mercoledì, ottobre 15, 2014

festival di Tihar

Siamo nel periodo del festival di Thiar, e mi pare il caso di raccontare un po' in cosa consiste questo festival, che è il secondo festival più importante del calendario Nepalese
Il festival delle luci è uno dei più importanti festival Hindu perché è dedicato non solo agli esseri umani e agli Dei ma anche ad altre forme di vita come ad esempio gli animali proponendosi di augurare benessere, lunga vita e prosperità per tutti. Durante il festival tutte le case delle città e dei villaggi sono illuminate con innumerevoli lucine e lampade a olio decorate che brillano durante tutta la notte.
Tihar dura cinque giorni gli ultimi due di questi coincidono con il Deepavali, molto festeggiato in India, che dedica un giorno alle celebrazioni in onore di Laxmi e l’altro alla benedizione dei fratelli per augurare loro lunga vita.
La Dea Laxmi è la moglie dell’onnipotente Vishnu, ha avuto origine dall’oceano, di solito è raffigurata su un fiore di Loto e il suo veicolo è il gufo. Nel terzo giorno del festival allo scoccare della mezzanotte si dice che lei faccia un giro attorno al mondo a cavallo del suo gufo per vedere che la sta pregando.
Ovviamente una leggenda che racconta di come questa festività sia diventata così importante. Un tempo un Re era arrivato al suo ultimo giorno in vita e sapeva che a breve sarebbe morto. Il suo astrologo gli disse che un serpente sarebbe arrivato e lo avrebbe portato via. Lui però non voleva morire e chiese all’astrologo cosa avrebbe potuto fare per scampare al suo destino. Gli venne consigliato di dormire alla luce di tante lampade ad olio accese attorno al letto e di decorare tutto il suo palazzo con altre lampade durante il giorno della Laxmi Puja così la Dea Laxmi avrebbe parlato al serpente e gli avrebbe detto di non far morire il Re. Fu così che accadde che il serpente venne convinto da Laxmi. Il Serpente portò il Re da Yama Raj, il Dio della morte e degli inferi e gli disse che non era ancora giunta la sua ora. Quando Yama Raj aprì il suo libro mastro dove erano scritti gli anni di vita delle persone e gli anni che gli restavano, il serpente corresse lo zero rimasto al Re scrivendoci un 7 davanti così il Re ebbe altri 70 anni di vita, così quando Yama Raj controllò lo lasciò in vita.
La tradizione racconta che da allora si iniziò a celebrare Tihar come festa dell’altro mondo e festa di Laxmi.
Il primo giorno di festa è conosciuto come Kag Tihar o Kag Puja o Kag Parva ed è dedicato ai Corvi. Il Corvo è una sorta di portavoce degli inferi, il messaggero della morte e nella mitologia Indù è spesso simbolo di pena e tristezza. In Nepal i corvi sono sacri e non possono essere uccisi perché una leggenda narra che un tempo il corvo bevve l’acqua della vita, quindi divenne sacro. In questo giorno questi uccelli vengono venerati, viene offerto loro cibo. Le famiglie al mattino presto preparano un piatto per le offerte fatto di foglie pieno di cibo da offrire ai corvi prima che qualsiasi componente della famiglia faccia colazione.
Il secondo giorno di festa è detto Kukur Tihar o Kukur Puja (Khicha puja per i Newari). Il giorno dedicato ai cani. Una leggenda narra che Yama Raj, il Dio della morte, avesse un cane come guardiano ai cancelli degli inferi e la gente pensa che il cane sia un suo messaggero. Il cane è anche il veicolo del temibile Bhairab, il Dio della distruzione. In questo giorno i cani vengono benedetti con la tika sulla testa e gli viene messa una ghirlanda di fiori intorno al collo. Ai cani vengono date inoltre delizie da mangiare e vengono riveriti in questo che è il loro giorno di festa.
Il terzo giorno è il più importante del Tihar: il Gaj Puja o Laxmi Puja. In questo giorno vengono venerate e benedette le vacche.
Di prima mattina le si benedice con la tika sulla fronte e con una ghirlanda di fiori attorno al collo. Le vacche vengono nutrite con frutta e delizie. La vacca è considerata simbolo della madre degli uomini, simboleggia il benessere ed è l’animale più sacro per gli induisti. La vacca è inoltre l’animale nazionale del Nepal. La sera del terzo giorno è importantissima perché viene pregata e venerata la Dea Laxmi e si crede che lei venga a far visita le persone che la pregano, dando loro benedizioni e portando loro benessere e lunga vita. Nei giorni precedenti le case sono state pulite, riordinate e addobbate con luci e lanterne. La sera una piccola porzione all’esterno delle case fuori dalla porta viene dipinta con dell’argilla rossa e viene posta una lampada accesa. Viene fatto un percorso da qui alla stanza delle preghiere dove è posto il salvadanaio delle offerte che tutti i Nepalesi tengono in casa in onore di Laxmi e che è conservato con cura per quando la famiglia ne avrà veramente bisogno. Tutta la casa è illuminata con le lampade e le luci che sono appese su tutte le porte e su tutte le finestre. Laxmi viene pregata e invocata con i rituali tradizionali e quando la Puja è finita in casa si inizia la festa.
A partire da questa notte i cortili delle case e le vie si animano di festa. Questi giorni sono famosi per Deusi ani Bhailo e luci e fuochi d’artificio. Deusi e Bhailo sono le canzoni tradizionali che vengono cantate solo durante questo festival. La gente, ma soprattutto i ragazzini e le ragazzine fanno visita alle case dei vicini cantando queste canzoni e ricevendo in cambio doni e piccole mance oppure frutta, riso e selroti, un tipo particolare di pane fatto di zucchero e farina di riso. Di solito i maschietti cantano canzoni Deusi e le femmine Bhailo.
Il quarto giorno è molto particolare perché vengono fatte Puje diverse a seconda del gruppo etnico e del background culturale di appartenenza. La maggior parte della gente fa la Guru Puja. Festeggia la giornata del bue. I buoi vengono benedetti con tika e ghirlande e vengono nutriti a festa. I fedeli di Krishna invece fanno la Gobhardan Puja. Fanno una piccola montagnola fatta di sterco dove posano poi dell’erba e poi fanno una Puja che sta a simboleggiare quando Krishna alzo la collina gobhardan e salvò milioni di persone e di vacche dall’inondazione. I Newari invece fanno la Maha Puja o preghiera per se stessi. I Newari benedicono e invocano la vita facendo una Puja a se stessi. Tra l’altro questo è il primo giorno dell’anno secondo il calendario Newari ed è considerato un giorno propizio nel calendario Bikram Sambat.
Il quinto e ultimo giorno del festival di Tihar è noto come Bhai Tika, il giorno in cui le sorelle benedicono i fratelli con la tika rossa sulla fronte per augurargli lunga vita e per ringraziarli della protezione che le danno. In cambio i fratelli fanno loro dei doni o danno loro delle mance.
Gli astrologi di solito comunicano il giorno prima alla radio nazionale a che ora le sorelle dovranno dare la loro benedizione perché in Nepal per ogni cosa c’è un’ora propizia ;). Le sorelle inoltre confezionano per i fratelli delle particolari ghirlande fatte con un fiore molto duraturo che avvizzirà dopo circa due mesi e che sta a simboleggiare le loro preghiere per la lunga vita dei fratelli.
Qui finisce il festival di Tihar, cinque giorni di preghiera, colori, tradizioni in onore di Laxmi, dell’aldilà e dell’amore fraterno.
ecco qui il calendario della festa di quest'anno 2014:
21 Ottobre è il giorno dei corvi o Kag Tihar
22 Ottobre è il giorno dei cani o Kukur Tihar
23 Ottobre è il giorno delle vacche o Gaj Tihar o Laxmi Puja
24 Ottobre è il giorno dei buoi o Guru Puja o Maha Puja
25 Ottobre è il giorno della Bhai Tika

lunedì, settembre 29, 2014

festival di Dashain

Dashain è il festival più importante del Nepal, celebrato da tutta la popolazione indipendentemente dalla casta di appartenenza. Dura una quindicina di giorni e viene festeggiato anche in India nelle comunità del Dajerling, Sikkim, Ovest Bengala e in Bhutan.

Queste i giorni salienti delle cerimonie che si tengono durante il festival che solitamente si tiene all'inizio del mese di ottobre:
1° giorno – Ghatasthapana (25/09/2014)
7° giorno – Fulpati (01/10/2014)
8° giorno - Maha Astami (02/10/2014)
9° giorno - Maha Nawami (03/10/2014)
10° giorno - Vijaya Dashami (04/10/2014)
Ultimo giorno - Kojagrat Purnima (07/10/2014)
Il festival che celebra tutte le manifestazioni della Dea Durga, cade durante il mese di Kartik nel calendario Bikram Sambat, solitamente tra il mese di settembre e ottobre del nostro calendario a seconda del calendario lunare, più o meno prima del raccolto del riso. E’ un festival in cui tutte le famiglie si riuniscono e in cui coloro che sono lontani o all’estero tornano a casa per stare in famiglia.
E’ una festa che ha origine dalle antiche tradizioni animiste e tantriche legate al periodo del raccolto del riso e alla mitologia Induista.
Dashain commemora la grande vittoria degli Dei sugli spiriti maligni. Una di queste vittorie è raccontata nel Ramayana, dove il Dio Ram dopo una cruenta lotta sconfisse e annientò Ravana, il crudele Re dei Demoni. Si racconta che il Dio Ram ebbe successo in battaglia solo quando la Dea Durga venne invocata e evocata. La celebrazione del festival glorifica il trionfo del bene sul male simboleggiato dalla Dea Durga che uccise il terribile Demone Mahisasur che terrorizzava la terra con le sembianze di bufalo indiano. I primi nove giorni del Dashain simboleggiano i nove giorni di lotta con Mahisasur. Il decimo giorno ricorda quando Mahisasur venne sconfitto e gli ultimi cinque giorni simboleggiano le celebrazioni fatte per la vittoria con la benedizione della Dea Durga. Durante il Dashain la Dea Durga viene pregata come Dea Madre.
In preparazione al festival tutte le case vengono scrupolosamente pulite, decorate e spesso ritinteggiate come invito alla Dea Madre cosicché possa far visita alla casa e portare buona fortuna e benedizione.
I primi nove giorni del Dashain sono chiamati Navahratri e in questi giorni vengono fatti antichi riti tantrici. In Nepal la forza della vita è personificata nella energia divina e nel potere della donna, raffigurato dalla Dea Durga nelle sue varie forme. Tutte le divinità che sono emanazioni di Durga sono conosciute come Devis, ognuna con aspetti e poteri diversi. Nella maggior parte dei templi la divinità è rappresentata come un sacro kalash, una sorta di vaso intagliato o come una divinità con tante braccia che impugna armi. Durante questi nove giorni la gente rende omaggio alla Dea.
Il primo giorno è chiamato Ghatasthapana, che letteralmente vuol dire preparazione del vaso. Il Kalash, il vaso che simboleggia Durga con immagini della Dea di fianco, viene posto nella stanza delle preghiere. Il Kalash è riempito con acqua santa e coperto di sterco di vacca in cui vengono seminati dei semi d’orzo o grano. Viene preparato un terraglio, un piccolo rettangolo di sabbia e terra, e il Kalash viene posto al suo centro. Il tutto viene seminato. Il rito del Ghatasthapana viene fatto in un momento propizio che viene indicato dagli astrologi e il bramino invoca la Dea Durga affinchè benedica il recipiente con la sua presenza. Vengono invocate le Astha-Matrikas, le divinità tantriche e le Nava Durga, le personificazioni o emanazioni della dea Durga a cui il festival è consacrato. La stanza in cui viene posto il Kalash viene detta "Dashain Ghar" (Ghar vuol dire casa). Generalmente le donne non hanno accesso alla “Dashain Ghar” durante la Dashain Puja. Un bramino o il patriarca di famiglia tutte le mattine e tutte le sere di ogni giorno del festival fa una Puja al Kalash. Tutti i giorni il Kalash e il terraglio attorno vengono bagnati con acqua santa e si ha l’accortezza di fare in modo che il tutto sia illuminato alla luce diretta del sole.
Le donne sposate reciteranno mantra per quindici giorni e si prenderanno cura delle divinità.
Questi semi germoglieranno in dieci giorni e i loro germogli, filamenti di erba gialla, vengono detti “Jamara” e simboleggiano il raccolto. I “Jamara” saranno di buon auspicio e verranno posti sul capo dei membri della famiglia come “tika”, benedizione, il decimo giorno della festa.
Il settimo giorno, detto Fulpaati, la “Jamara” viene portata dal palazzo reale della città di Gorkha, che sta a 169km a nord ovest della Valle di Kathmandu. Una processione con la “Jamara” e altri oggetti utilizzati per fare la “tika”, viene condotta da Gorkha a Kathmandu in tre giorni di cammino e in questo giorno molti dei dignitari del governo aspettano il suo arrivo a Rani Pokhari nel tardo pomeriggio. Nella parte vecchia della capitale e in Hanuman Doka vi sono processioni e parate delle bande musicali e militari.
L’ottavo giorno, Maha Asthami, è il giorno dei sacrifici degli animali a Durga e Kali. Le Dee dei templi di tutta la Valle avranno in dono centinaia di sacrifici: dai polli alle papere, dai capretti ai bufali. La notte dell’ottavo giorno è detta “Kal Ratri”, la notte nera (Kalo vuol dire nero), in cui vengono fatti i sacrifici nei templi, nelle caserme,negli antichi palazzi e ovunque andranno avanti sino all’alba. In Hanuman Doka a Kathmandu per tutta la notte si tengono le Puje. In tutte le case vengono sacrificati animali e verranno salmodiate Puje tutta la notte. Il sangue che simboleggia la fertilità verrà offerto alle Dee. Le carni verranno portate a casa e cucinate come "prasad", cibo sacro e benedetto dagli Dei. Questo cibo verrà in parte offerto alla divinità tutelare della casa e poi distribuito a tutti i membri della famiglia. Cibarsi di queste carni sacre è considerato di buon auspicio.
I sacrifici continuano anche nel nono giorno, Maha Navami. Le famiglie visiteranno i vari templi della Valle. Il Tempio di Taleju in Hanuman Doka viene aperto al pubblico una volta l’anno proprio in questo giorno e migliaia di fedeli verranno a rendere omaggio alla Dea Taleju dall’alba fino al crepuscolo. In questo giorno si tengono i sacrifici ufficiali da parte dell’esercito all’interno del Kot, il cortile di Hanuman Doka. Questa cerimonia ai nostri occhi cruenta, può essere seguita anche da noi occidentali. Molti animali, per la maggior parte bufali, vengono uccisi a centinaia in onore di Durga per avere la sua benedizione mentre le parate militari si esibiscono con le loro bande musicali. Quando la cerimonia è finita Hanuman Doka è totalmente ricoperta di sangue. In questo giorno viene pregato anche il Dio della Creatività Vishwas Karma, l’architetto, l’ingegnere e il “designer” dell’Universo, tutte le fabbriche, i veicoli, i macchinari che ci aiutano nella vita vengono benedetti, vengono quindi fatti sacrifici anche per le automobili, i camion addirittura per gli aerei affinché Durga protegga loro e i loro occupanti dagli incidenti in cui potrebbero incorrere durante l’anno. La cosa per noi è alquanto bizzarra, ma decisamente interessante. Al massimo in Italia si assiste alla processione delle auto alla Madonna di Caravaggio per la benedizione...
Il decimo giorno “Vijaya Dashami”, verrà data la “Jamara e la “tika”, una mistura a base di riso, yogurt e polvere rossa. La “tika” che verrà preparata dalle donne. Questo giorno è molto importante perché è proprio oggi che tutti gli appartenenti alla famiglia ci tengono ad essere riuniti a casa per ricevere la benedizione della famiglia. Le sorelle più vecchie benediranno con la “tika” i fratelli più giovani e i parenti auspicando fertilità e longevità per l’anno a venire. Il rosso simboleggia il legame di sangue che unisce le famiglie. Allo stesso tempo le sorelle più vecchie faranno regali ai fratelli più piccoli o daranno loro una mancia, la “Dakshina”. La cerimonia della “tika” dura cinque giorni, giorni in cui si starà in famiglia a festeggiare mangiando, bevendo, giocando a carte.
La festa di Dashain finisce con la notte di luna piena, dopo 15 giorni di festa. Questa notte è detta “Kojagrat Purnima” o “Kojagrata” che vuol dire “essere risvegliati”. Lakshmi, la Dea del benessere, dell'abbondanza e della luce, viene invocata in questo giorno e i fedeli si fanno visita l’un l’altro.
In Nepal, la festa di Dashain è spesso l’unica occasione in cui ci si scambiano regali, abiti nuovi e in cui le famiglie più povere possono consumare dei pasti a base di carne.

lunedì, agosto 25, 2014

il mal di montagna: se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide

ACCLIMATAMENTO E MAL DI MONTAGNA ACUTO
Mi pare interessante scrivere un articolo sull’Acclimatamento e il Mal di Montagna che può essere d’aiuto a chi vuol fare trekking sull’Himalaya.
Inoltre, molti viaggiatori sono preoccupati a proposito delle malattie e della salute quando vanno all'estero e chiedono consigli sulla prevenzione e sulle terapie. Premesso che questo è un sito di viaggio e che si deve consultare un medico, vi do dei link ufficiali da consultare su questi argomenti.
- il sito della principale Associazione di Soccorso Alpino in Nepal: http://www.himalayanrescue.org/
- Il link di un libro che potete leggere sulla sicurezza in Alta Quota: Salute in Alta Quota di Jean-Paul Richalet prodotto in collaborazione con la Associazione per la Ricerca sulla Fisiologia Ambientale http://www.alpinia.net/editoria/recensioni/rec_scheda.php?id=231
- E sulla salute il link della Civec Clinic di Kathmandu, che in generale da info sulla salute per i viaggiatori che vanno in Nepal http://ciwec-clinic.com/health-information/
Le notizie sotto riportate non sono farina del mio sacco, sono prese da un articolo di Thomas E. Dietz dell’International Society for Mountain Medicine e tradotte pari pari da qui ISMM che è il sito dell'organo ufficiale mondiale che si occupa del Mal di Montagna che da lumi sulla sua sintomatologia, la prevenzione e la cura.

Acclimatamento:
L’acclimatamento è il processo con cui il corpo cerca di abituarsi alla graduale diminuzione di ossigeno in altitudine. E’ un processo lento che richiede da qualche giorno fina a alcune settimane.
Classificazione delle altitudini:
- Alta quota: 1500 - 3500 m
- Altissima quota: 3500 - 5500 m
- Altitudine estrema: oltre i 5500 m
In termini pratici generalmente non si prendono in considerazione altitudini inferiori ai 2500 m. Ma possiamo dire che la soglia significativa sia quella dei 3000/3500 m, quota alla quale la maggior parte degli escursionisti e alpinisti alpini sono abituati.
L’esposizione a quote superiori sulle Alpi si limita a tempi brevi, a volte solo di ore, e scendere a quote più basse nell’arco delle 24h è la norma. Questo fa si che il pericolo costituito dal mal di montagna sia molto limitato. Nelle spedizioni e nei grandi trekking himalayani o andini è diverso perché la permanenza a quote superiori ai 3500 m si protrae per giorni e a volte per settimane e quindi si può incappare nel mal di montagna.
Effetti dell’esposizione all’alta quota:
Alcuni normali e fisiologici cambiamenti avvengono in ogni persona che vada in quota:
- Iperventilazione (respiro più veloce, più profondo o entrambi)
- Respiro “corto” durante lo sforzo
- Cambiamenti nel ritmo respiratorio notturno
- Frequenti sveglie notturne
- Aumento del volume delle urine (si fa più pipì)
Salendo di quota attraverso l’atmosfera la pressione barometrica cala (l’aria però continua a contenere il 21% di ossigeno) con il risultato di rendere più povero di ossigeno ogni respiro. Per compensare si è costretti a respirare più velocemente e più profondamente e con lo sforzo questo si fa più evidente, per esempio camminando in salita. Restare senza fiato è normale fintanto che, con il riposo, si riprende una respirazione normale.
L’aumento della frequenza respiratoria è di fondamentale importanza e va assolutamente evitato qualunque fattore che lo deprima (alcol e certi farmaci tipo i sonniferi). Nonostante il corpo abbia questi meccanismi compensativi è comunque impossibile ripristinare i normali livelli di ossigeno nel sangue in alta quota.
La frequenza respiratoria accelerata e protratta nel tempo da una riduzione dell’anidride carbonica, il rifiuto metabolico della respirazione che viene espulso dai polmoni. La presenza oltre certi limiti dell’anidride carbonica nel sangue è il segnale al cervello che innesca l’atto respiratorio e se questa è bassa l’automatismo della respirazione non parte (la mancanza di ossigeno è un segnale molto più debole che agisce solo come valvola di sicurezza). Fintanto che si è svegli non è difficile avere una respirazione cosciente, ma di notte si instaura un anomalo ritmo respiratorio dovuto all’alternarsi di questi due segnali contrastanti.
La respirazione periodica consiste in cicli di respirazione normale che gradualmente rallenta fino ad una breve apnea che può durare 10-15 secondi. Può migliorare leggermente con l’acclimatazione ma non scomparirà fino alla discesa a quote “normali”. Questo non è mal di montagna. Il respiro periodico può comunque causare parecchia ansia:
- nella persona che si sveglia di notte nel momento di pausa respiratoria rendendosi conto che non sta respirando
- nella persona che si sveglia di notte della fase subito dopo lo stop in cui è andato in iperventilazione credendo di avere il respiro corto per edema polmonare
- nella persona che si sveglia di notte rendendosi conto che il suo vicino non sta respirando ;-)
Nei primi due casi basta aspettare qualche minuto e stare tranquilli fino a che si riprende il ritmo respiratorio, nel terzo caso poco dopo il vicino supererà lo stop e riprenderà il respiro periodico. L’acetazolamide (il noto Diamox), di cui vedremo più avanti l’azione, è di aiuto nel regolare questi meccanismi respiratori.
Forti sconvolgimenti avvengono nella chimica del corpo e nel bilancio dei fluidi durante l’acclimatamento. Il centro osmotico che rileva la “concentrazione” del sangue reimposta i suoi parametri con il risultato che il sangue si fa più denso. Da ciò deriva una diuresi da altitudine, con i reni che espellono una maggior quantità di liquidi. Le ragioni di ciò non sono state ancora pienamente comprese ma ne risulta un innalzamento dell’ematocrito (concentrazione dei globuli rossi) e forse una maggiore capacità di trasporto dell’ossigeno e un’opposizione alla tendenza alla formazione dell’edema.
E’ normale in quota urinare più del solito, se non è così vuol dire che vi state disidratando o che non vi state acclimatando a dovere.

Mal di Montagna Acuto (Acute Mountain Sickness - AMS)
Il Mal di Montagna Acuto è una costellazione di sintomi che vi segnalano che non siete acclimatati all’altitudine in cui vi trovate.
Salendo il vostro corpo si adatta al decrescere dell’ossigeno (ipossia) e c’è sempre un’altezza ideale in cui il vostro organismo è in equilibrio, con buona probabilità sarà la quota alla quale avete dormito l’ultima notte.
Oltre a questo punto c’è un’indefinita zona di tolleranza in cui il vostro organismo riesce a sopportare livelli di ossigeno più bassi, se ne raggiungete il limite superiore appaiono i sintomi di sofferenza da ipossia, e questo è mal di montagna.
Questa zona di tolleranza si muove con voi. Ogni giorno, mano a mano che salite, vi acclimatate ad un’altitudine superiore spostando così verso l’alto anche la vostra zona di tolleranza.
Andate oltre il limite per il quale siete “attrezzati” e vi ammalerete.
Il primo sintomo, quasi onnipresente, di mal di montagna è la cefalea e quando uno o più dei seguenti sintomi l’accompagna, a seguito di una salita a quote superiori ai 2500 m, va diagnosticato Mal di Montagna Acuto (AMS):
- perdita di appetito, nausea e/o vomito
- fatica e/o debolezza
- giramenti di testa e/o vertigini
- difficoltà nel sonno
Tutti questi sintomi sono stati catalogati secondo la scala Lake Luise e possono variare dal blando al grave Il mal di montagna acuto è stato paragonato ad un brutto post-sbronza e, a parte i criteri di valutazione da addetti ai lavori, ne approfittiamo per introdurre la:
REGOLA D’ORO N°1: Se non vi sentite bene in quota è mal di montagna!
a meno che non ci sia un’altra ovvia ed evidente spiegazione (come la diarrea)
Chiunque può cadere vittima del mal di montagna. Questo è fondamentalmente legato alla fisiologia individuale e al ritmo di salita. Età, sesso, allenamento o precedenti esperienze in quota non hanno effetti significativi, alcuni si acclimatano rapidamente e possono salire veloci ed altri non riescono a star bene nonostante una lenta ascensione. Sfortunatamente non c’è ancora la capacità di prevedere chi sia più soggetto al mal di montagna.

Edema cerebrale d’Alta Quota (High Altitude Cerebral Edema - HACE):
Il mal di montagna è un insieme di patologie, dalle forme più lievi a quelle che rappresentano una minaccia fatale.
All’estremo più pericoloso si trova l’Edema Cerebrale, in cui il cervello si gonfia e smette di funzionare a dovere.
L’HACE può svilupparsi molto rapidamente ed essere fatale in un arco di tempo che può andare dai due giorni alle poche ore.
Le persone in condizioni di edema cerebrale sono spesso confuse e possono non riconoscere il fatto di essere ammalati.
La caratteristica saliente dell’edema cerebrale HACE è il modificarsi della capacità di pensare. Può esserci confusione, cambi di comportamento o letargia, è presente anche una caratteristica perdita di coordinazione chiamata atassia. E’ uno stato molto simile a una fortissima sbronza.
Essendo la persona sospetta di HACE difficilmente in grado di percepire da solo il suo stato, è bene sottoporla a un facile test.
Tracciate al suolo una linea diritta e fate camminare la persona lungo di essa in maniera che ponga i piedi uno davanti all’altro sulla linea (come sul filo). Se fa fatica a mantenere la linea, cade o addirittura non sta in piedi senza aiuto si deve presumere sia affetto da Edema Cerebrale da Alta Quota.
E’ tempo di farlo scendere senza indugio.  A meno di avere con se una sacca iperbarica e/o un medico attrezzato la discesa dovrà avvenire immediatamente (anche di notte) senza aspettare il mattino successivo. Si dovrà scendere possibilmente fino al luogo dove ha dormito due giorni prima, nell’incertezza o nell’impossibilità almeno 500 metri di dislivello, 1000 sono meglio.
Le persone colpite da HACE normalmente sopravvivono e guariscono completamente se scendono molto e in fretta.
Ricordate che la maggior parte dei casi di edema cerebrale si riscontrano in persone che hanno continuato a salire con sintomi di AMS, da qui la:
REGOLA D’ORO N°2 Mai salire se si hanno sintomi di mal di montagna!

Edema Polmonare d’Alta Quota - (High Altitude Pulmonary Edema - HAPE):
Un’altra forma di grave patologia d’alta quota è l’Edema Polmonare, per capirci travaso di liquidi nei polmoni. Sebbene sia spesso associato al Mal di Montagna Acuto(AMS) non ne è strettamente correlato e i classici sintomi AMS possono essere assenti.
Segnali e sintomi dell’Edema Polmonare possono essere rappresentati da qualunque dei seguenti:
- estrema fatica
- difficoltà di respirazione a riposo
- respiro rapido e superficiale
- tosse, anche con secrezioni rosa o schiumose
- respiri gorgoglianti o rumorosi
- petto congestionato
- labbra o unghie blu o grigie
- sonnolenza
L’edema polmonare appare normalmente la seconda notte dopo una salita ed più frequente in persone giovani e allenate. In soldoni l’ipossia causa la costrizione dei vasi polmonari, questo fa sì che la pressione al loro interno si elevi drasticamente causando il travaso di liquidi dai vasi nei polmoni.
Una discesa immediata è la soluzione. A meno di avere con se una sacca iperbarica e/o un medico attrezzato la discesa dovrà avvenire immediatamente come per l’edema cerebrale, non aspettate il mattino dopo.
REGOLA D’ORO N°3 Se i sintomi peggiorano scendere immediatamente!
La persona ammalata deve essere trasportata perché lo sforzo di camminare peggiora la situazione e spesso un edema polmonare grave sviluppa anche un edema cerebrale.
Una volta scesi a una quota sicura, un paio di giorni di riposo dovrebbero essere sufficienti per la ripresa. Se tutti i sintomi sono completamente scomparsi una cauta risalita è accettabile.
L’edema polmonare può esser confuso con altri problemi respiratori:
- Tosse da alta quota e bronchite sono entrambe caratterizzate da tosse persistente con o senza presenza di catarro. In stato di riposo il respiro non è difficoltoso né si manifestano segni di spossatezza, se disponibile un saturimetro si vedrà che la saturazione dell’ossigeno sarà normale per quella quota.
- Polmonite, può essere difficile distinguerla dall’edema in base alla sintomatologia ma una volta scesi l’edema guarisce e la polmonite no. In ogni modo l’edema in quota è molto più comune della polmonite.
- Asma, può anch’essa essere confusa ma fortunatamente gli asmatici sembrano avere una condizione migliore in quota piuttosto che al livello del mare

Prevenire e trattare il Mal di Montagna Acuto
Non sarà mai enfatizzato abbastanza. Se avete sintomi di Mal di Montagna, NON SALITE ULTERIORMENTE. Salire con i sintomi di AMS significa peggiorare e mettere a repentaglio la propria incolumità. La maggior parte dei casi di edema cerebrale sono conseguenza dell’aver violato questa regola. Restate in quota o scendete finché i sintomi non sono completamente scomparsi. Solo allora sarete acclimatati e potrete riprendere la salita.
La chiave per evitare il mal di Montagna Acuto è una salita graduale che dia all’organismo il tempo di adattarsi.
I tempi di acclimatazione variano da persona a persona e non è possibile dare regole assolute ma in generale seguire le seguenti raccomandazioni è la maniera migliore di evitare l’insorgere di seri problemi:
- passare una notte almeno sotto i 3000 m
- evitare assolutamente sforzi e affaticamenti nella fase di acclimatazione, anche se vi sentite in forma procedete al 50% delle energie disponibili
- oltre i 3000 metri non si dovrebbe salire di più di 500 m di dislivello al giorno
- ogni 1000 m passare due notti alla stessa quota
- l’ideale è dormire più in basso del punto massimo raggiunto durante il giorno. Ciò non è sempre possibile, soprattutto nelle valli himalayane, il giorno di sosta diventa così di fondamentale importanza.
Un’eventuale escursione leggera a quote superiori con rientro al punto di partenza nella giornata di “riposo” è una buona tattica per prevenire problemi e abituarsi all’altezza.
Cose da evitare
Qualunque cosa rallenti la respirazione, vari medicinali possono indurre quest’effetto creando problemi. Chi ha sintomi di mal di montagna, ma a nostro avviso anche chi sta bene, deve evitare assolutamente:
- alcool
- sonniferi
- antidolorifici se non in dosi minime

Trattamenti
La base del trattamento del Mal di Montagna Acuto è rappresentato da: riposo, liquidi e blandi analgesici (aspirina, ibuprofene, paracetamolo), farmaci che non nascondono un eventuale peggiorare dei sintomi.
Normalmente è sufficiente fermarsi alla quota in cui i sintomi sono comparsi e riposare, nella maggior parte dei casi uno o due giorni sono sufficienti a riprendersi, a volte ce ne vogliono anche tre o quattro. Altrimenti la discesa è sempre la soluzione più rapida ed efficace.
Un dilemma comune è quello posto dalla domanda se il mal di testa dipende dalla quota o da altro. A parte il fatto che sovente nel mal di montagna la cefalea è associata ad altri sintomi è facile verificarlo. Se assumendo uno dei farmaci prima citati e bevendo un buon litro d’acqua la cefalea scompare velocemente e completamente è molto difficile che il mal di testa sia dovuto alla quota.
Profilassi
La profliassi è raccomandata esclusivamente in caso di:
- rapide e forzate ascensioni in quota, ad esempio voli su Lhasa o La Paz o Leh o Srinagar
- trekking a tappe rapide e forzate in quota
- a persone che sanno di soffrire di AMS
Altrimenti è decisamente consigliato acclimatarsi alla quota con liquidi, riposo e salita lenta e graduale.
L’acetazolamide (Diamox) è un farmaco che forza i reni a secernere bicarbonato riacidificando il sangue.
Vengono così bilanciati gli effetti dell’iperventilazione che si innesca in alta quota nel tentativo di catturare più ossigeno. Questa riacidificazione agisce da stimolante respiratorio, specialmente di notte, riducendo o eliminando quella particolare respirazione periodica di cui abbiamo parlato prima.
Pur essendo un valido supporto nella cura del Mal di Montagna Acuto il suo uso di elezione è preventivo in quanto il suo effetto principale è quello di accelerare l’acclimatazione in un tempo di 12-24 ore cosa che invece normalmente avverrebbe in 24 – 48 ore.
Le persone allergiche ai sulfamidici dovrebbero astenersi dall’assumere l’acetazolamide.
Il più comune degli effetti collaterali è una sensazione di formicolio o di vibrazione in mani, piedi e labbra, talvolta variazioni nel senso del gusto. Ovviamente lavorando per l’espulsione dei bicarbonati con l’urina questo farmaco ha effetto diuretico e farete molta pipì. Tutti questi effetti scompaiono con la sospensione della terapia.
La dose di acetazolamide per la profilassi preventiva è 125-250 mg (a seconda del peso corporeo) ogni 12 ore iniziando 24 ore prima della salita e finendo due o tre notti dopo il raggiungimento della massima altezza o con la discesa se questa avviene prima. Per l’apnea 125mg prima di coricarsi, fino alla discesa.
Miti da sfatare:
- l’acetazolamide nasconde i sintomi.
Non è vero, accelera l’acclimatazione e, se questa si instaura, i sintomi scompaiono perché non hanno più motivo di esserci. Se avete ancora difficoltà di acclimatazione avrete ancora i sintomi del mal di montagna.
- l’acetazolamide protegge dal peggiorare dei sintomi durante la salita.
Ma non annulla il valore della regola d’oro n°2 e non offre protezione contro il peggiorare del mal di montagna già in atto.
- l’acetazolamide previene il mal di montagna durante una salita rapida.
Pur essendo consigliabile il suo uso preventivo in caso di una forzata esposizione rapida all’alta quota (per esempio volare su La Paz o Lhasa) non si deve averne cieca fiducia, l’acetazolamide abbassa il rischio, non lo annulla.
- Se si interrompe l’uso dell’acetazolamide i sintomi peggiorano.
Non c’è effetto “rebound”. Interrompendone l’uso l’acclimatazione rallenta al suo ritmo naturale. Se il mal di montagna è presente i sintomi ci metteranno più tempo a risolversi, se non lo è vuol dire che siete acclimatati, almeno per quella quota.
Estratto di Gingko Biloba. Recentemente alcune ricerche su quest’estratto, pur non avendo ancora chiarito i meccanismi di azione, hanno evidenziato la sua capacità di prevenire o ridurre i sintomi del mal di montagna acuto.
Questi studi hanno utilizzato un estratto standard commerciale in dosi di 80-120 mg due volte al giorno a partire da 5 giorni prima di una rapida salita in quota o all’inizio di una salita graduale.
Qualora insorgessero problemi più gravi, oltre alla discesa che resta comunque la soluzione ideale, si possono adottare diversi trattamenti, almeno per guadagnare tempo là dove una rapida discesa non sia possibile.
Il Desametasone è un potente corticosteroide usato per trattare l’edema cerebrale. Questo farmaco cura i sintomi dell’ipossia e può risolvere i sintomi di mal di montagna acuto in poche ore, ma non aiuta ad acclimatarsi. Se si usa questo farmaco è severamente sconsigliato salire di quota prima di essere certi di essersi acclimatati sul serio.
Lasciamo le scelte farmacologiche ai medici e ci soffermiamo su due strumenti di grande validità: l’ossigeno e la sacca iperbarica.
L’ossigeno fa scomparire rapidamente i sintomi del mal di montagna con un flusso moderato (2-4 litri/minuto via cannula nasale). Possono essere necessarie varie ore di trattamento, una durata insufficiente può causare un ritorno aggravato dei sintomi. Il suo costo e la necessità di un minimo di addestramento lo rendono poco pratico e, là dove disponibile, riservato ai casi più gravi di edema.
La sacca iperbarica portatile è una sacca stagna in grado di contenere una persona che viene portata in pressione attraverso un pompa manuale. La persona al suo interno si trova a respirare in un’atmosfera pari a quella che troverebbe circa 1500/2000 metri più in basso. Due ore di trattamento sono il minimo per ottenere degli effetti ma a volte possono essere richieste molte ore (di faticoso pompaggio) per portare la persona fuori pericolo. E’ comunque indispensabile scendere appena possibile.
Riassumendo le cose basilari:
Regola d’oro numero 1 Se non vi sentite bene in quota, è mal di montagna
Regola d’oro numero 2 Mai salire se si hanno sintomi di mal di montagna
Regola d’oro numero 3 Se i sintomi peggiorano scendere immediatamente
Quindi i trattamenti:
- rapida discesa. Porta a remissione dei sintomi.
- permanere alla stessa altitudine. In 24-48 ore si dovrebbe avere remissione dei sintomi.
- permanere in altitudine assumendo acetazolamde. In 12- 24 ore si dovrebbe avere la remissione dei sintomi
Buona salita a tutti!

mercoledì, giugno 25, 2014

changu narayan: il tempio più antico del nepal

Changu Narayan è uno dei templi più importanti di tutto il Nepal ed è situato in cima a una collina a nord di Bhaktapur da cui, oltre il bosco di pini sottostante, si può godere uno splendido panorama della Valle incorniciata a Nord dalla catena dell’Himalaya. Ci si arriva in un ventina di minuti in bus da Bhaktapur, o a piedi in un’ora e tre quarti di lenta passeggiata, seguendo la via che dalla porta nord della città, conduce a Jaukhel.
Narayan o Vishnu è il Dio protettore della creazione nell’Induismo, ed è noto ai più appunto come il Creatore. Il tempio a lui dedicato sopra il villaggio di Changu Narayan, o Doladri in sanscrito, è descritto essere uno dei più antichi di tutta la Valle.
Una leggenda narra che un tempo Vishnu, nell’atto di distruggere il demonio uccise un Bramino che si era trasformato in demone. Un’azione del genere era considerata essere uno dei cinque crimini più abominevoli, uno dei cinque peccati capitali. Vishnu pensando a quello che aveva fatto girovagò qui e là su Garuda, la figura mitologica mezzo uomo mezzo uccello, che è il suo veicolo. Quando arrivò a Changu, un eremita di nome Sudarsana, non riconoscendolo come il Dio Vishnu, lo decapitò. Vishnu in quel momento fu colto da un grande rimorso per il suo peccato. Disse che da allora in avanti avrebbe vissuto sulla collina di Changu, dove lui si era ricordato del suo peccato e che chiunque sarebbe venuto a pregarlo a Changu sarebbe stato perdonato dei suoi. La Nitrya Puja, una preghiera rituale che si tiene a Changu Narayan viene celebrata proprio in relazione a questa leggenda. L’immagine di Vishnu è costituita da due parti, una la testa e l’altra il corpo, così durante la puja ci si ricorda della decapitazione del Dio.

Nel Buddhismo Changu Narayan è invece venerato per il Bodhisattwa Avalokiteswara, il Bodhisattwa della Compassione di cui il Dalai Lama è incarnazione sulla terra. I Buddhisti credono in una leggenda che racconta che Garuda, il veicolo di Vishnu, e Takshaka, il re dei serpenti (naga) della Valle di Kathmandu erano impegnati in una cruenta battaglia. Quando Garuda invocò Vishnu di aiutarlo, Takshaka fu certo di essere seriamente in pericolo e iniziò a pregare Avalokiteswara, che compassionevole fece finire la battaglia e mise la pace tra i due avversari. Vishnu vergognandosi del suo comportamento durante il conflitto si offrì di trasportare il Bodhisattwa a Changu e così creò la particolare icona di Hari hari hari Vahan Lokeswora. A Changu Narayan il Bodhisattwa Avalokiteswara si vede ben distinto dalle figure induiste su una scultura in pietra dietro il tempio mentre Garudasana Narayan, Vishnu sul suo veicolo Garuda, sta nel cortile del tempio. Uno fu fatto nel X secolo e l’altro, di cui si trovano molte copie in Valle, nel XIII secolo. Nonostante le leggendarie origini del tempio, gli storici attestano che prima costruzione del tempo sia datata intorno al II secolo. Si crede che fosse stato fatto costruire da Haridatta Varma, un Re della dinastia dei Licchavi, che regnò intorno al 325 dc, molte generazioni prima di Manadev I. Gli storici dicono che Haridutta aveva ordinato la costruzione di altri quattro templi in onore di Narayan sulla cime di altrettante colline situate nella Valle di Kathmandu: Ichangu Narayan, Sikhara Narayan e Lokapalasvamin. L’iscrizione che sta sul pilastro dove è scolpita la statua di Garuda Dhwaja, che racconta delle vittorie di Manadev I, risale a circa il 464 DC e testimonia come il tempio fosse più antico di quanto si potesse pensare, è sicuramente la più vecchia iscrizione che è stata scoperta in Nepal. Questa iscrizione testimonia inoltre come fosse costume presso le famiglie reali rendere omaggio alla divinità. La maggior parte degli omaggi furono fatti sottoforma di restauri e ricostruzioni perché il tempio nei secoli subì ripetutamente danni a causa dei terremoti. Nel 607 il Re Amsuvarma restaurò parte dei rivestimenti delle immagini sacre del tempio e fece una cospicua donazione.

Il tempio poi venne lasciato al suo destino e iniziò a deteriorarsi fino a che Visva Malla di Bhaktapur, tra il  1548 e il 1560, non se ne occupò. Poi Gangarani di Kathmandu, la nonna di Pratap Malla, lo fece restaurare dopo che subì un incendio. Nel 1694 il tempio necessitò ancora di interventi di restauro e ricostruzione che furono offerti dalla Regina Madre di Kathmandu Radhiklaksmi. La Regina offrì anche numerosi doni, tra cui un bellissimo torana d’oro, un ammontare in oro e argento pari al suo peso e una statua che raffigurava lei stessa col figlio inginocchiati davanti al tempio che fu posta dietro il Garuda Dhwaja di Manadev I. Sempre nello stesso periodo Bhupalendra Malla di Kathmandu offrì una nuova testa di Vishnu al tempio visto che la precedente era andata distrutta durante una puja. Vent’anni dopo questo restauro, il tempio prese fuoco nuovamente e in questo periodo, che va dal 1700 al 1722, Bhaskar Malla lo ricostruì nuovamente e fece rifinire a arte anche il tetto.

Il tempio che racchiude in se 1700 anni di storia nepalese, è decorato con alcuni tra i più preziosi lavori di scultura, intaglio e forgiatura di tutta la valle. Vedendo questo tempio si ha quindi la possibilità di osservare in un colpo solo tutta la storia e l’evoluzione culturale e artistica della Valle di Kathmandu.
Nelle travi di legno di sostegno dei due piani della pagoda del tempio sono rappresentate finemente intagliate le dieci incarnazioni in cui Narayan si trasformò per distruggere chi si comportava come un demone. C’è una splendida statua del VI secolo che rappresenta la forma cosmica di Vishnu, mentre un’altra richiama la leggenda della sua incarnazione in un nano quando schiacciò il Re Bali. Una statua di Vishnu che eviscera Narsingha, l’uomo leone, è molto particolare e interessante. I portali a est sono di bronzo e le campane sono decorate con dragoni. Dei leoni in pietra sono situati a guardia davanti ai portali. Divinità e grifoni spuntano dai muri e decorano gli scalini del tempio.
La statua di Garuda inginocchiato a grandezza naturale è situata prima del tempio davanti a Vishnu in segno di rispetto, mentre invece la statua più famosa è quella di Vishnu a cavalcioni del suo veicolo.

mercoledì, giugno 18, 2014

Bouddhanath, lo stupa più grande del Nepal

Bouddhanath è per me uno dei luoghi più suggestivi della Valle di Kathmandu.
Situato a poco più di 10km dal centro città ed è uno dei maggiori centri Buddhisti del paese. Dopo la rivoluzione culturale di Mao, molti tibetani scappati dalla loro terra si sono insediati qui, attorno a questo Stupa, e animano la cita del villaggio secondo le loro tradizioni e la loro cultura.
I fedeli sono soliti fare la sacra Khora attorno allo Stupa in senso orario, facendo girare le ruote di preghiera che sono nelle nicchie sul muro di cinta dello Stupa. Chi visita questo luogo non può fare a meno di seguire i pellegrini nel loro cammino sacro e di assorbire tutta l’energia positiva che aleggia qui.
Lo Stupa di Bouddhanath visto da sopra ha l’aspetto di un mandala, il diagramma buddhista che rappresenta l’universo, e come in tutti i mandala, ha i Dhyani Buddha ai 4 punti cardinali e il Buddha supremo Varirocana che sta al centro, nell’emisfero bianco dello Stupa.
I 5 Buddha rappresentano anche i 5 elementi che troviamo anche nelle bandiere di preghiera (terra, acqua, fuoco, aria e spazio) e che sono rappresentati nell’architettura dello Stupa stesso.
Nella struttura dello Stupa ci sono altri “numeri” che hanno un simbolismo particolare. I 9 livelli dello stupa rappresentano il mitico monte Meru, che è il centro del cosmo, e i 13 anelli che stanno dalla base al pinnacolo simboleggiano il cammino verso l’illuminazione la "Bodhi" da cui deriva il nome di Bouddhanath.
La base lo Stupa è circondata da un muro a 16 lati, che ha delle nicchie contenenti ruote di preghiera e affreschi.
Bouddhanath è associato al Bodhisattva Awalokiteswara, le cui 108 forme sono scolpite attorno alla sua base.
La base dello Stupa è costituita da 3 piattaforme, poste una sopra l’altra, che stanno a rappresentare la "terra". Sopra queste piattaforme ci sono due basamenti circolari che supportano l’emisfero dello stupa e rappresentano l’"acqua". Sopra l’emisfero c’è una struttura cubica che porta la raffigurazione degli occhi di Buddha nei 4 punti cardinali, che sono così onnipresenti. In mezzo hanno disegnato il numero "uno" (sembra un punto interrogativo rovesciato) che rappresenta l’unità e l’unica via per raggiungere l’illuminazione seguendo i precetti del Buddha (la via del Dharma). Sopra sta il terzo occhio, che rappresenta la saggezza del Buddha.
Sopra questa struttura cubica c’è una sorta di piramide a 13 gradoni, che come dicevamo prima sono gli scalini che portano all’illuminazione. La forma triangolare di questa struttura rappresenta l’elemento “fuoco”. In cima c’è una "tettoia dorata", la rappresentazione dell’aria, e alla fine un pinnacolo dorato che rappresenta lo "spazio" e il Buddha Vairocana.
Dall’alto sono appese delle bandiere di preghiera che fluttuano al vento portando i mantra e le preghiere tutto attorno.
L’ingresso della piattaforma più alta dello Stupa sta a nord ed è presidiato da Amogashiddhi, predecessore del Buddha del Futuro Maitreya, che sta subito sotto.
La storia dell'origine di Bouddhanath pare un po’ controversa. Secondo le cronache Gopalarajavamsavali, Bouddhanath fu fondata sotto i Lichhavi nel VI secolo. Nel XV secolo degli scavi fatti qui hanno riportato alla luce resti e reliquie del Re Lichhavi Aṃshuvarma e documenti risalenti al VI secolo che testimoniano l’esistenza dello Stupa. Altre cronache lo riferiscono al regno di Mana Deva nel V secolo. Altre fonti ne datano la fondazione nel XIV secolo. In ogni caso le fonti più accreditate lo danno come fondato durante il tempo dell’impero di Trisong Deutseng, che regno in Tibet nel VI secolo.
 

lunedì, giugno 16, 2014

dalla parte degli Sherpa e dei porters

Il mese scorso, vedendo l'articolo di Internazionale "I Proletari dell'Everest"
non ho potuto fare a meno di pensare ai miei amici Sherpa.

Ormai ne ho un cospicuo numero. Gente semplice, umile, sono ragazzi che un sorriso non lo negano mai a nessuno. Poco meno di un mese fa mentre mi riposavo dai 45ºC sulla branda a Mandalay in Birmania, finalmente è arrivata la connessione wifi, e con lei i messaggi dal Khumbu: "Didi, you can't imagine, we're all shocked" mi scriveva Pasang da Gorak Shep. Tenzing da Namche invece scriveva: "So sorry for what's happened in Everest". Som da Gokyo, il mio fratellino, la mia fidata guida:"Didi I'm ok, but here 18 Sherpa people are still missing".
Povera gente, instancabili lavoratori, padri di famiglia, figli devoti. Le loro dure vite sono valse solo i 4000 dollari dati alle loro famiglie in risarcimento per la loro perdita. "È stata una disgrazia, una tragica fatalità che può accadere a chi di mestiere fa il portatore o la guida in alta quota".
A chi deve montar scale e fissar corde per il circo dell'Everest, dove un esercito di stranieri mascherati con gli erogatori, pianteranno la loro bandierina sul tetto del mondo. Che importa se poi chi ci lavora muore? "È il rischio del mestiere". Gli Sherpa sanno che possono restarci secchi, quindi volendo potrebbero scegliersi un lavoro più sicuro. "Alla fine lo fanno solo per i soldi".
Quando nasci nel Khumbu, nel Solu, cresci aiutando tuo padre e tua madre a coltivare i terrazzamenti, porti pietre sulla schiena, frasche, legname e da lì poi porti le sacche dei turisti e con quei soldini che ti danno di mancia comperi più riso, magari a fine anno, insieme ai tuoi fratelli, riesci anche a comperartici una capra. Poi vedono che sei forte e resisti e ti prendono a lavorare per qualche grosso travel agent locale.
Le mance dei trekkers a volte sono meglio di una paga. Se tiri la cinghia puoi diventare anche guida. Tuo figlio potrà studiare in una scuola migliore e potrai prendere le gocce di collirio per la cataratta di tua madre, che a furia di spezzarsi la schiena sotto il sole che picchia a più di 3500 metri s'è rovinata pure la vista. Certo uno Sherpa, un Magar o un Rai può fare anche altro nella vita. Non lo vieta nessuno, forse glielo impedisce solo la comune natura umana, che abbiamo tutti, con la nostra voglia di migliorarci, di migliorare le nostre condizioni di vita, la voglia comune a tutti gli esseri umani di cercare opportunità per una vita migliore.
Con ste riflessioni mi sono tornati in mente i momenti concitati l’anno scorso a Maggio a Gorak Shep, allo Yeti Resort. Stavo bevendo un tea con Som, Pasang Sherpa e mio padre. La dining era piena zeppa di trekkers alle 11 di mattina. C’era un gruppo di alpinisti dell’esercito americano del team “7summits” che erano al tentativo della loro 7° vetta, l’Everest. Il tetto del mondo se l’erano tenuto per ultimo. C’era una confusione e un bel movimento coi coreani che volevano foto con chiunque in ogni posa. Pasang Sherpa parlava con due suoi porters e con Som della zuffa di Ueli Stek e Simone Moro con gli Sherpa su all’Everest. Era arrabbiato perché a causa di questa cosa gli Sherpa ne sarebbero usciti con la reputazione macchiata. Il senso dei loro discorsi era: “Si fa presto a demonizzare gente senza nome che lavora, quando ci sono di mezzo noti alpinisti di fama internazionale”.
Ricordo che a un certo punto ho smesso di ascoltare le loro discussioni, certa che tutta la verità non sarebbe mai saltata fuori.
Io non conosco personalmente questi due alpinisti, ma mi pareva davvero strano sentire che fossero stati aggressivi verso gli Sherpa. E conoscendo quanto sia mite il popolo Sherpa sono stata ancora più incredula a pensare che degli Sherpa, delle guide di alta montagna, fossero stati aggressivi con degli occidentali. Senza gli Sherpa, la maggior parte degli scalatori non sarebbe in grado di salire sulla montagna, loro sanno e conoscono la loro terra meglio di chiunque altro. Tutto ciò era assurdo. Poi proprio lassù, in un posto così sacro per tutti. Quasi un sacrilegio.

I Bharya, i portatori, vengono sommariamente chiamati Sherpa dai trekkers. Certo molti di loro sono di etnia Sherpa, ma non tutti, tanti sono Magar, Gurung, Rai o Limbu o di altre parti del paese, zone povere, molto povere. Il termine “portatore” in nepalese si dice “Bharya”. Sherpa, in Tibetano invece vuol dire genti dell’Est, e sono un’etnia che da sempre si sposta tra Tibet e Nepal con le mandrie di Yak trasportando sale e barattandolo con l’orzo, la tsampa, la base della loro alimentazione.
Anticamente originari delle montagne tra Tibet e Nepal e poi migrati nelle valli nepalesi, adesso i più fortunati di loro hanno in mano il grosso del turismo, dei trekking, dell’alpinismo, dei resorts e lodges sul tetto del mondo. Ne ho incontrati tanti che son rimasti umili portatori, che camminavano curvi e schiacciati dai pesi sulle spalle che erano enormi rispetto alla loro corporatura. E ha voglia la gente a dirmi che sono abituati, che hanno fibra forte. Quelli che ho visto erano tutti più giovani di me ma sembrava avessero almeno 10 o 20 anni in più rispetto alla loro età.
Ne ricordo uno che aveva sulla schiena sette materassi, un altro che trasportava quattro bombole del gas, poi ce ne n’erano due che avevano quattro porte di legno caricate sulla schiena, un altro che aveva talmente tante taniche addosso che gli si vedevano solo le gambe dai polpacci in giù. Ho incontrato un gruppo di Bharya che si coprivano il viso con un fazzoletto e erano curvi sotto gerle ripiene di carni macellate chissà quanti giorni fa. Impressionante.
Quando ho conosciuto Tsering anni fa, mi ha raccontato che, mentre trasportava 60kg di materiale, era scivolato sul percorso spaccandosi l’infradito e slogandosi la caviglia. Aveva un cotechino al posto del piede e non riusciva a reggersi in piedi, ma era più preoccupato dal fatto che non sapeva se sarebbe riuscito a portar su il materiale al Campo Base, piuttosto che per la sua caviglia. Gli avevo dato del ketoprofene, raccomandandogli di stare a riposo qualche giorno e di fare impacchi freddi. Ora la mia Mamma Sherpa, la mamma di Tsering, ogni volta che torno a Punghi Tanga mi accoglie con una Khata e mi abbraccia come una figlia, una figlia che ogni tanto torna a casa a trovarla, sul tetto del mondo.
Quando sei in Himalaya e fai trekking, la maggior parte dei portatori che incontri ha tre sacconi da spedizione sulla schiena, legati tra loro con una corda e sorretti sulla sommità della loro testa, cosa che gli mette in tensione tutti i tendini e i muscoli del collo. Uno dei figli di Ama Sherpa, la mamma Sherpa di Pat, qualche anno fa è scivolato su un gradino del sentiero per Lobuche, ha perso l’equilibrio e nella caduta, la corda che reggeva i sacconi gli ha spezzato l’osso del collo per il peso. Quanti morti, quante vite spezzate. Per fortuna gli altri suoi due figli hanno uno una guest house a Namche Bazaar e l’altro una agenzia di trekking e non fanno i portatori.
I portatori sono come piccole formiche che trasportano foglie e sassolini che sono il triplo di loro.
I Bharya, come le formiche a piedi ai piedi degli 8000.
Senza di loro la stragrande maggioranza di noi occidentali non salirebbe a fare trekking turismo nelle valli nepalesi. E pochissimi sarebbero in grado di salire i giganti della terra senza il loro aiuto. L’Everest viene totalmente attrezzato due volte l’anno. Almeno un centinaio di nepalesi salgono sul tetto del mondo, montando scale, corde fisse, spianando e attrezzando la via che i turisti alpinisti di tutto il mondo dovranno affrontare per arrivare in cima al tetto del mondo con le spedizioni commerciali, aiutati da almeno una guida ciascuno che li spinga e tiri su e da un portatore che porti loro in cima le bombole d’ossigeno che gli serviranno per arrivare in vetta a passo di lumaca. L’Alpinismo è un’altra cosa, come diceva Bonatti, questo è il turismo degli ottomila. Io dico che ognuno ha i suoi limiti e il suo Everest. Il mio è sempre lì, e io lo guardo con rispetto e riverenza dal basso, ai piedi delle sue pendici, ascoltando i segnali che la montagna mi manda per farmi capire fino a quanto mi posso a lei avvicinare e mai pensando di essere più forte, più audace, più furba di lei.

Non andate mai in Himalaya senza un Bharya e se potete fatevi sempre accompagnare da una guida locale o da uno Sherpa "per un sacco di buoni motivi".
Gran lavoratori, mesti, disponibili, forti, unici, fedeli e affidabili compagni di avventure. Questi sono per me gli Sherpa. Non ce n’è uno, tra quelli che conosco, che non mi abbia trattata come una regina da quando vengo a camminare in Himalaya.

giovedì, giugno 05, 2014

Perché Rongpuk non vi suggerisce di fare trekking da soli

Dopo innumerevoli richieste in merito mi pare doveroso scrivere un articolo sul "fare o meno" trekking da soli.
Per come la vedo io, dopo tanti anni di Himalaya, non mi sento di consigliare a nessuno di andarci completamente soli.
I motivi sono almeno 3.

1- Sicurezza personale.
In montagna il meteo è imprevedibile, in qualche minuto può arrivare nebbia o le nuvole si possono abbassare e la visibilità può scendere a tal punto da far perdere la via. Ci sono stati un bel po' di casi di gente che, essendo sola, si è persa ed è finita nei guai, per cui poi recuperarla è stata un'impresa.
Ma meteo a parte, se sei solo e ti cade un sasso in testa, oppure scivoli e finisci nel fiume, o in un burrone o scivoli e ti sloghi una caviglia o ti rompi un osso, o semplicemente ti accade qualsiasi cosa di imprevisto, che fai?
La rete mobile/cellulari in Nepal in montagna non copre ovunque. Non sempre i sentieri trekking sono così affollati come si crede e stai certo che quando ne avrai bisogno, non passerà nessuno per ore (la legge di Murphy esiste e anche la sfiga). Quindi se si è soli e succede qualcosa si rischia di finire in guai grossi oltre al fatto che di certo si creeranno problemi alle autorità e a chi dovrà venire a cercarti.
Per fare trekking in un minimo di sicurezza il numero minimo di persone in cui si deve essere è 3.
Così se il Trekker si fa male o gli accade qualcosa, il secondo compagno starà con lui, mentre il terzo andrà a cercare aiuto. E avere con se un secondo compagno Guida Locale di Montagna autorizzata dal Governo e assicurata e come terzo compagno un Portatore Nepalese, ti risolve i problemi e vuol dire avere "la sicurezza" che qualsiasi cosa accada, loro sapranno di certo come fare per avere i soccorsi il prima possibile, sapranno dove andare a chiedere e a chi, minimizzando tempi e costi.
Mai dare per scontato che vada tutto bene, che siamo tutti preparati, forti, autosufficienti. Mai sottovalutare la Montagna. Viviamola con rispetto e timore reverenziale

2- Dai valore aggiunto al tuo viaggio.
Andare con una Guida Locale e con un Portatore sarà un valore aggiunto al tuo viaggio. Ti aiuteranno a entrare con la testa e il cuore nel paese che andrai a visitare, facendoti notare cose che i tuoi occhi non sarebbero in grado di notare, capire e a volte vedere, da soli.Fauna, specie protette che si nascondono bene (tipo il Danphe o le Blue Sheep), flora autoctona, nomi di monti e vette minori che celano leggende e storie a noi ignote, tradizioni, usi, costumi, differenze tra le genti, etnie che noi non conosciamo. Ti aiuteranno ad avere le stanze migliori, cureranno che il tuo cibo venga fatto come lo desideri, saranno il tuo ponte tra il tuo mondo e l’Himalaya.

3- Aiuta le microeconomie locali.
Stai andando in un paese in via di sviluppo, uno tra i paesi più poveri dell’Asia. Il Nepal non ha grandi industrie e non ha capitali per sfruttare le sue risorse, come ad esempio l’acqua. Il Nepal fonda il grosso della sua sopravvivenza con gli aiuti esteri e col turismo. Quindi tu che sei un viaggiatore, un turista, un esploratore o un trekker, dando lavoro a una Guida e a un Portatore contribuirai a aiutare e a sostenere la microeconomia locale di un paese povero e che ha tanto bisogno. In Nepal le famiglie sono molto numerose, sono com’erano in Italia cent’anni fa. Le Guide col loro salario daranno da mangiare alle loro famiglie, pagheranno la scuola ai loro figli, pagheranno i dottori e le medicine che servono per curare i loro padri e alle loro madri anziane.
Quindi pensateci bene quando avete in mente di andare a far trekking in Nepal da soli.