non c’è la sicurezza che la Tara voli su Nepalgunj. E’ da tre giorni che non decolla niente per via del vento quassù e della nebbia giù a Nepalgunj. Il padrone del lodge però dice che domani noi voleremo. Fidiamoci.
Saliamo su al primo piano a vedere le camere. La nostra stanza è molto grande con tre lettoni uniti insieme con materassi sottili, ma pur sempre materassi , e con la corrente elettrica disponibile per ricaricare i nostri telefoni e le batterie della macchina fotografica.
Qui la Ncell prende e io ne approfitto per chiamare a casa e per sentire Francy. La sera ceniamo con dhal bhat e curry di patate. Poi arriva un grosso gruppo “Piemonte vacanze”. Almeno una trentina di arzille vecchiette di Pokhara che sono arrivate qui in jeep e che l’indomani sarebbero andate a piedi al Rara Lake per un pellegrinaggio e un bagno sacro nel lago in onore di Shiva. Villa Arzilla in vacanza.
La più giovane avrà avuto 60anni e la più vecchia 85. Chiacchierano, ridono e scherzano e si piazzano con me tutte intorno alla stufa chiedendo foto e parlandomi in nepalese come se io fossi una di loro. Sono simpaticissime e non mi mollano un secondo. Con loro c’è solo un uomo, un signore sulla settantina che scherza un sacco anche lui fingendosi il fidanzato una volta di una poi di un’altra vecchietta. Trascorro una serata un sacco spassosa e verso le 21.30 si va a nanna. Salutiamo Ram che domattina ci lascerà molto presto per tornare a Jumla in jeep e poi dormiamo tranquilli.
 
3 novembre GIORNO DI TRASPERIMENTO, volo per SURKHET (40 min) bus per NEPALGUNJ 6 ore
La mattina ci svegliamo per le 7.00, facciamo colazione alle 7.30 con la solita omelette e chapati fatto al momento. Il padrone del Lodge ci porta i biglietti aerei che scopro non essere per Nepalgunj ma per Surkhet, e ripeto lo scopro io perché per il tizio che ce li ha venduti, che siano Surkhet o Nepalgunj non fa differenza, per lui basta che il volo ci porti in pianura. La motivazione di questo comportamento approssimativo pare essere che il volo della Tara per Nepalgunj non voli neanche oggi e pare che ci siano almeno 30 persone in attesa, quando il velivolo ha posto solo per 16 e pare che oggi ci sia solo la Makalu Air che volerà però su Birendranaghar nel distretto di Surkhet con solo 8 posti. Quindi se vogliamo scendere o si va lì o si va lì. Poi da Birendranaghar, a detta del tizio, arriveremo a Nepalgunj in 2 ore di bus. Io sono perplessa ma non abbiamo alternative, quindi o così o così.
Partiamo verso le 13.30 con il Cessna della Makalu Air a 8 posti, i nostri compagni di volo sono tesi, uno di loro stringe i pantaloni di Som come per aggrapparsi a qualcosa di sicuro per tutta la tratta, mentre il piccolo aereo oscilla alle folate di vento. Il volo in se è un sacco emozionante. Sorvoliamo il Rara con le sue acque verde smeraldo che scintillano al sole, con le piccole ali accarezziamo le colline e i miei occhi si perdono all’orizzonte sulle vette innevate del gruppo dell’Api Himal. Alle 14.00 atterriamo a Birendranaghar.
Siamo davvero dispersi nel Terai. C’è un caldo e una umidità fastidiosa, caos, polvere, gas e un sacco di gente accalcata ovunque.  Fuori dall’aeroportino, che è ancora più basico di quello di Nepalgunj, ci sono due bei pick up che per 10 dollari a testa in 4 ci porterebbero a Nepalgunj, ma noi siamo solo in due. Som dice che costa troppo e che è meglio aggregarsi ad altri passeggeri.
Ci sono due nepalini che come noi devono andare a Nepalgunj ma non se la sentono di spendere 10 dollari a testa quando con 3 dollari e mezzo in microbus si arriva a destinazione. Io non sono molto d’accordo sul microbus, perché sono notoriamente mezzi di trasporto molto pericolosi, che fanno incidenti molto frequentemente. In ogni caso in questo viaggio mi sono riproposta di vivere il più possibile a stretto contatto con i Nepalesi, quindi molto stupidamente, dico a Som che non sono d’accordo ma che se loro vogliono prendere questo mezzo mi adeguerò.
Infatti dopo una mezz’ora di tragitto su sterrato in mezzo alla foresta tropicale, in una curva, un bus di linea ci prende in pieno frontale. Per fortuna non si sarà andati a neanche 30 all’ora e il bus forse anche a meno. Sta di fatto che il muso del nostro minivan è distrutto. Per fortuna nessuno di noi, ne sul bus nessun altro, si è fatto nulla di che. Siamo fortunati. Io rientro in me e mi esce un commentaccio: “la vostra vita quindi non vale i 10 dollari del pick up che potevamo prendere vero?”
Poi chiedo scusa, so come sono fatti i nepalesi. E’ inutile ogni commento. Ho sbagliato io. Avrei dovuto far di testa mia e non essere superficiale e prendere il pick up, inutile fare commenti ora davvero. In ogni caso ci è andata bene.
Arriva la polizia stradale, c’è una folla di gente in mezzo alla strada che man mano diminuisce perché ognuno prende il primo mezzo che trova per continuare il viaggio. In questi casi in Nepal paga la compagnia di bus ed è il padrone che va nelle rogne, non l’autista del bus che ci è venuto addosso e che era in contromano. Vabbè in ogni caso stiamo fino alle 16.30 bloccati sulla strada nella polvere, in attesa che arrivi un bus pubblico che vada verso Nepalgunj. Finalmente un grosso bus ci carica. Prima mi accomodo di fianco all’autista, poi trovo posto in fondo con Som. Il viaggio è lungo, in una strada molto brutta e pericolosa, inoltre restiamo bloccati per quasi 40 minuti nel mezzo del Bardhia National Park per dei controlli da parte della polizia che ispeziona la lunga fila di bus che passano di lì in modo maniacale. Quindi altro che solo 2 ore di bus per Nepalgunj. In tanto telefoniamo al Travellers Village, dove speriamo di poter passare la notte, ma è tutto full booked, chiediamo quindi di darci l’indirizzo di qualche altra guest house o hotel dove poter andare a dormire, in modo da arrivare a Nepalgunj già con una meta e non dover girare ancora come due trottole anche per cercar da dormire. Alle 19.45 cambiamo bus in una stazione di una cittadina del Terai e alle 20.30, nel buio pesto, finalmente strilliamo all’autista di fermarsi. Noi siamo arrivati al Siddartha. Siamo un po’ stanchi e molto impolverati. Questo posto è un grosso hotel indiano, un gran casermone, le stanze però hanno tutti i comfort. Ci facciamo una bella doccia calda, ceniamo in pace e poi ci accoccoliamo a nanna. Che giornata.

4 novembre IN ATTESA
Ci alziamo prestissimo, è ancora buio, prendiamo il primo tuk tuk e ci presentiamo in aeroporto alle 6.30 nel tentativo di prendere il primo volo disponibile per Jhupal. Ma non c’è verso.
Oggi non vola nulla, tutto fermo perché su c’è troppo vento. Verso l’ora di pranzo, ci rassegniamo, prendiamo il nostro saccone e usciamo. Ci fermiamo all’Himali Guest House, che sta appena fuori dai cancelli dell’aeroporto e che per le 13.00 avrà libera una stanza dove poterci alloggiare. Pranziamo. Dopo una mezz’ora di pennica decidiamo annoiati di uscire. Non c’è granché e, visto che l’aspetto desolante della città non ci attira per nulla, decidiamo di farci una camminata in campagna. Passeggiamo per circa tre ore nei campi e nelle stradine di campagna della periferia di Nepalgunj. Io e Som insieme come sempre stiamo le ore a parlarci senza neanche renderci conto del tempo che passa. Qui non c’è nulla a parte qualche casetta e i campi coltivati sono molto pochi. Qui non abita molta gente e crediamo che più nessuno abbia voglia di lavorare come contadino queste terre. Molti emigrano in India o si trasferiscono a Kathmandu in cerca di miglior fortuna. Davvero a Nepalgunj non c’è proprio più nulla.
Torniamo e ci facciamo due o tre spiedini di montone e dei noodles per cena. Siamo seccati di aver buttato via una giornata così. Ma non avevamo alternative.

5 novembre JHUPAL (2475m) - CHHEPKA (2720m) con volo di 50 minuti, 1° GIORNO DI TREKKING 7 ore di cammino
Anche stamattina ci svegliamo col buio alle 5.30.
Andiamo in aeroporto e finalmente alle 6.30 riusciamo a decollare. Alle 7.30 atterriamo nella piccola pista sterrata di Jhupal dopo aver accarezzato le montagne ancora una volta con le piccole ali del nostro twin otter. Raccogliamo i nostri bagagli dalla pista facciamo conoscenza col gestore del Tripura Lodge dove, una volta lì, ci facciamo una bella colazione in attesa che lui ci trovi un portatore che ci accompagni sulla via per il Phoksundo. Anche qui, ne io ne Som sappiamo la via, se non basandoci sulle nostre mappe, quindi ci sarà utile un esperto compagno di trekking. Verso le 8.00 ci presenta Narendra Magar, un portatore cuoco con 9 anni di esperienza  in trekking e grandi traversate. Ha fatto collegamenti Dolpa/Mustang, e Dolpa/Annapurna Circuit e numerose salite a peaks minori di oltre 6000 metri. Parla un inglese più che discreto e pare essere un portatore decisamente di livello sopra la media.
Partiamo alle 8.45 e attraversiamo Jhupal in discesa sui suoi scalini. E’ un paesino molto grazioso, abbarbicato su questo colle a poco meno di 2500 metri di altezza. Pare essere un luogo vivace: ci sono guest houses e scorgiamo due gruppi di occidentali alle prese con dei kayak in un cortile.
Usciti dal villaggio la discesa ripida ci porta ad alcuni campi coltivati fino a giungere alle 10.30, costeggiando il fiume Suli Khola, al villaggino di Rupgard (2070m). Ci fermiamo di già e ci mettiamo a giocare una bella partita di pallone con un bimbo nello spazio dove c’è il camp site. Qui scorgo il primo chorten Bonpo del trekking. Salgo a vederlo più da vicino e noto essere uguale a tanti altri visti, con le offerte, gli incensi e tutto il resto come da manuale. Decidiamo di pranzare qui. Ripartiamo alle 12.15 e arriviamo a Sulighat (2282m) al check post alle 12.45. Qui c’è una casetta piena di vecchi depliants impolveratissimi sul Dolpo. Prendo il ticket per il Phoksundo e Shey National Park e riprendiamo il cammino. Verso le 13.00 attraversiamo il Bhim Bridge, il ponte più lungo della zona, 90 metri, che segna l’ingresso nell’area protetta del Parco di Shey e Phoksundo.
Da qui, costeggiata una caserma si passa su un piccolo ponticello di legno e poi in lieve su e giù si arriva al piccolo abitato di Kageni a 2400m dove giungiamo verso le 14.10. Qui c’è una guest house dove c’è una vecchia conoscenza di Narendra e ci fermiamo a bere un ottimo kalo chya, il tea nero che tanto si usa bere in Himalaya. Qui ogni guest house ha un camp site, uno spiazzo molto grande e verde con bagni in muratura adibito a ospitare le tende degli escursionisti che vengono a far trekking da queste parti. Rispetto al Mugu, qui nella Dolpa sono un sacco più avanti e molto più ricettivi. Si vede che qui passano gruppi di persone e di trekkers occidentali. La gente è più abituata a vederci e non ha tutta la curiosità che ho visto negli occhi delle popolazioni del Mugu.
Ripartiamo alle 14.40 e dopo aver attraversato varie volte il fiume Phoksundo Khola, in cima a una salita immersi nella foresta di questa stretta valle abitata da pini, cipressi, bamboo e ginepri, alle 16.15 arriviamo a Sanghta che non è altro che una casa con una tettoia per sosta di fortuna. Ci fermiamo un quarto d’ora a sgranocchiare cioccolato e con gran sorpresa alle 17 arriviamo a Chhepka (2720m) allo Yak Hotel. Pensavamo fosse molto più distante. Lo Yak Hotel sta dal lato opposto della strada rispetto alla casa dove si mangia, le stanze sono al piano superiore, c’è luce elettrica e i letti sono delle casse ripiene di riso con dei buoni materassi sopra. La nostra stanza è tappezzata di poster di attori di Bollywood. Il bagno è all’esterno nel Camp Site. A me sto posto pare un sacco carino. Facciamo conoscenza con la famiglia. Le donne sono intente a pulire le patate e le zucche per la cena.
Anche durante questo viaggio ho avuto la bella opportunità di stare a stretto contatto con la popolazione locale e sta volta forse ancora di più, non essendoci altri western in giro, ho potuto stare con i Nepalesi proprio costantemente. In cucina quindi oltre a imparare parole nuove e a chiacchierare ho potuto partecipare anche all’economia domestica delle case che mi ospitavano. Ho seguito passo dopo passo come si fa a fare un dhal bhat come Dio comanda e un curry di patate e zucca buonissimo. Ora potrei essere una provetta cuoca nepalese. Stasera per cena dhal bhat, per non smentirsi mai, anche qui come nel Khumbu o in Annapurna vale il detto: “dhal bhat power for twenty four hour”.

6 novembre CHHEPKA (2720m) - CHUNUWAR (3100m) 2° GIORNO DI TREKKING 5 ore di cammino
Partiamo con calma alle 9.00.
Con grossi saliscendi ci si addentra in una stretta valle profonda creata dal Pokhsundo Khola, che si sta seguendo nel cammino. Da entrambe le parti rocce sormontate da pinete torreggiano sul sentiero che va su e giù rispetto al fiume e lo attraversa varie volte su ponti di legno. Dopo l’ennesima salita e discesa bella ripida arriviamo a Renchi a 3010m alle 12.45. Dove rimaniamo fermi fino alle 14.30. L’aria è calda e riesco a stare in canottiera a prendere un po’ di sole. Riprendiamo il cammino e dopo circa 50 minuti (camminando a destra del fiume) la via si fa più larga, ci sono altri ponti ma non vanno attraversati e si deve continuare sul largo sentiero che ritornerà stretto in 20 minuti.
Si passa poi da una scuola a 3123m e poi, dopo poco, si arriva a Chunuwar alle 15.45. Stiamo allo Jharana Lodge che ha camere al piano di sopra con letti decenti e luce elettrica, ma abbiamo il vetro della finestra rotto. Pazienza. Il bagno è al pian terreno all’esterno, appena giù dalle scale. Prima di fermarsi al Jharana è carino far visita all’Amchi Hospital. E’ una clinica dove opera un Amchi, un dottore di medicina tradizionale tibetana Bonpo, di solito è un monaco, un Lama e a lui fa riferimento tutta la popolazione del circondario, che lo preferisce di certo ai medici classici. La medicina tibetana ha una tradizione millenaria, quando era aperto ero stata all’Tibetan Hospital di Drepung a Lhasa ed era stato illuminante.
Questa medicina usa tecniche come l’analisi dei polsi (con polsi intendo i punti di repere corporei dove si avverte il battito arterioso) e l’analisi delle urine, per la diagnosi. Come trattamenti utilizzano medicine fatte con le erbe, ossa di animali, minerali associati a terapie fisiche come l’agopuntura. In questo Ospedale, se lo si trova aperto, si possono vedere tutte le erbe  e i minerali usati per la cura delle persone.
Passo il resto della serata in cucina.
C’è un gruppo di 6 Cechi e Slovacchi che è di ritorno da un Upper Dolpa Trekking non concluso. Due di loro hanno avuto gravi problemi di dissenteria e uno di mal di montagna acuto, e ora stanno tornando verso Dunai e Juphal pian pianino. Loro hanno piantato le tende nel camp site e ora stiamo chiacchierando tutti insieme come è buona abitudine durante i trekking. Dopo cena verso le 20.00 usciamo tutti. Ripetuti ruggiti vengono dalla foresta. Qualcuno azzarda: “there’s a snow leopard?” ma è più semplicemente uno spaventatissimo wild cat, una sorta di lince himalayana, uno splendido esemplare i cui occhi luccicano alla luce delle nostre torce. Andiamo in stanzetta verso le 21.30, con il venticello in stanza. Som mi abbraccia forte forte per una decina di minuti per trovare un po’ di tepore prima di dormire, poi ci mettiamo a nanna.

7 novembre CHUNUWAR (3100m) - RIGMO (3641m) 3° GIORNO DI TREKKING 2 ore e 45 di cammino
Al mattino fa molto freddo e la fontana fuori dalla guest house ha l’acqua ghiacciata. In casa non ci sono uova quindi ci accontentiamo di far colazione con chapati appena fatto e marmellata. Partenza alle 9. Non riesco a camminare solo con la maglia di cotone e devo mettermi per forza la giacca di pile windstopper. Per terra il sentiero è duro dal freddo, tutto ghiacciato con i fili di erba gialli cristallizzati dalla brina. Da qui il sentiero diventa sabbioso e inizia a salire in un ambiente desertico macchiato solo da qualche cespuglio. Il percorso prima è in falso piano poi in salita bella ripida. Alle 11.00 arriviamo al view point su una bellissima cascata, la Suligad waterfall, che coi suoi 167 metri è la più alta del Nepal. Ci rimuoviamo alle 11.45 e dopo 5 minuti finalmente si ha la prima bella visuale sul lago Phoksundo dove ci fermiamo a seguire con lo sguardo una coppia di manguste che si arrampica sulle rocce. Arriviamo al passo a 3727m dopo gli ultimi 100 metri di dislivello, poi il sentiero scende lievemente e si apre sulla Valle di Rigmo che ci accoglie coi primi Chorten Bonpo.  Alle 12.30 siamo a Rigmo (3641m). Dietro Ringmo i monti dell’Himalaya coperti di neve si stagliano all’orizzonte: Norbung Kang (6085 m), Byas Risi (5416 m) e Kang Tokal (6294 m).
Ci fermiamo allo Sherpa Hotel and Lodge. Qui pranziamo.
 
Rigmo è un villaggio carinissimo. Qui la gente pratica la religione prebuddhista Bon che è stata fondata più di 18000 anni fa dal Buddha Tonpa Shenrab Miwo. Si crede che la Dolpa fosse il centro del Regno Bon, chiamato Zhang Zhung, un grande e potente regno che copriva le regioni Ovest e Nord Ovest del Tibet, ed è per questo che nella Dolpa c’è ancora oggi una gran concentrazione di Bonpo (Gente Bon). Nel VII secolo lo Zhang Zhung fu destituito dal regno Buddhista del Tibet e i Bonpo sono andati man mano scomparendo (in Tibet sono molto rari, anche se molto della religione Bon è stato assorbito del Buddhismo Tibetano).
La religione Bon, è più vicina all’animismo oltre che al Buddhismo Tibetano, è tuttavia difficile da distinguere da quest’ultima per un profano. Per vedere alcune differenze basta fare caso ad esempio al modo in cui essi sui avvicinano ai loro luoghi sacri, ai chorten, ai muro mani, per capire che il loro approccio è diverso, a partire dal fatto che ci girano attorno in senso antiorario, quando invece i Buddhisti lo fanno in senso orario, anche i loro abiti sono diversi.
Comunque tornando al mio itinerario a Rigmo si trovano finalmente anche molti prodotti artigianali fatti a mano. Le donne qui usano il telaio e producono cinture, borse, stole e coperte fatte di lana di yak, che non è poi così comune trovare altrove. Ci sono dei negozietti che vendono questi prodotti e anche altro, tipo biscotti, e il tutto aiuta la microeconomia locale. Le donne stanno a cucire e tessere fuori dagli usci delle case, ed è uno spettacolo unico a cui assistere con umiltà.
Rigmo sta sulle rive del lago e il panorama qui, come detto sopra, è spettacolare. Mentre Narendra si riposa giocando a biliardo, io e Som decidiamo di andare a vedere il lago da vicino e ci incamminiamo nei vicoli di questo meraviglioso villaggio Bon verso la riva del lago. Qui scorgiamo un altro bel camp site. Proprio in un promontorio sopra il lago. Una posizione invidiabile. Andiamo a vedere e subito ci si riconosce, sono il gruppo del Lower Dolpo che avevamo incontrato all’aeroporto. Due di loro ci vengono incontro: “la ragazza e il nepalese!” esclamano: “Come state?” E’ bello rincontrarsi, così sperduti in HImalaya. Anche qui il mondo è piccolo e il karma porta sempre buoni incontri. Queste due donne ci raccontano di un trek molto bello, ma luoghi desolati e duri, asserragliati da un freddo ghiacciato costante. Io racconto del Mugu e delle sue dure condizioni di vita. Una di loro è Buddhista ed è affascinata dal Dolpo e dai culti Bon e quasi si commuove ad ascoltare i miei racconti. Chiedo dove sia Alessandro, il loro leader. E’ perso al Gompa Bon con la sua inseparabile telecamera. Infatti qui c’è un bel monastero Bonpo da visitare dove si può vedere una statua del fondatore della religione Bon: Tonpa Shenrab Miwo.
Da qui se si ha tempo o voglia, si può fare parte della Demon Trail, quella via attraversata dalla carovana di yak di Tinlè raccontata nel film “Himalaya, l’Infanzia di un Capo” di Eric Valli (in inglese Caravan). Il Film racconta la vita di una comunità di Dolpopa, dedita al commercio e scambio di tsampa e sale col Tibet con le carovane di Yak. Nel film uno yak, mentre percorre la via dei demoni, cade nel Phoksundo Lake, proprio nel tratto che si può visitare da Rigmo. Questa via è molto esposta ma spettacolare a strapiombo sul lago e la vediamo bene proprio qui dal camp site. Tra l’altro non possiamo credere ai nostri occhi. Una carovana di Yak sta scendendo dalla montagna proprio in questo momento, nel silenzio più assoluto, si sentono solo i grevi passi dei possenti animali che fanno scricchiolare i grossi massi del sentiero sotto di loro. Uno spettacolo commovente. Mi sembra di essere proprio sul set del film Caravan.
Io e Som ci incamminiamo intorno al lago, che ha dei riflessi blu cobalto di una bellezza indescrivibile. Il sentiero percorre il limitare della pineta e andiamo verso il Gompa Bon. Quando arriviamo è tutto chiuso e non vi è neanche un monaco, ma risulta spettacolare comunque, con tutta la fila di chorten in riva al lago. Questo luogo ha un’atmosfera suggestiva che si perde nella notte dei tempi. Io e Som siamo in infradito coi calzettoni, come due giapponesi. Quando il sole cala, scende giù un freddo indescrivibile e tutto il sentiero si copre di cristalli di ghiaccio. Nei punti più a nord per terra c’è ancora la neve. Ci abbracciamo felici e torniamo verso il campo a salutare le due trekkers. Poi sgambettiamo fino alla nostra Guest House. Io devo coprirmi di più.
Messi i pantaloni di pile, i calzettoni pesanti e il piumino mi sento decisamente meglio. La mamma Bon sta preparando il dhal bhat per la cena, in tanto in casa c’è movimento. Ci sono tre monaci a cena e sono qui non a caso. Da stasera inizieranno a officiare una Puja. Sono davvero molto fortunata perché sono arrivata qui proprio in un momento propizio. Due volte l’anno a Rigmo si officia una Puja, quando è il tempo di migrare e dagli alti pascoli si comincia a scendere a Valle per l’inverno. Quindi si benedicono le case, i sacchi si riso, la farina e le sementi, idem si fa quando dalla Valle si ritorna in montagna in estate. Così di casa in casa, ogni sera si tiene una Puja, finché tutto il villaggio sarà benedetto.
Questa cosa è davvero autentica, rara e unica e sono davvero grata al karma di avermi concesso questa opportunità. Decido di andare ad avvisare il gruppo di italiani che c’è questo evento. Non possono perderselo. Quindi mi incammino verso il camp site. Trovo Maria e la sua amica nella tenda cucina e le avviso.
Vado poi a salutare finalmente Alessandro e invito tutto il gruppo a venire nella guest house dopo cena per la Puja che dovrebbe continuare fino alle 22.00.
La Puja viene officiata nel Dhukang della casa.
Qui ogni casa ha il suo piccolo Dhukang, con le statue delle divinità. I tre monaci stanno salmodiando mantra e suonano cembali, gya-ling e tamburi officiando la Puja.
Poco dopo le 20.30 arriva tutto il gruppo capitanato da Alessandro con la sua telecamera, offriamo loro del tea e pian piano si mettono in fila sulla porta ad assistere alla benedizione e alla preghiera.
Domani faranno un Cham, dicono intorno alle 10.00, e io non me lo voglio perdere per nulla al mondo. Anche il gruppo deciderà di fermarsi per assistervi.

8 novembre RIGMO (3641m) - CAMP SITE PHOKSUNDO (3900m) 4° GIORNO DI TREKKING 3 ore di cammino
Ci alziamo con calma per le 7.30 che già i monaci sono in preghiera.
Esco a lavarmi e devo rompere il ghiaccio con un pugno per poter accedere all’acqua che sta nella bacinella fuori dalla Guest House. Fa freddino. Poi rientro per mangiare. Dopo la colazione però non si è ancora capito a che ora ci sarà davvero il Cham.
Le danze Cham sono danze propiziatorie, meditazioni in movimento che inscenano l’eterna lotta tra il bene e male in cui prevale sempre il bene. Di solito raccontano la storia di un demone che si è accaparrato potere e ha messo a ferro e fuoco il villaggio, arriva poi la divinità buona e il maestro che in una lotta all’ultimo sangue riesce a sconfiggere il demone e a riportare la serenità nel villaggio.
Verso le 10.00 arriva anche il gruppo di trekkers e aspettano tutti con ansia l’inizio delle danze, mentre i monaci hanno già iniziato la benedizione della maschera irata del Dharmapala, il protettore della fede, che verrà indossata dal monaco officiante il Cham.
Intanto nel cielo volteggia un enorme rapace, mi dicono essere uno splendido esemplare di Gipeto Barbuto, che mi dicono abbia un’apertura alare di oltre due metri.
Qui in Nepal non finisco mai di imparare cose nuove e ogni incontro che faccio sono sempre più convinta sia legato al Karma.
Finalmente verso le 12.00 il Cham ha inizio. Il monaco è molto veloce e fugace, ma risulta essere comunque interessante assistere a un evento per nulla turistico come questo.
Salutiamo i trekkers che sono sulla via del ritorno e ci diamo appuntamento per il 13 a Kathmandu per una pizza da Fire and Ice.
Io e Som, verso le 13.00 ci incamminiamo verso la Demon Trail per percorrerla fino all’alto passo in cima al Lago Phoksundo. Costeggiamo la riva del lago che con le sue acque cristalline si frange sulle pareti a picco sul lago.
La Demon Trail è proprio abbarbicata in bilico tra precipizi e acque blu.
Il sentiero è molto stretto e in alcuni punti è davvero impressionante come sia scavato nella roccia a picco sul lago, a tratti sale dolcemente e a tratti è più ripido fino a poi scendere in una pineta in riva al lago, attraversata la quale poi risale sassoso e ripido fino al passo, dove a 3900 metri di altezza sventolano al cielo le innumerevoli Dar Cho, le bandiere di preghiera Tibetane. Arriviamo qui verso le 15.00 ma non rimaniamo in sosta più di 10 minuti perché fa troppo freddo ed è un sacco ventoso, così tanto che si fa fatica a star fermi a godersi il panorama del lago sottostante incoronato dalle vette innevate che sui ergono sopra Rigmo. Io e Som siamo al settimo cielo.
Siamo arrivati alla meta e ricordiamo tutti i bei momenti che abbiamo condiviso in 5 anni di intensa amicizia: l’avventura a Gokyo, la salita al KalaPattar, le gioie e le difficoltà vissute insieme vicini vicini, sempre come fratello e sorella. ”Me and you, always lost in the Himalaya!”
Alle 16.00 siamo già di ritorno, mentre i monaci sono ancora immersi nella Puja e il monaco vestito da Dharmapala sta ancora danzando dentro il Dhukhang. In cucina, la mamma Bon sta cuocendo il tibetan bread da dare ai monaci e suo marito Sherpa sta preparando le Khata benedette in cui mettere le offerte da dare ai monaci a Puja conclusa.
Mi affaccio alla porta del Dhukhang e mi rendo conto che, stranamente rispetto a ogni altra Puja a cui ho assistito, i monaci sono totalmente in trance per i vapori dell’alcool. Con Som abbiamo verificato che si saranno scolati una caraffa di chang e una di rakshi a testa. Impressionante. Tanto che lui mi fa: “this is not a normal puja, this is a drunk puja”. Ceniamo e alle 21.30 andiamo a dormire, mentre i tamburi e i mantra echeggiano ancora nelle pareti della casa facendoci da ninna nanna.

9 novembre RIGMO (3641m) - CHHEPKA (2720m) 5° GIORNO DI TREKKING 5 ore e 35 minuti di cammino
Dopo una buona colazione a omelette e chapati fatto in casa, partiamo alle 8.15. Narendra ha sempre un passo invidiabile. Sto ragazzo ha una forza fisica impressionante, lo vediamo perdersi all’orizzonte col nostro saccone da 14kg sulle spalle.
Appena sopra Rigmo, dopo una bella salita di 45 minuti arriviamo al passo a 3727m alle 9.00 e qui inizia la ripida discesa su terreno sabbioso che per le 9.20 ci porta al primo step, dove ci si può sedere per 5 minuti a bere un po’ e a mangiarci un po’ di cioccolato.
Siamo veloci e alle 10.00 siamo a Chunuwar. Da qui si entra in uno splendido bosco e tra un passaggio in foresta e altro in coste a roccia, in continui saliscendi proseguiamo fino a Renchi (3010m) dove arriviamo alle 11.00. Stiamo fermi per due ore per pranzo, proprio dove ci eravamo fermati all’andata. La famiglia ci cucina ottimi noodles fritti e stiamo a chiacchierare al sole e a goderci la brezza fresca.
Il percorso da qui risale inesorabilmente in mezzo al bosco, il sentiero sale in alto sopra il fiume e poi scende di nuovo facendo sì che il tempo che ci si impiega al ritorno sia pressoché lo stesso dell’andata viste le lunghe salite e le altrettanto lunghe discese. Ci si accorge che comunque si sta scendendo per il fatto che la vegetazione cambia, si vedono di nuovo le piante di bamboo, che in alto ovviamente non crescono.
Arriviamo a Chhepka (2720m)alle 15.50 allo Yak Hotel dove ci accolgono con calore. Dopo esserci dati una lavata alla fontana ci accomodiamo nella dining attorno al focolare con tutta la famiglia a far veder loro le foto scattate durante il nostro trekking in attesa che arrivi l’ora di cena. Un ottimo dhal bhat con curry di patate e zucca ci aspetta. Qui la mamma è stata da noi eletta essere la cuoca migliore della Dolpa. Cucina davvero da Dio. Dopo lunghe chiacchiere e risate, alle 21.30 andiamo nella nostra stanzetta con i poster di Bollywood e i letti di casse di riso. A nanna.

10 novembre CHHEPKA (2720m) - DUNAI (2140m) 6° GIORNO DI TREKKING 3 ore e 45 di cammino
Ci alziamo con calma alle 7.30.
Questo è davvero il trekking più pigro che ho fatto in Himalaya, in tanti anni non mi è mai successo di partire sempre così tardi. Dopo la colazione sempre a base di omelette e chapati partiamo alle 9.25 e dopo un bel saliscendi in mezzo al bosco arriviamo a Sanghta alle 10.00. Il percorso si snoda poi in un sentiero che passa per chilometri in una sterpaglia naturale di Marijuana, che cresce rigogliosissima per dispetto. Me ne accorgo non tanto con il senso della vista quanto con l’olfatto: “Som what’s this wonderful smell?” scoppiamo a ridere e facciamo un po’ di foto che mi riprometto di mandare a Carlitos, il nostro amico “hashish kanè manche” innamorato dell’Himalaya come noi.
Passiamo da un villaggio abbandonato che verrà presto ripopolato dai Bonpo non appena giungeranno a Valle dall’Alto Dolpo con le loro mandrie di Yak in transumanza. Facciamo uno stop di mezz'ora sulla via per fotografare le scimmie che scorrazzano tra un albero e un altro e per far passare una carovana di djopke. Arriviamo a Kageni alle 11.30 e ci fermiamo dall’amica di Narendra  per il pranzo al sole su un verdissimo prato. Ne approfittiamo per fare il bucato delle nostre magliette e per darci una lavata alla fontana, vista la temperatura calda che c’è oggi.
Per la via da seguire oggi abbiamo due alternative, o ci fermiamo a Rupgard  e l’indomani ci facciamo la passeggiata in salita per Jhupal o andiamo a Dunai, visto che non l’abbiamo visitata e ci pare una buona idea allungare e fare questa deviazione. Ripartiamo alle 13.45 e alle 14.50 siamo a Suligath (2282m) a registrarci al check post. Narendra lo abbiamo perso, o meglio, ci ha seminati, e arrivati al ponte di ferro Bhim Bridge non lo oltrepassiamo ma continuiamo sul versante est del fiume sulla via per Dunai. Costeggiamo il fiume nel brullo e sassoso sentiero che sembra non finire mai e arriviamo a Dunai alle 16.00. Dunai sorge su entrambe le rive del fiume in un dedalo di viuzze che hanno tutte gli stessi negozi che vendono tutti le stesse cose. Pare essere l’ultimo posto, a parte Jhupal, dove fare i rifornimenti per i camping trek e le spedizioni verso la Dolpa, ma in se non ha nessuna attrattiva, Jhupal è decisamente molto più carino.
Ci fermiamo per la notte in una sgangherata e sporca Guest House. Non abbiamo voglia di sbatterci a cercare altro, quindi ci accontentiamo, tanto è solo per una notte. Qui Ncell prende e non perdo occasione di chiamare il mio Bramhino e di chiedergli una bella pizza per la cena del 12. Lui è quasi preoccupato, non mi sente da Rigmo, dove l’ho chiamato con la scheda HalloNepal di Narendra, l’unica che prendeva. In ogni caso avevo avvisato che durante questi due percorsi di trekking sarebbe stato difficile avere contatti telefonici.
Ceniamo e poi facciamo una passeggiata. Dunai sembra una città fantasma, tutto chiuso e tutto buio. Camminiamo sulla via principale un po’ sterrata un po’ no e ci sembra di stare in un film in bianco e nero. Dopo essere arrivati in fondo al villaggio torniamo indietro e andiamo a dormire alle 21.00.
 
11 novembre DUNAI (2140m) - JHUPAL (2475m) 7° GIORNO 4 ore a piedi, noi in jeep ci abbiam impiegato 1 ora e 30
Ci alziamo alle 7.30, colazione con pane tostato e omelette. Sta mattina abbiamo cambiato tipo di pane. Un lusso. Partiamo alle 8.30, dopo una mezz’ora di passeggiata, incrociamo una jeep parcheggiata in attesa degli ultimi tre avventori. Narendra e Som si guardano e poi mi guardano. “Pigri!” Gli dico. Ridiamo tutti e tre: “questo stava aspettando noi? Dai ragazzi, ho capito! Chiedete quanto vuole per andare a Jhupal!” sarebbero circa 4 ore di cammino con circa 400 metri di salita, e in jeep invece in poco più di un’ora arriveremmo su. Per 300 rupie a testa (meno di tre euro) alle 9 ci carica sulla jeep insieme a una famiglia Bonpo, a due ragazzini e a una ragazza. Il percorso è accidentato, a volte la strada mi pare anche un po’ pericolosa, con tornanti a picco su improbabili burroni sopra il fiume. In ogni caso ci divertiamo e in un’ora e mezza arriviamo a Jhupal. Sono le 10.30 quando percorriamo le ultime scalinate in salita che ci portano al Tripura Lodge, in cima alla cittadina di Jhupal. La giornata è calda e splendida e ne approfittiamo per fare il bucato: pile, pantaloni da trekking, magliette e calzini. Tutto si asciuga in neanche un’ora e a pranzo possiamo piegare e mettere via tutto, ora che si è alzato un vento poderoso. Juphal mi ricorda Jomsom e l'Upper Mustang a livello del meteo. Dopo una certa ora, a fine mattinata, si alza il vento. Quindi niente più voli. Il paesaggio qui è brullo, ma ha il suo fascino, mi piace. Stiamo seduti in giardino a chiacchierare e alle 15.30, quando il sole cala dietro la montagna, dobbiamo subito vestirci, con tanto di giacca a vento, perché la temperatura diminuisce drasticamente. Ci chiudiamo nella dining a vederci un polpettone di Bollywood davvero divertente in attesa della cena. Narendra è felice, dice di essersi trovato strabene con noi e vuole cucinare per me per farmi un piacere. Mi prepara una pizza focaccia ricchissima. E’ davvero bravo e io sono quasi commossa per la sua dedizione. E’ stato bravissimo. Siamo stati un terzetto vincente, siamo stati davvero bene insieme. Narendra ci promette che domattina verrà con noi in aeroporto a salutarci. Alle 21.00 io e Som ci ritiriamo in stanza. E’ molto grande e, lusso dei lussi, abbiamo anche il bagno in camera. Certo i vetri alle finestre non ci sono e fa un gran freddo, ma siamo felici. Ci mettiamo sul letto a vedere un documentario su National Geographic, ebbene sì abbiamo pure la TV, e poi andiamo a dormire.
 
12 novembre 8° GIORNO volo di 50 min JHUPAL - NEPALGUNJ e volo NEPALGUNJ - KATHMANDU nel pomeriggio
Alle 6.30 siamo già all’ingresso dell’aeroporto con Narendra. Quando ci fanno entrare, lo salutiamo, lui ci regala un sacco di brown rice del Dolpo da 5kg, che ci era tanto piaciuto. Poi ci mettiamo in pista ad attendere che arrivi il twin otter della Tara a prenderci. Alle 8.40 l’aereo prende la sua goffa rincorsa sulla pista serrata e si lancia nel vuoto prendendo quota di fronte alle brulle colline di Jhupal.
Arriviamo a Nepalgung alle 9.30, ma non riusciamo a imbarcarci nel volo per Kathmandu delle 10.00. Dobbiamo quindi aspettare quello del pomeriggio che partirà alle 17.00. Usciamo dall’aeroporto e ci dirigiamo all’Himali Guest House dove ci ospitano volentieri in attesa del nostro volo. Ne approfittiamo per farci una bella doccia fredda e per lavarci bene i capelli che asciugheremo poi al caldo sole di Nepalgunj, poi nel pomeriggio alle 16.00 ci presentiamo in aeroporto dove per le 17.00 siamo già sull’ aereo seduti al nostro posto in attesa del decollo. Dal volo ci godiamo un tramonto strepitoso sul Manaslu rosa e viola coi suoi ghiacci all’orizzonte. Lasciamo l’Himalaya un’altra volta col sorriso sulle labbra e il cuore pieno di gioia.

NON C'E' FINE NE INIZIO, TUTTO E' IN DIVENIRE
Al Planet grande accoglienza, ceno con la tanto desiderata pizza di Amrit insieme al gruppone della Mandi Namaste, tra cui tra l’altro scovo un lontano parente. Il Nepal è Karmico e come sempre mi regala incontri magici e persone meravigliose. Mi preparo a godermi gli ultimi giorni in Valle, nella mia adorata Valle di Kathmandu, con i miei amici. Riuscirò anche a fare una bella Puja a Suryabiniakh, dove non ero mai andata, il tempio dedicato all’amore e ai matrimoni, il tempio dedicato a Shiva e a Ganesh e spero che la mia benedizione sarà propizia a tutti coloro a cui ho l’ho rivolta. Il giorno della partenza i ragazzi mi dicono tutti: "non piangerai vero Didi?"
Parto senza una lacrima, perché so che anche se sono lontana il mio cuore è sempre qui, tra le mie montagne, qui con il mio Brahmino e i suoi ragazzi, perché qui in Himalaya è la mia casa. Grazie Nepal!