lunedì, agosto 25, 2014

il mal di montagna: se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide

ACCLIMATAMENTO E MAL DI MONTAGNA ACUTO
Mi pare interessante scrivere un articolo sull’Acclimatamento e il Mal di Montagna che può essere d’aiuto a chi vuol fare trekking sull’Himalaya.
Inoltre, molti viaggiatori sono preoccupati a proposito delle malattie e della salute quando vanno all'estero e chiedono consigli sulla prevenzione e sulle terapie. Premesso che questo è un sito di viaggio e che si deve consultare un medico, vi do dei link ufficiali da consultare su questi argomenti.
- il sito della principale Associazione di Soccorso Alpino in Nepal: http://www.himalayanrescue.org/
- Il link di un libro che potete leggere sulla sicurezza in Alta Quota: Salute in Alta Quota di Jean-Paul Richalet prodotto in collaborazione con la Associazione per la Ricerca sulla Fisiologia Ambientale http://www.alpinia.net/editoria/recensioni/rec_scheda.php?id=231
- E sulla salute il link della Civec Clinic di Kathmandu, che in generale da info sulla salute per i viaggiatori che vanno in Nepal http://ciwec-clinic.com/health-information/
Le notizie sotto riportate non sono farina del mio sacco, sono prese da un articolo di Thomas E. Dietz dell’International Society for Mountain Medicine e tradotte pari pari da qui ISMM che è il sito dell'organo ufficiale mondiale che si occupa del Mal di Montagna che da lumi sulla sua sintomatologia, la prevenzione e la cura.

Acclimatamento:
L’acclimatamento è il processo con cui il corpo cerca di abituarsi alla graduale diminuzione di ossigeno in altitudine. E’ un processo lento che richiede da qualche giorno fina a alcune settimane.
Classificazione delle altitudini:
- Alta quota: 1500 - 3500 m
- Altissima quota: 3500 - 5500 m
- Altitudine estrema: oltre i 5500 m
In termini pratici generalmente non si prendono in considerazione altitudini inferiori ai 2500 m. Ma possiamo dire che la soglia significativa sia quella dei 3000/3500 m, quota alla quale la maggior parte degli escursionisti e alpinisti alpini sono abituati.
L’esposizione a quote superiori sulle Alpi si limita a tempi brevi, a volte solo di ore, e scendere a quote più basse nell’arco delle 24h è la norma. Questo fa si che il pericolo costituito dal mal di montagna sia molto limitato. Nelle spedizioni e nei grandi trekking himalayani o andini è diverso perché la permanenza a quote superiori ai 3500 m si protrae per giorni e a volte per settimane e quindi si può incappare nel mal di montagna.
Effetti dell’esposizione all’alta quota:
Alcuni normali e fisiologici cambiamenti avvengono in ogni persona che vada in quota:
- Iperventilazione (respiro più veloce, più profondo o entrambi)
- Respiro “corto” durante lo sforzo
- Cambiamenti nel ritmo respiratorio notturno
- Frequenti sveglie notturne
- Aumento del volume delle urine (si fa più pipì)
Salendo di quota attraverso l’atmosfera la pressione barometrica cala (l’aria però continua a contenere il 21% di ossigeno) con il risultato di rendere più povero di ossigeno ogni respiro. Per compensare si è costretti a respirare più velocemente e più profondamente e con lo sforzo questo si fa più evidente, per esempio camminando in salita. Restare senza fiato è normale fintanto che, con il riposo, si riprende una respirazione normale.
L’aumento della frequenza respiratoria è di fondamentale importanza e va assolutamente evitato qualunque fattore che lo deprima (alcol e certi farmaci tipo i sonniferi). Nonostante il corpo abbia questi meccanismi compensativi è comunque impossibile ripristinare i normali livelli di ossigeno nel sangue in alta quota.
La frequenza respiratoria accelerata e protratta nel tempo da una riduzione dell’anidride carbonica, il rifiuto metabolico della respirazione che viene espulso dai polmoni. La presenza oltre certi limiti dell’anidride carbonica nel sangue è il segnale al cervello che innesca l’atto respiratorio e se questa è bassa l’automatismo della respirazione non parte (la mancanza di ossigeno è un segnale molto più debole che agisce solo come valvola di sicurezza). Fintanto che si è svegli non è difficile avere una respirazione cosciente, ma di notte si instaura un anomalo ritmo respiratorio dovuto all’alternarsi di questi due segnali contrastanti.
La respirazione periodica consiste in cicli di respirazione normale che gradualmente rallenta fino ad una breve apnea che può durare 10-15 secondi. Può migliorare leggermente con l’acclimatazione ma non scomparirà fino alla discesa a quote “normali”. Questo non è mal di montagna. Il respiro periodico può comunque causare parecchia ansia:
- nella persona che si sveglia di notte nel momento di pausa respiratoria rendendosi conto che non sta respirando
- nella persona che si sveglia di notte della fase subito dopo lo stop in cui è andato in iperventilazione credendo di avere il respiro corto per edema polmonare
- nella persona che si sveglia di notte rendendosi conto che il suo vicino non sta respirando ;-)
Nei primi due casi basta aspettare qualche minuto e stare tranquilli fino a che si riprende il ritmo respiratorio, nel terzo caso poco dopo il vicino supererà lo stop e riprenderà il respiro periodico. L’acetazolamide (il noto Diamox), di cui vedremo più avanti l’azione, è di aiuto nel regolare questi meccanismi respiratori.
Forti sconvolgimenti avvengono nella chimica del corpo e nel bilancio dei fluidi durante l’acclimatamento. Il centro osmotico che rileva la “concentrazione” del sangue reimposta i suoi parametri con il risultato che il sangue si fa più denso. Da ciò deriva una diuresi da altitudine, con i reni che espellono una maggior quantità di liquidi. Le ragioni di ciò non sono state ancora pienamente comprese ma ne risulta un innalzamento dell’ematocrito (concentrazione dei globuli rossi) e forse una maggiore capacità di trasporto dell’ossigeno e un’opposizione alla tendenza alla formazione dell’edema.
E’ normale in quota urinare più del solito, se non è così vuol dire che vi state disidratando o che non vi state acclimatando a dovere.

Mal di Montagna Acuto (Acute Mountain Sickness - AMS)
Il Mal di Montagna Acuto è una costellazione di sintomi che vi segnalano che non siete acclimatati all’altitudine in cui vi trovate.
Salendo il vostro corpo si adatta al decrescere dell’ossigeno (ipossia) e c’è sempre un’altezza ideale in cui il vostro organismo è in equilibrio, con buona probabilità sarà la quota alla quale avete dormito l’ultima notte.
Oltre a questo punto c’è un’indefinita zona di tolleranza in cui il vostro organismo riesce a sopportare livelli di ossigeno più bassi, se ne raggiungete il limite superiore appaiono i sintomi di sofferenza da ipossia, e questo è mal di montagna.
Questa zona di tolleranza si muove con voi. Ogni giorno, mano a mano che salite, vi acclimatate ad un’altitudine superiore spostando così verso l’alto anche la vostra zona di tolleranza.
Andate oltre il limite per il quale siete “attrezzati” e vi ammalerete.
Il primo sintomo, quasi onnipresente, di mal di montagna è la cefalea e quando uno o più dei seguenti sintomi l’accompagna, a seguito di una salita a quote superiori ai 2500 m, va diagnosticato Mal di Montagna Acuto (AMS):
- perdita di appetito, nausea e/o vomito
- fatica e/o debolezza
- giramenti di testa e/o vertigini
- difficoltà nel sonno
Tutti questi sintomi sono stati catalogati secondo la scala Lake Luise e possono variare dal blando al grave Il mal di montagna acuto è stato paragonato ad un brutto post-sbronza e, a parte i criteri di valutazione da addetti ai lavori, ne approfittiamo per introdurre la:
REGOLA D’ORO N°1: Se non vi sentite bene in quota è mal di montagna!
a meno che non ci sia un’altra ovvia ed evidente spiegazione (come la diarrea)
Chiunque può cadere vittima del mal di montagna. Questo è fondamentalmente legato alla fisiologia individuale e al ritmo di salita. Età, sesso, allenamento o precedenti esperienze in quota non hanno effetti significativi, alcuni si acclimatano rapidamente e possono salire veloci ed altri non riescono a star bene nonostante una lenta ascensione. Sfortunatamente non c’è ancora la capacità di prevedere chi sia più soggetto al mal di montagna.

Edema cerebrale d’Alta Quota (High Altitude Cerebral Edema - HACE):
Il mal di montagna è un insieme di patologie, dalle forme più lievi a quelle che rappresentano una minaccia fatale.
All’estremo più pericoloso si trova l’Edema Cerebrale, in cui il cervello si gonfia e smette di funzionare a dovere.
L’HACE può svilupparsi molto rapidamente ed essere fatale in un arco di tempo che può andare dai due giorni alle poche ore.
Le persone in condizioni di edema cerebrale sono spesso confuse e possono non riconoscere il fatto di essere ammalati.
La caratteristica saliente dell’edema cerebrale HACE è il modificarsi della capacità di pensare. Può esserci confusione, cambi di comportamento o letargia, è presente anche una caratteristica perdita di coordinazione chiamata atassia. E’ uno stato molto simile a una fortissima sbronza.
Essendo la persona sospetta di HACE difficilmente in grado di percepire da solo il suo stato, è bene sottoporla a un facile test.
Tracciate al suolo una linea diritta e fate camminare la persona lungo di essa in maniera che ponga i piedi uno davanti all’altro sulla linea (come sul filo). Se fa fatica a mantenere la linea, cade o addirittura non sta in piedi senza aiuto si deve presumere sia affetto da Edema Cerebrale da Alta Quota.
E’ tempo di farlo scendere senza indugio.  A meno di avere con se una sacca iperbarica e/o un medico attrezzato la discesa dovrà avvenire immediatamente (anche di notte) senza aspettare il mattino successivo. Si dovrà scendere possibilmente fino al luogo dove ha dormito due giorni prima, nell’incertezza o nell’impossibilità almeno 500 metri di dislivello, 1000 sono meglio.
Le persone colpite da HACE normalmente sopravvivono e guariscono completamente se scendono molto e in fretta.
Ricordate che la maggior parte dei casi di edema cerebrale si riscontrano in persone che hanno continuato a salire con sintomi di AMS, da qui la:
REGOLA D’ORO N°2 Mai salire se si hanno sintomi di mal di montagna!

Edema Polmonare d’Alta Quota - (High Altitude Pulmonary Edema - HAPE):
Un’altra forma di grave patologia d’alta quota è l’Edema Polmonare, per capirci travaso di liquidi nei polmoni. Sebbene sia spesso associato al Mal di Montagna Acuto(AMS) non ne è strettamente correlato e i classici sintomi AMS possono essere assenti.
Segnali e sintomi dell’Edema Polmonare possono essere rappresentati da qualunque dei seguenti:
- estrema fatica
- difficoltà di respirazione a riposo
- respiro rapido e superficiale
- tosse, anche con secrezioni rosa o schiumose
- respiri gorgoglianti o rumorosi
- petto congestionato
- labbra o unghie blu o grigie
- sonnolenza
L’edema polmonare appare normalmente la seconda notte dopo una salita ed più frequente in persone giovani e allenate. In soldoni l’ipossia causa la costrizione dei vasi polmonari, questo fa sì che la pressione al loro interno si elevi drasticamente causando il travaso di liquidi dai vasi nei polmoni.
Una discesa immediata è la soluzione. A meno di avere con se una sacca iperbarica e/o un medico attrezzato la discesa dovrà avvenire immediatamente come per l’edema cerebrale, non aspettate il mattino dopo.
REGOLA D’ORO N°3 Se i sintomi peggiorano scendere immediatamente!
La persona ammalata deve essere trasportata perché lo sforzo di camminare peggiora la situazione e spesso un edema polmonare grave sviluppa anche un edema cerebrale.
Una volta scesi a una quota sicura, un paio di giorni di riposo dovrebbero essere sufficienti per la ripresa. Se tutti i sintomi sono completamente scomparsi una cauta risalita è accettabile.
L’edema polmonare può esser confuso con altri problemi respiratori:
- Tosse da alta quota e bronchite sono entrambe caratterizzate da tosse persistente con o senza presenza di catarro. In stato di riposo il respiro non è difficoltoso né si manifestano segni di spossatezza, se disponibile un saturimetro si vedrà che la saturazione dell’ossigeno sarà normale per quella quota.
- Polmonite, può essere difficile distinguerla dall’edema in base alla sintomatologia ma una volta scesi l’edema guarisce e la polmonite no. In ogni modo l’edema in quota è molto più comune della polmonite.
- Asma, può anch’essa essere confusa ma fortunatamente gli asmatici sembrano avere una condizione migliore in quota piuttosto che al livello del mare

Prevenire e trattare il Mal di Montagna Acuto
Non sarà mai enfatizzato abbastanza. Se avete sintomi di Mal di Montagna, NON SALITE ULTERIORMENTE. Salire con i sintomi di AMS significa peggiorare e mettere a repentaglio la propria incolumità. La maggior parte dei casi di edema cerebrale sono conseguenza dell’aver violato questa regola. Restate in quota o scendete finché i sintomi non sono completamente scomparsi. Solo allora sarete acclimatati e potrete riprendere la salita.
La chiave per evitare il mal di Montagna Acuto è una salita graduale che dia all’organismo il tempo di adattarsi.
I tempi di acclimatazione variano da persona a persona e non è possibile dare regole assolute ma in generale seguire le seguenti raccomandazioni è la maniera migliore di evitare l’insorgere di seri problemi:
- passare una notte almeno sotto i 3000 m
- evitare assolutamente sforzi e affaticamenti nella fase di acclimatazione, anche se vi sentite in forma procedete al 50% delle energie disponibili
- oltre i 3000 metri non si dovrebbe salire di più di 500 m di dislivello al giorno
- ogni 1000 m passare due notti alla stessa quota
- l’ideale è dormire più in basso del punto massimo raggiunto durante il giorno. Ciò non è sempre possibile, soprattutto nelle valli himalayane, il giorno di sosta diventa così di fondamentale importanza.
Un’eventuale escursione leggera a quote superiori con rientro al punto di partenza nella giornata di “riposo” è una buona tattica per prevenire problemi e abituarsi all’altezza.
Cose da evitare
Qualunque cosa rallenti la respirazione, vari medicinali possono indurre quest’effetto creando problemi. Chi ha sintomi di mal di montagna, ma a nostro avviso anche chi sta bene, deve evitare assolutamente:
- alcool
- sonniferi
- antidolorifici se non in dosi minime

Trattamenti
La base del trattamento del Mal di Montagna Acuto è rappresentato da: riposo, liquidi e blandi analgesici (aspirina, ibuprofene, paracetamolo), farmaci che non nascondono un eventuale peggiorare dei sintomi.
Normalmente è sufficiente fermarsi alla quota in cui i sintomi sono comparsi e riposare, nella maggior parte dei casi uno o due giorni sono sufficienti a riprendersi, a volte ce ne vogliono anche tre o quattro. Altrimenti la discesa è sempre la soluzione più rapida ed efficace.
Un dilemma comune è quello posto dalla domanda se il mal di testa dipende dalla quota o da altro. A parte il fatto che sovente nel mal di montagna la cefalea è associata ad altri sintomi è facile verificarlo. Se assumendo uno dei farmaci prima citati e bevendo un buon litro d’acqua la cefalea scompare velocemente e completamente è molto difficile che il mal di testa sia dovuto alla quota.
Profilassi
La profliassi è raccomandata esclusivamente in caso di:
- rapide e forzate ascensioni in quota, ad esempio voli su Lhasa o La Paz o Leh o Srinagar
- trekking a tappe rapide e forzate in quota
- a persone che sanno di soffrire di AMS
Altrimenti è decisamente consigliato acclimatarsi alla quota con liquidi, riposo e salita lenta e graduale.
L’acetazolamide (Diamox) è un farmaco che forza i reni a secernere bicarbonato riacidificando il sangue.
Vengono così bilanciati gli effetti dell’iperventilazione che si innesca in alta quota nel tentativo di catturare più ossigeno. Questa riacidificazione agisce da stimolante respiratorio, specialmente di notte, riducendo o eliminando quella particolare respirazione periodica di cui abbiamo parlato prima.
Pur essendo un valido supporto nella cura del Mal di Montagna Acuto il suo uso di elezione è preventivo in quanto il suo effetto principale è quello di accelerare l’acclimatazione in un tempo di 12-24 ore cosa che invece normalmente avverrebbe in 24 – 48 ore.
Le persone allergiche ai sulfamidici dovrebbero astenersi dall’assumere l’acetazolamide.
Il più comune degli effetti collaterali è una sensazione di formicolio o di vibrazione in mani, piedi e labbra, talvolta variazioni nel senso del gusto. Ovviamente lavorando per l’espulsione dei bicarbonati con l’urina questo farmaco ha effetto diuretico e farete molta pipì. Tutti questi effetti scompaiono con la sospensione della terapia.
La dose di acetazolamide per la profilassi preventiva è 125-250 mg (a seconda del peso corporeo) ogni 12 ore iniziando 24 ore prima della salita e finendo due o tre notti dopo il raggiungimento della massima altezza o con la discesa se questa avviene prima. Per l’apnea 125mg prima di coricarsi, fino alla discesa.
Miti da sfatare:
- l’acetazolamide nasconde i sintomi.
Non è vero, accelera l’acclimatazione e, se questa si instaura, i sintomi scompaiono perché non hanno più motivo di esserci. Se avete ancora difficoltà di acclimatazione avrete ancora i sintomi del mal di montagna.
- l’acetazolamide protegge dal peggiorare dei sintomi durante la salita.
Ma non annulla il valore della regola d’oro n°2 e non offre protezione contro il peggiorare del mal di montagna già in atto.
- l’acetazolamide previene il mal di montagna durante una salita rapida.
Pur essendo consigliabile il suo uso preventivo in caso di una forzata esposizione rapida all’alta quota (per esempio volare su La Paz o Lhasa) non si deve averne cieca fiducia, l’acetazolamide abbassa il rischio, non lo annulla.
- Se si interrompe l’uso dell’acetazolamide i sintomi peggiorano.
Non c’è effetto “rebound”. Interrompendone l’uso l’acclimatazione rallenta al suo ritmo naturale. Se il mal di montagna è presente i sintomi ci metteranno più tempo a risolversi, se non lo è vuol dire che siete acclimatati, almeno per quella quota.
Estratto di Gingko Biloba. Recentemente alcune ricerche su quest’estratto, pur non avendo ancora chiarito i meccanismi di azione, hanno evidenziato la sua capacità di prevenire o ridurre i sintomi del mal di montagna acuto.
Questi studi hanno utilizzato un estratto standard commerciale in dosi di 80-120 mg due volte al giorno a partire da 5 giorni prima di una rapida salita in quota o all’inizio di una salita graduale.
Qualora insorgessero problemi più gravi, oltre alla discesa che resta comunque la soluzione ideale, si possono adottare diversi trattamenti, almeno per guadagnare tempo là dove una rapida discesa non sia possibile.
Il Desametasone è un potente corticosteroide usato per trattare l’edema cerebrale. Questo farmaco cura i sintomi dell’ipossia e può risolvere i sintomi di mal di montagna acuto in poche ore, ma non aiuta ad acclimatarsi. Se si usa questo farmaco è severamente sconsigliato salire di quota prima di essere certi di essersi acclimatati sul serio.
Lasciamo le scelte farmacologiche ai medici e ci soffermiamo su due strumenti di grande validità: l’ossigeno e la sacca iperbarica.
L’ossigeno fa scomparire rapidamente i sintomi del mal di montagna con un flusso moderato (2-4 litri/minuto via cannula nasale). Possono essere necessarie varie ore di trattamento, una durata insufficiente può causare un ritorno aggravato dei sintomi. Il suo costo e la necessità di un minimo di addestramento lo rendono poco pratico e, là dove disponibile, riservato ai casi più gravi di edema.
La sacca iperbarica portatile è una sacca stagna in grado di contenere una persona che viene portata in pressione attraverso un pompa manuale. La persona al suo interno si trova a respirare in un’atmosfera pari a quella che troverebbe circa 1500/2000 metri più in basso. Due ore di trattamento sono il minimo per ottenere degli effetti ma a volte possono essere richieste molte ore (di faticoso pompaggio) per portare la persona fuori pericolo. E’ comunque indispensabile scendere appena possibile.
Riassumendo le cose basilari:
Regola d’oro numero 1 Se non vi sentite bene in quota, è mal di montagna
Regola d’oro numero 2 Mai salire se si hanno sintomi di mal di montagna
Regola d’oro numero 3 Se i sintomi peggiorano scendere immediatamente
Quindi i trattamenti:
- rapida discesa. Porta a remissione dei sintomi.
- permanere alla stessa altitudine. In 24-48 ore si dovrebbe avere remissione dei sintomi.
- permanere in altitudine assumendo acetazolamde. In 12- 24 ore si dovrebbe avere la remissione dei sintomi
Buona salita a tutti!

mercoledì, giugno 25, 2014

changu narayan: il tempio più antico del nepal

Changu Narayan è uno dei templi più importanti di tutto il Nepal ed è situato in cima a una collina a nord di Bhaktapur da cui, oltre il bosco di pini sottostante, si può godere uno splendido panorama della Valle incorniciata a Nord dalla catena dell’Himalaya. Ci si arriva in un ventina di minuti in bus da Bhaktapur, o a piedi in un’ora e tre quarti di lenta passeggiata, seguendo la via che dalla porta nord della città, conduce a Jaukhel.
Narayan o Vishnu è il Dio protettore della creazione nell’Induismo, ed è noto ai più appunto come il Creatore. Il tempio a lui dedicato sopra il villaggio di Changu Narayan, o Doladri in sanscrito, è descritto essere uno dei più antichi di tutta la Valle.
Una leggenda narra che un tempo Vishnu, nell’atto di distruggere il demonio uccise un Bramino che si era trasformato in demone. Un’azione del genere era considerata essere uno dei cinque crimini più abominevoli, uno dei cinque peccati capitali. Vishnu pensando a quello che aveva fatto girovagò qui e là su Garuda, la figura mitologica mezzo uomo mezzo uccello, che è il suo veicolo. Quando arrivò a Changu, un eremita di nome Sudarsana, non riconoscendolo come il Dio Vishnu, lo decapitò. Vishnu in quel momento fu colto da un grande rimorso per il suo peccato. Disse che da allora in avanti avrebbe vissuto sulla collina di Changu, dove lui si era ricordato del suo peccato e che chiunque sarebbe venuto a pregarlo a Changu sarebbe stato perdonato dei suoi. La Nitrya Puja, una preghiera rituale che si tiene a Changu Narayan viene celebrata proprio in relazione a questa leggenda. L’immagine di Vishnu è costituita da due parti, una la testa e l’altra il corpo, così durante la puja ci si ricorda della decapitazione del Dio.

Nel Buddhismo Changu Narayan è invece venerato per il Bodhisattwa Avalokiteswara, il Bodhisattwa della Compassione di cui il Dalai Lama è incarnazione sulla terra. I Buddhisti credono in una leggenda che racconta che Garuda, il veicolo di Vishnu, e Takshaka, il re dei serpenti (naga) della Valle di Kathmandu erano impegnati in una cruenta battaglia. Quando Garuda invocò Vishnu di aiutarlo, Takshaka fu certo di essere seriamente in pericolo e iniziò a pregare Avalokiteswara, che compassionevole fece finire la battaglia e mise la pace tra i due avversari. Vishnu vergognandosi del suo comportamento durante il conflitto si offrì di trasportare il Bodhisattwa a Changu e così creò la particolare icona di Hari hari hari Vahan Lokeswora. A Changu Narayan il Bodhisattwa Avalokiteswara si vede ben distinto dalle figure induiste su una scultura in pietra dietro il tempio mentre Garudasana Narayan, Vishnu sul suo veicolo Garuda, sta nel cortile del tempio. Uno fu fatto nel X secolo e l’altro, di cui si trovano molte copie in Valle, nel XIII secolo. Nonostante le leggendarie origini del tempio, gli storici attestano che prima costruzione del tempo sia datata intorno al II secolo. Si crede che fosse stato fatto costruire da Haridatta Varma, un Re della dinastia dei Licchavi, che regnò intorno al 325 dc, molte generazioni prima di Manadev I. Gli storici dicono che Haridutta aveva ordinato la costruzione di altri quattro templi in onore di Narayan sulla cime di altrettante colline situate nella Valle di Kathmandu: Ichangu Narayan, Sikhara Narayan e Lokapalasvamin. L’iscrizione che sta sul pilastro dove è scolpita la statua di Garuda Dhwaja, che racconta delle vittorie di Manadev I, risale a circa il 464 DC e testimonia come il tempio fosse più antico di quanto si potesse pensare, è sicuramente la più vecchia iscrizione che è stata scoperta in Nepal. Questa iscrizione testimonia inoltre come fosse costume presso le famiglie reali rendere omaggio alla divinità. La maggior parte degli omaggi furono fatti sottoforma di restauri e ricostruzioni perché il tempio nei secoli subì ripetutamente danni a causa dei terremoti. Nel 607 il Re Amsuvarma restaurò parte dei rivestimenti delle immagini sacre del tempio e fece una cospicua donazione.

Il tempio poi venne lasciato al suo destino e iniziò a deteriorarsi fino a che Visva Malla di Bhaktapur, tra il  1548 e il 1560, non se ne occupò. Poi Gangarani di Kathmandu, la nonna di Pratap Malla, lo fece restaurare dopo che subì un incendio. Nel 1694 il tempio necessitò ancora di interventi di restauro e ricostruzione che furono offerti dalla Regina Madre di Kathmandu Radhiklaksmi. La Regina offrì anche numerosi doni, tra cui un bellissimo torana d’oro, un ammontare in oro e argento pari al suo peso e una statua che raffigurava lei stessa col figlio inginocchiati davanti al tempio che fu posta dietro il Garuda Dhwaja di Manadev I. Sempre nello stesso periodo Bhupalendra Malla di Kathmandu offrì una nuova testa di Vishnu al tempio visto che la precedente era andata distrutta durante una puja. Vent’anni dopo questo restauro, il tempio prese fuoco nuovamente e in questo periodo, che va dal 1700 al 1722, Bhaskar Malla lo ricostruì nuovamente e fece rifinire a arte anche il tetto.

Il tempio che racchiude in se 1700 anni di storia nepalese, è decorato con alcuni tra i più preziosi lavori di scultura, intaglio e forgiatura di tutta la valle. Vedendo questo tempio si ha quindi la possibilità di osservare in un colpo solo tutta la storia e l’evoluzione culturale e artistica della Valle di Kathmandu.
Nelle travi di legno di sostegno dei due piani della pagoda del tempio sono rappresentate finemente intagliate le dieci incarnazioni in cui Narayan si trasformò per distruggere chi si comportava come un demone. C’è una splendida statua del VI secolo che rappresenta la forma cosmica di Vishnu, mentre un’altra richiama la leggenda della sua incarnazione in un nano quando schiacciò il Re Bali. Una statua di Vishnu che eviscera Narsingha, l’uomo leone, è molto particolare e interessante. I portali a est sono di bronzo e le campane sono decorate con dragoni. Dei leoni in pietra sono situati a guardia davanti ai portali. Divinità e grifoni spuntano dai muri e decorano gli scalini del tempio.
La statua di Garuda inginocchiato a grandezza naturale è situata prima del tempio davanti a Vishnu in segno di rispetto, mentre invece la statua più famosa è quella di Vishnu a cavalcioni del suo veicolo.

mercoledì, giugno 18, 2014

Bouddhanath, lo stupa più grande del Nepal

Bouddhanath è per me uno dei luoghi più suggestivi della Valle di Kathmandu.
Situato a poco più di 10km dal centro città ed è uno dei maggiori centri Buddhisti del paese. Dopo la rivoluzione culturale di Mao, molti tibetani scappati dalla loro terra si sono insediati qui, attorno a questo Stupa, e animano la cita del villaggio secondo le loro tradizioni e la loro cultura.
I fedeli sono soliti fare la sacra Khora attorno allo Stupa in senso orario, facendo girare le ruote di preghiera che sono nelle nicchie sul muro di cinta dello Stupa. Chi visita questo luogo non può fare a meno di seguire i pellegrini nel loro cammino sacro e di assorbire tutta l’energia positiva che aleggia qui.
Lo Stupa di Bouddhanath visto da sopra ha l’aspetto di un mandala, il diagramma buddhista che rappresenta l’universo, e come in tutti i mandala, ha i Dhyani Buddha ai 4 punti cardinali e il Buddha supremo Varirocana che sta al centro, nell’emisfero bianco dello Stupa.
I 5 Buddha rappresentano anche i 5 elementi che troviamo anche nelle bandiere di preghiera (terra, acqua, fuoco, aria e spazio) e che sono rappresentati nell’architettura dello Stupa stesso.
Nella struttura dello Stupa ci sono altri “numeri” che hanno un simbolismo particolare. I 9 livelli dello stupa rappresentano il mitico monte Meru, che è il centro del cosmo, e i 13 anelli che stanno dalla base al pinnacolo simboleggiano il cammino verso l’illuminazione la "Bodhi" da cui deriva il nome di Bouddhanath.
La base lo Stupa è circondata da un muro a 16 lati, che ha delle nicchie contenenti ruote di preghiera e affreschi.
Bouddhanath è associato al Bodhisattva Awalokiteswara, le cui 108 forme sono scolpite attorno alla sua base.
La base dello Stupa è costituita da 3 piattaforme, poste una sopra l’altra, che stanno a rappresentare la "terra". Sopra queste piattaforme ci sono due basamenti circolari che supportano l’emisfero dello stupa e rappresentano l’"acqua". Sopra l’emisfero c’è una struttura cubica che porta la raffigurazione degli occhi di Buddha nei 4 punti cardinali, che sono così onnipresenti. In mezzo hanno disegnato il numero "uno" (sembra un punto interrogativo rovesciato) che rappresenta l’unità e l’unica via per raggiungere l’illuminazione seguendo i precetti del Buddha (la via del Dharma). Sopra sta il terzo occhio, che rappresenta la saggezza del Buddha.
Sopra questa struttura cubica c’è una sorta di piramide a 13 gradoni, che come dicevamo prima sono gli scalini che portano all’illuminazione. La forma triangolare di questa struttura rappresenta l’elemento “fuoco”. In cima c’è una "tettoia dorata", la rappresentazione dell’aria, e alla fine un pinnacolo dorato che rappresenta lo "spazio" e il Buddha Vairocana.
Dall’alto sono appese delle bandiere di preghiera che fluttuano al vento portando i mantra e le preghiere tutto attorno.
L’ingresso della piattaforma più alta dello Stupa sta a nord ed è presidiato da Amogashiddhi, predecessore del Buddha del Futuro Maitreya, che sta subito sotto.
La storia dell'origine di Bouddhanath pare un po’ controversa. Secondo le cronache Gopalarajavamsavali, Bouddhanath fu fondata sotto i Lichhavi nel VI secolo. Nel XV secolo degli scavi fatti qui hanno riportato alla luce resti e reliquie del Re Lichhavi Aṃshuvarma e documenti risalenti al VI secolo che testimoniano l’esistenza dello Stupa. Altre cronache lo riferiscono al regno di Mana Deva nel V secolo. Altre fonti ne datano la fondazione nel XIV secolo. In ogni caso le fonti più accreditate lo danno come fondato durante il tempo dell’impero di Trisong Deutseng, che regno in Tibet nel VI secolo.
 

lunedì, giugno 16, 2014

dalla parte degli Sherpa e dei porters

Il mese scorso, vedendo l'articolo di Internazionale "I Proletari dell'Everest"
non ho potuto fare a meno di pensare ai miei amici Sherpa.

Ormai ne ho un cospicuo numero. Gente semplice, umile, sono ragazzi che un sorriso non lo negano mai a nessuno. Poco meno di un mese fa mentre mi riposavo dai 45ºC sulla branda a Mandalay in Birmania, finalmente è arrivata la connessione wifi, e con lei i messaggi dal Khumbu: "Didi, you can't imagine, we're all shocked" mi scriveva Pasang da Gorak Shep. Tenzing da Namche invece scriveva: "So sorry for what's happened in Everest". Som da Gokyo, il mio fratellino, la mia fidata guida:"Didi I'm ok, but here 18 Sherpa people are still missing".
Povera gente, instancabili lavoratori, padri di famiglia, figli devoti. Le loro dure vite sono valse solo i 4000 dollari dati alle loro famiglie in risarcimento per la loro perdita. "È stata una disgrazia, una tragica fatalità che può accadere a chi di mestiere fa il portatore o la guida in alta quota".
A chi deve montar scale e fissar corde per il circo dell'Everest, dove un esercito di stranieri mascherati con gli erogatori, pianteranno la loro bandierina sul tetto del mondo. Che importa se poi chi ci lavora muore? "È il rischio del mestiere". Gli Sherpa sanno che possono restarci secchi, quindi volendo potrebbero scegliersi un lavoro più sicuro. "Alla fine lo fanno solo per i soldi".
Quando nasci nel Khumbu, nel Solu, cresci aiutando tuo padre e tua madre a coltivare i terrazzamenti, porti pietre sulla schiena, frasche, legname e da lì poi porti le sacche dei turisti e con quei soldini che ti danno di mancia comperi più riso, magari a fine anno, insieme ai tuoi fratelli, riesci anche a comperartici una capra. Poi vedono che sei forte e resisti e ti prendono a lavorare per qualche grosso travel agent locale.
Le mance dei trekkers a volte sono meglio di una paga. Se tiri la cinghia puoi diventare anche guida. Tuo figlio potrà studiare in una scuola migliore e potrai prendere le gocce di collirio per la cataratta di tua madre, che a furia di spezzarsi la schiena sotto il sole che picchia a più di 3500 metri s'è rovinata pure la vista. Certo uno Sherpa, un Magar o un Rai può fare anche altro nella vita. Non lo vieta nessuno, forse glielo impedisce solo la comune natura umana, che abbiamo tutti, con la nostra voglia di migliorarci, di migliorare le nostre condizioni di vita, la voglia comune a tutti gli esseri umani di cercare opportunità per una vita migliore.
Con ste riflessioni mi sono tornati in mente i momenti concitati l’anno scorso a Maggio a Gorak Shep, allo Yeti Resort. Stavo bevendo un tea con Som, Pasang Sherpa e mio padre. La dining era piena zeppa di trekkers alle 11 di mattina. C’era un gruppo di alpinisti dell’esercito americano del team “7summits” che erano al tentativo della loro 7° vetta, l’Everest. Il tetto del mondo se l’erano tenuto per ultimo. C’era una confusione e un bel movimento coi coreani che volevano foto con chiunque in ogni posa. Pasang Sherpa parlava con due suoi porters e con Som della zuffa di Ueli Stek e Simone Moro con gli Sherpa su all’Everest. Era arrabbiato perché a causa di questa cosa gli Sherpa ne sarebbero usciti con la reputazione macchiata. Il senso dei loro discorsi era: “Si fa presto a demonizzare gente senza nome che lavora, quando ci sono di mezzo noti alpinisti di fama internazionale”.
Ricordo che a un certo punto ho smesso di ascoltare le loro discussioni, certa che tutta la verità non sarebbe mai saltata fuori.
Io non conosco personalmente questi due alpinisti, ma mi pareva davvero strano sentire che fossero stati aggressivi verso gli Sherpa. E conoscendo quanto sia mite il popolo Sherpa sono stata ancora più incredula a pensare che degli Sherpa, delle guide di alta montagna, fossero stati aggressivi con degli occidentali. Senza gli Sherpa, la maggior parte degli scalatori non sarebbe in grado di salire sulla montagna, loro sanno e conoscono la loro terra meglio di chiunque altro. Tutto ciò era assurdo. Poi proprio lassù, in un posto così sacro per tutti. Quasi un sacrilegio.

I Bharya, i portatori, vengono sommariamente chiamati Sherpa dai trekkers. Certo molti di loro sono di etnia Sherpa, ma non tutti, tanti sono Magar, Gurung, Rai o Limbu o di altre parti del paese, zone povere, molto povere. Il termine “portatore” in nepalese si dice “Bharya”. Sherpa, in Tibetano invece vuol dire genti dell’Est, e sono un’etnia che da sempre si sposta tra Tibet e Nepal con le mandrie di Yak trasportando sale e barattandolo con l’orzo, la tsampa, la base della loro alimentazione.
Anticamente originari delle montagne tra Tibet e Nepal e poi migrati nelle valli nepalesi, adesso i più fortunati di loro hanno in mano il grosso del turismo, dei trekking, dell’alpinismo, dei resorts e lodges sul tetto del mondo. Ne ho incontrati tanti che son rimasti umili portatori, che camminavano curvi e schiacciati dai pesi sulle spalle che erano enormi rispetto alla loro corporatura. E ha voglia la gente a dirmi che sono abituati, che hanno fibra forte. Quelli che ho visto erano tutti più giovani di me ma sembrava avessero almeno 10 o 20 anni in più rispetto alla loro età.
Ne ricordo uno che aveva sulla schiena sette materassi, un altro che trasportava quattro bombole del gas, poi ce ne n’erano due che avevano quattro porte di legno caricate sulla schiena, un altro che aveva talmente tante taniche addosso che gli si vedevano solo le gambe dai polpacci in giù. Ho incontrato un gruppo di Bharya che si coprivano il viso con un fazzoletto e erano curvi sotto gerle ripiene di carni macellate chissà quanti giorni fa. Impressionante.
Quando ho conosciuto Tsering anni fa, mi ha raccontato che, mentre trasportava 60kg di materiale, era scivolato sul percorso spaccandosi l’infradito e slogandosi la caviglia. Aveva un cotechino al posto del piede e non riusciva a reggersi in piedi, ma era più preoccupato dal fatto che non sapeva se sarebbe riuscito a portar su il materiale al Campo Base, piuttosto che per la sua caviglia. Gli avevo dato del ketoprofene, raccomandandogli di stare a riposo qualche giorno e di fare impacchi freddi. Ora la mia Mamma Sherpa, la mamma di Tsering, ogni volta che torno a Punghi Tanga mi accoglie con una Khata e mi abbraccia come una figlia, una figlia che ogni tanto torna a casa a trovarla, sul tetto del mondo.
Quando sei in Himalaya e fai trekking, la maggior parte dei portatori che incontri ha tre sacconi da spedizione sulla schiena, legati tra loro con una corda e sorretti sulla sommità della loro testa, cosa che gli mette in tensione tutti i tendini e i muscoli del collo. Uno dei figli di Ama Sherpa, la mamma Sherpa di Pat, qualche anno fa è scivolato su un gradino del sentiero per Lobuche, ha perso l’equilibrio e nella caduta, la corda che reggeva i sacconi gli ha spezzato l’osso del collo per il peso. Quanti morti, quante vite spezzate. Per fortuna gli altri suoi due figli hanno uno una guest house a Namche Bazaar e l’altro una agenzia di trekking e non fanno i portatori.
I portatori sono come piccole formiche che trasportano foglie e sassolini che sono il triplo di loro.
I Bharya, come le formiche a piedi ai piedi degli 8000.
Senza di loro la stragrande maggioranza di noi occidentali non salirebbe a fare trekking turismo nelle valli nepalesi. E pochissimi sarebbero in grado di salire i giganti della terra senza il loro aiuto. L’Everest viene totalmente attrezzato due volte l’anno. Almeno un centinaio di nepalesi salgono sul tetto del mondo, montando scale, corde fisse, spianando e attrezzando la via che i turisti alpinisti di tutto il mondo dovranno affrontare per arrivare in cima al tetto del mondo con le spedizioni commerciali, aiutati da almeno una guida ciascuno che li spinga e tiri su e da un portatore che porti loro in cima le bombole d’ossigeno che gli serviranno per arrivare in vetta a passo di lumaca. L’Alpinismo è un’altra cosa, come diceva Bonatti, questo è il turismo degli ottomila. Io dico che ognuno ha i suoi limiti e il suo Everest. Il mio è sempre lì, e io lo guardo con rispetto e riverenza dal basso, ai piedi delle sue pendici, ascoltando i segnali che la montagna mi manda per farmi capire fino a quanto mi posso a lei avvicinare e mai pensando di essere più forte, più audace, più furba di lei.

Non andate mai in Himalaya senza un Bharya e se potete fatevi sempre accompagnare da una guida locale o da uno Sherpa "per un sacco di buoni motivi".
Gran lavoratori, mesti, disponibili, forti, unici, fedeli e affidabili compagni di avventure. Questi sono per me gli Sherpa. Non ce n’è uno, tra quelli che conosco, che non mi abbia trattata come una regina da quando vengo a camminare in Himalaya.

giovedì, giugno 05, 2014

Perché Rongpuk non vi suggerisce di fare trekking da soli

Dopo innumerevoli richieste in merito mi pare doveroso scrivere un articolo sul "fare o meno" trekking da soli.
Per come la vedo io, dopo tanti anni di Himalaya, non mi sento di consigliare a nessuno di andarci completamente soli.
I motivi sono almeno 3.

1- Sicurezza personale.
In montagna il meteo è imprevedibile, in qualche minuto può arrivare nebbia o le nuvole si possono abbassare e la visibilità può scendere a tal punto da far perdere la via. Ci sono stati un bel po' di casi di gente che, essendo sola, si è persa ed è finita nei guai, per cui poi recuperarla è stata un'impresa.
Ma meteo a parte, se sei solo e ti cade un sasso in testa, oppure scivoli e finisci nel fiume, o in un burrone o scivoli e ti sloghi una caviglia o ti rompi un osso, o semplicemente ti accade qualsiasi cosa di imprevisto, che fai?
La rete mobile/cellulari in Nepal in montagna non copre ovunque. Non sempre i sentieri trekking sono così affollati come si crede e stai certo che quando ne avrai bisogno, non passerà nessuno per ore (la legge di Murphy esiste e anche la sfiga). Quindi se si è soli e succede qualcosa si rischia di finire in guai grossi oltre al fatto che di certo si creeranno problemi alle autorità e a chi dovrà venire a cercarti.
Per fare trekking in un minimo di sicurezza il numero minimo di persone in cui si deve essere è 3.
Così se il Trekker si fa male o gli accade qualcosa, il secondo compagno starà con lui, mentre il terzo andrà a cercare aiuto. E avere con se un secondo compagno Guida Locale di Montagna autorizzata dal Governo e assicurata e come terzo compagno un Portatore Nepalese, ti risolve i problemi e vuol dire avere "la sicurezza" che qualsiasi cosa accada, loro sapranno di certo come fare per avere i soccorsi il prima possibile, sapranno dove andare a chiedere e a chi, minimizzando tempi e costi.
Mai dare per scontato che vada tutto bene, che siamo tutti preparati, forti, autosufficienti. Mai sottovalutare la Montagna. Viviamola con rispetto e timore reverenziale

2- Dai valore aggiunto al tuo viaggio.
Andare con una Guida Locale e con un Portatore sarà un valore aggiunto al tuo viaggio. Ti aiuteranno a entrare con la testa e il cuore nel paese che andrai a visitare, facendoti notare cose che i tuoi occhi non sarebbero in grado di notare, capire e a volte vedere, da soli.Fauna, specie protette che si nascondono bene (tipo il Danphe o le Blue Sheep), flora autoctona, nomi di monti e vette minori che celano leggende e storie a noi ignote, tradizioni, usi, costumi, differenze tra le genti, etnie che noi non conosciamo. Ti aiuteranno ad avere le stanze migliori, cureranno che il tuo cibo venga fatto come lo desideri, saranno il tuo ponte tra il tuo mondo e l’Himalaya.

3- Aiuta le microeconomie locali.
Stai andando in un paese in via di sviluppo, uno tra i paesi più poveri dell’Asia. Il Nepal non ha grandi industrie e non ha capitali per sfruttare le sue risorse, come ad esempio l’acqua. Il Nepal fonda il grosso della sua sopravvivenza con gli aiuti esteri e col turismo. Quindi tu che sei un viaggiatore, un turista, un esploratore o un trekker, dando lavoro a una Guida e a un Portatore contribuirai a aiutare e a sostenere la microeconomia locale di un paese povero e che ha tanto bisogno. In Nepal le famiglie sono molto numerose, sono com’erano in Italia cent’anni fa. Le Guide col loro salario daranno da mangiare alle loro famiglie, pagheranno la scuola ai loro figli, pagheranno i dottori e le medicine che servono per curare i loro padri e alle loro madri anziane.
Quindi pensateci bene quando avete in mente di andare a far trekking in Nepal da soli.

venerdì, maggio 30, 2014

Dar Cho. Le Bandiere di Preghiera, ovvero strumenti che aiutano a dare felicità

Spesso in Tibet, in Himalaya e in ambienti di fede Buddhista troviamo queste bandierine che non sono semplici pezzi di stoffa ma hanno un significato e una simbologia molto particolare.
Le bandiere tibetane di preghiera (Dar Cho, ovvero strumenti che aiutano a dare felicità agli esseri senzienti) sventolando creano un’atmosfera di pace, serenità e speranza e le forti correnti d’aria Himalayane guidano le preghiere, trasportate dal “Cavallo del Vento” (Lung Ta), verso il cielo.
Tradizionalmente le bandiere vengono esposte davanti ai templi, nei luoghi sacri, agli incroci, sui ponti, sui tetti, sulle sommità delle montagne, meglio sui passi montani e in qualsiasi luogo all’aria aperta, dove possano incontrarsi col vento e sventolare il più possibile, sono da sempre adoperate in occasione dei matrimoni, dei compleanni, delle cerimonie.
Si dice che le bandiere di preghiera invochino la compassione, l'armonia, la pace, la saggezza, forza e protezione contro i pericoli e il male. Inoltre si ritiene che quando il vento soffia sulle bandiere, l’aria intorno diventa santificata e purificata. Su di essere sono riportati testi e simboli sacri e devono essere trattate con rispetto.
Il vento, si ritiene, abbia il compito di trasportare nell’aria, attraversando luoghi vicini e lontani, le benefiche vibrazioni prodotte dalle preghiere contenute al loro interno. Non possono essere appoggiate per terra o gettate nei rifiuti. Quando il bordo delle bandiere in cotone comincia a sgretolarsi a causa dell’azione del vento, tutte le preghiere riportate sulle bandiere cominciano a realizzarsi. Le bandiere sono fabbricate in modo che si consumino e si distruggano naturalmente, proprio perché esse simboleggiano il decadimento della vita stessa, che si chiude e si riapre in un ciclo continuo. Vedendo consumarsi le bandiere, infatti, ci accorgiamo che la vita non è eterna, non è stabile e che tutto è in continuo mutamento. I colori ci riportano alle verità fondamentali della vita terrena, che assume il valore di un dono che ci appartiene solo per un breve viaggio. Le vecchie bandiere che sono ormai consumate se si vogliono cambiare non possono essere buttate vie ma vengono tradizionalmente bruciate, affinché il fumo possa trasportare la loro benedizione in cielo.
Le bandiere di preghiera hanno origine Bon, sono quindi prebuddhiste e venivano utilizzate dagli sciamani BonPo durante le loro cerimonie per placare gli spiriti della montagna o della terra in caso di disastri naturali con i loro potenti mantra, e andavano a bilanciare le forze avverse pacificando l’ambiente circostante. Se ne faceva anche un utilizzo nella medicina tradizionale, in modo che dessero armonia agli elementi nel corpo della persona malata, ristabilendo un equilibrio tra di essi.
Nonostante BonPo significhi “coloro che recitano formule magiche”, il che fa trasparire che non dovrebbero esserci grandi testimonianze scritte di questa cultura, e nonostante non si abbia la certezza che le bandiere di preghiera Bon fossero scritte, sta di fatto che i simboli che si trovano sulle bandiere di preghiera Buddhiste siano di indubbia derivazione Bon. La religione Bon come nel Buddismo Vajrayana suddivideva il mondo fenomenico e psico-cosmico in cinque energie essenziali o cinque elementi fondamentali che sono anche le dimensioni del Buddha e che si manifestano come terra, acqua, fuoco, spazio e aria. Questi cinque elementi corrispondono ai cinque colori con cui sono stampate le bandiere: giallo-terra, verde-acqua, rosso-fuoco, bianco-aria (vento e nuvole), blu-spazio. E per questa ragione le bandiere di preghiera sono sempre raggruppate in multipli di cinque e l'ordine dei colori è sempre giallo, verde, rosso, bianco e blu; in senso verticale il giallo si trova in basso perché rappresenta la terra e il blu in alto perché rappresenta lo spazio. In senso orizzontale l'ordine può andare da destra a sinistra o viceversa. Le aste possono essere di un unico colore o contenere tutti e cinque i colori della bandiera.
Spesso al centro delle bandiere c’è il Cavallo del Vento, in tibetano Lung-Ta, che esaudisce i desideri ed è disegnato al centro delle bandierine di preghiera mentre trasporta tre gioielli luccicanti sul suo dorso che rappresentano il Buddha, il Dharma (l’insegnamento Buddhista), e il Sanga (la grande comunità Buddhista). Tutti insieme formano la trinità Buddhista.
Ai quattro angoli di queste bandiere, vi sono le immagini di Garuda, del Drago, della Tigre e del Leopardo delle Nevi, quattro animali sacri che simboleggiano le quattro dignità: saggezza, forza, intelligenza e coraggio. Attorno al cavallo sono scritti potenti Mantra, Sutra e Preghiere rituali dedicati alle diverse divinità. In essi si evocano ancora  la saggezza, l’amore, la compassione e la forza e hanno il compito di proteggere dalle energie negative e dai pericoli. Aiutano a superare gli ostacoli, aumentare la prosperità, allungare la vita, promuovere la pace e l’armonia tra tutti gli esseri viventi. La tradizione vuole che molti di questi mantra siano stati scritti da Padmasambava, il Guru Rimpoche, che chiamato dal Re Trisong Deutseng, con le sue magie e la sua forza, riuscì a sottomettere gli spiriti tibetani e a far consolidare il Buddhismo come religione e filosofia di vita in Himalaya.
Sulle bandiere a volte sono riportati gli 8 simboli di buon auspicio. Il Parasole che protegge dai demoni, il Pesce Dorato che rappresenta la felicità e la salvezza dal mare della sofferenza, il Vaso del Tesoro che è segno di pienezza spirituale e materiale, il Fior di Loto che è simbolo di purezza, la Conchiglia a spirale che annuncia gli insegnamenti dell’illuminato, il Nodo Infinito che simboleggia la mente meditativa e l’infinita conoscenza del Buddha, il Vessillo della Vittoria che simboleggia appunto la vittoria del Dharma sull’ignoranza e sugli ostacoli della vita e la Ruota del Dharma che è simbolo della legge universale e spirituale.
A volte sulle bandiere vi è disegnato anche il Dorje (Vaijra) simbolo dell’indistruttibilità, della verità, dell’essenza delle cose e degli esseri senzienti e del potere religioso.
Le figure con sembianze umane che possiamo trovare sulle bandiere di preghiera sono fondamentalmente di due tipi: divinità e esseri illuminati. Le prime rappresentano i principali aspetti dell’illuminazione, quindi la compassione, la saggezza e la forza, nelle figure rispettivamente di Avalokiteswara, Manjushri e Vajrapani. Gli esseri illuminati, che sono disegnati con l’aspetto di divinità trascendentali, sono invece il Buddha Shakyamuni, Padmasambhava (il Guru Rimpoche) e Milarepa.
Altre volte vi sono rappresentate le unioni degli opposti per simboleggiare l’armonia e la pace della via del Dharma.
Ci sono circa due dozzine di tipi di bandiere di preghiera, ma le tipologie più comuni sono quelle descritte qui sotto che poi sono quelle che di solito vediamo in Himalaya.
Le più usate sono quelle col Cavallo del Vento, tanto che molti chiamano le bandiere di preghiera proprio Lung-Ta invece di Dar Cho. Queste sono di buon auspicio e portano energia.
Quelle col Vessillo della Vittoria vengono utilizzate per superare gli ostacoli e i problemi e riportano i Sutra dati da Sakyamuni a Indra che proteggono e assicurano vittoria sul male. A volte vi sono aggiunti dei mantra per accrescere l’armonia, dar buona salute e benessere.
Le bandiere per la Salute e la Longevità riportano parte del Sutra della Lunga Vita del Buddha attorno alla figura di Amitaba, che è il Buddha della longevità che a volte è accompagnato dalla Tara Bianca che da pace e buona salute e da Vijaya che protegge.
Le Sampa Lhundrup, riportano la potente preghiera di protezione scritta dal Guru Rimpoche. Dicono che queste bandiere sono particolarmente adatte alla nostra "era moderna" e proteggano da disastri naturali, guerre e aiutino a superare gli ostacoli. Hanno disegnato al centro il Guru Rimpoche (Padmasambhava) e il suo potente Mantra Om Ah Hung Vajra Guru Padma Siddhi Hung.
Le bandiere con le Lodi alle 21 Tara sono state composte dal Buddha primordiale Akshobhya, trascritte in sanscrito da Vajrabushan Archarya e tradotte da Atisha nel XI secolo. Riportano la Tara Verde al centro e il suo Mantra Om Tare Tutare Ture Soha. Piccola parentesi su Tara. La Tara Verde nacque da una lacrima dal lago di lacrime compassionevoli di Avalokiteswara (il Bodhisattva della compassione) versate da lui per le creature sofferenti. La Tara Verde poi si manifestò nelle altre sue 20 forme. Le Lodi a Tara pregano tutte le 21 forme di questa divinità. E le bandiere diffondono le loro benedizioni compassionevoli.
Inizialmente le bandiere di preghiera erano scritte a mano, poi successivamente, intorno al XIV secolo vennero usate delle matrici di legno per stamparle.
Ora si trovano stampate in poliestere o in cotone.

giovedì, marzo 13, 2014

il Kailash e il Saga Dawa

VI RACCONTO COSA SONO
Un viaggio alla montagna sacra è un sogno.
Sarebbe il massimo farlo tra maggio e giugno quando nella regione del Kailash e precisamente a Darchen, dove il fiume Lha Chhu emerge nella pianura, si festeggia il Saga Dawa, durante il 4° mese del calendario tibetano (SAGADEWA) tra il 25/5 e il 22/6. Per il famoso festival accorrono moltissimi pellegrini con i loro paramenti tradizionali. Il Saga Dawa è anche il giorno di apertura "ufficiale" del percorso del kora o della khora ("Khorlam").
E’ anche un giorno di buon auspicio x fare la khora, che fatta in questo periodo particolare ne aumenta di una dozzina di volte il potere aiutando i pellegrini ancora di più ad acquisire meriti per la loro vita futura.
Le date cloù di solito sono il 7° giorno del mese (indi tra fine maggio e inizio giugno secondo il calendario tibetano) in cui i tibetani festeggiano il compleanno del Buddha e il 15° giorno in cui festeggiano la sua illuminazione, il nirvana e la morte. Centinaia di pellegrini locali partecipano inoltre all'innalzamento del grande palo di preghiera presso Tarboche in questi giorni, nei pressi della piattaforma Mahasiddha dove vengono fatte le celebrazioni vere e proprie del Saga Dawa, subito dopo Darchen (villaggio punto di partenza della Khora) e da dove si apre la Valle ovest del Kailash, nota come Valle di Amitabha.
Vi riporto una descrizione dell’antrpologo Charles Allen tratta da: Alla ricerca di Shangri-La - Ed. Newton & Compton 2000 - pag. 85,86,87,88 :
“Nella notte di luna piena del IV mese del calendario tibetano, la Montagna delle Nove Svastiche Sovrapposte brilla come una stalagmite in un cielo senza nubi. Nonostante il campo sia molto affollato, alle nove di sera il silenzio è totale. Si respira un'aria di attesa, di eccitazione contenuta che mi fa ricordare le vigilie di Natale di tanto tempo fa. La luce del giorno colpisce la nostra tenda alle sette in punto, ma sembra che tutti gli altri campeggiatori siano svegli e in piena attività già all'alba. Il fumo di centinaia di fuochi da campo si solleva come piccole piume che confluiscono in banchi di nebbia filacciosi sopra il fiume.
Oggi è Saga Dawa.
Dopo la colazione seguiamo la folla che si dirige verso un anfiteatro naturale a meno di 500 metri dal fiume e più in alto di almeno 300. Ci accoglie una visione straordinaria: due o tremila tibetani sono qui radunati, alcuni in piedi o accovacciati sulle pendici circostanti, ma la maggior parte stanno camminando in circolo intorno a un punto centrale. Sono talmente numerosi che sembrano una gigantesca ruota multicolore in movimento. Nello spazio aperto, all'altezza del mozzo della ruota, sta adagiato un enorme palo di preghiera in legno, fatto con diversi tronchi di pino posti uno sull'altro come il pennone di una nave. È interamente decorato con bandiere di preghiera dai colori brillanti, nuove di zecca; più o meno a metà sono attaccate quattro funi lunghe circa 600 metri, anch'esse completamente ricoperte di bandiere. Il Darchen (il Tarboche) è rivolto rigorosamente verso nord e giace con la base adiacente a un buco al centro di un cumulo di pietre.
Su queste pietre sta diritto il maestro di cerimonie, vestito di un magnifico abito di seta gialla con cintura rossa, che coadiuvato da un gruppo di aiutanti ha il compito coordinare la folla che deve issare il palo, chi tirandolo con delle funi, chi spingendolo con dei pali.

Una dozzina di monaci dai berretti rossi, provenienti dal vicino monastero Kagyu a Gayangdrak, formano una banda di suonatori che soffiano in giganteschi corni alpini e conchiglie, e percuotono cimbali e tamburi. C'è anche un gruppo di monache buddiste che intonano preghiere e canti e si esibiscono in gesti rituali delle mani in perfetto sincronismo. L'aria è impregnata del fumo dell'incenso acceso tutto intorno, mentre coloro che eseguono le circumambulazioni camminano senza sosta in una nuvola di polvere, facendo girare con le mani le ruote di preghiera.
Su segnale del maestro di cerimonia si inizia ad innalzare il palo, c'è il gruppo che tira le funi, coloro che spingono con i pali e chi lo puntella per sostenerlo via via che si alza del terreno. Ad ogni strattone gli spettatori gridano Lha-so-so! Lha-so-so! Mentre gettano in aria foglietti di carta di preghiere. Nonostante che lo si tiri con quattro funi e ci siano almeno cento persone a tirare ogni fune, è necessario ad un certo punto attaccare due funi a due camion.
È fondamentale che il palo entri nel buco del terreno dalla giusta angolazione in modo di essere collocato perfettamente verticale; se dovesse essere inclinato anche di pochissimi gradi ciò comporterebbe disastri e sciagure in Tibet per tutti i dodici mesi successivi.
Quando, con un ultimo strattone, il Tarboche viene messo in posizione perfettamente verticale l'intero anfiteatro esplode in grida di Lha-so-so! e lanci di fogli di preghiere. Guidati dai monaci con i loro rauchi corni, gli spettatori scendono sciamando per unirsi alla circuambulazione e tutto il luogo diventa un impressionante vortice di polvere, colore e eccitazione. Al termine della cerimonia tutti fanno la coda per prostrarsi ai piedi del Darchen. Lanciano in aria manciate di farina di stampa come offerta agli dei e avvolgono le sciarpe cerimoniali intorno al tronco o a una delle quattro funi di sostegno. In molti appoggiano per qualche istante la testa contro il tronco stesso per entrare in contatto con la forza vitale di cui è ora impregnato.”

La leggenda del Tarboche, del palo sacro, invece racconta di un albero altissimo "autogeneratosi" in questo luogo santo in quanto cimitero di lama e monaci e benedetto dal Guru Rimpoche che predisse che il tronco sarebbe servito da asta per le bandiere.
In realtà tale rituale è di evidente matrice pre-buddista Bon secondo cui l'alto palo è l'albero originario, l'asse cosmico, la colonna di collegamento tra terra e cielo che unisce paradiso, terra e mondo sotterraneo. Nello sciamanesimo, diffuso in tutte le aree della terra, l'Universo viene concepito come ripartito su tre piani, Cielo, Terra e Inferi
che sono collegati tra loro da un asse centrale.
Questo asse centrale, il Pilastro del Mondo o Asse Cosmico, che è la via che lo sciamano percorre in stato estatico per muoversi attraverso i tre piani, viene rappresentato simbolicamente nelle diverse culture con una Montagna Sacra o con un Albero del Mondo. E questo rito è riproposto appunto durante la cerimonia del Saga Dawa.

Vi posso dare qualche cenno sulla regione dopo aver letto un sacco di cose in questi anni sul Tibet. Il mito di questa grande montagna, parte dell’Himalaya tibetano, “l’ombelico del mondo”, da cui nascono grandi fiumi che portano la vita nei territori che attraversano, è diffuso in tutta l’Asia e trae origine dall’epica hindu dove si parla del monte Meru, la dimora degli dei, come di un’immensa colonna alta 84.000 leghe; “la sua vetta bacia il cielo e le sue pareti sono d’oro, cristallo, rubino e lapislazzuli”.
Questi racconti hindu situano il monte Meru in un punto imprecisato dell’altissima catena dell’Himalaya, ma col tempo il Meru è stato identificato con il monte Kailash (6714 m).
Il collegamento della leggenda con la montagna non è casuale. Dal Kailash leggendario nasce un fiume che sfocia nel fiabesco lago Manasarovar dal quale, a loro volta, scaturiscono quattro fiumi mitici che scorrono in direzione dei quattro punti cardinali.
In realtà, benché nessun fiume sgorghi proprio dal Manasarovar, esistono quattro fiumi che dal monte scorrono, più o meno verso i punti cardinali ed il Kailash ha in effetti, quattro distinti versanti rispettivamente formati, secondo la leggenda, da oro, cristallo, rubini e lapislazzuli.
Il Kailash sorge al centro di un’area che è la chiave del sistema idrografico dell’altopiano tibetano e dalla montagna scendono in direzioni diverse l'Indo (a nord), il Brahmaputra (Yarlung Tsangpo, a est), il Karnali (un affluente del Gange, a sud) ed il Suttej (a ovest).
Questi fiumi scorrono – secondo la leggenda - fino ai quattro angoli del mondo e lo dividono simmetricamente in quattro parti uguali:
sud: lapislazzuli Mabja Kambad (fiume che sgorga dalla bocca del pavone) Karnali
ovest: rubini Langchan Kambab (fiume che sgorga dalla bocca dell’elefante) Suttej
nord: oro Seng-ge Kambab (fiume che sgorga dalla bocca del leone) Indo
est: cristallo Tamchog Kambab(fiume che sgorga dalla bocca del cavallo) Yarlung Tsangpo (Brahmaputra)
Nascosto dietro le montagne che si ergono a sud e ad est della Sichuan – Tibet Highway, il fiume Yarlung Tsangpo (Brahmaputra) compie alcune spettacolari inversioni a U e si getta con una serie di stupefacenti cascate in quella che molti sostengono essere la gola più profonda del mondo.
Delimitata ai due lati dalle moli imponenti del Namche Barwa (7756 m) e del Gyala Pelri (7151 m), la gola raggiunge una profondità record di 5382 m (quasi tre volte quella del Grand Canyon americano) ed ha una lunghezza di 496 km per una larghezza di appena 27 km.
In un punto il fiume si restringe a soli 20 m prima di sfociare nella pianura dell’Assam con il nome di Brahmaputra.
La regione in cui scorre questo fiume è una delle zone meno esplorate del mondo. Una terra popolata da cobra reali, leopardi, panda rossi, scimmie, tigri, e il cui paesaggio è caratterizzato da cascate e foreste vergini.
Attualmente è vietato l’accesso a questa zona strategica di confine, mentre i cinesi possono già attraversare la regione a piedi da Pe e da Gyatso.
Il monte Kailash, con i suoi 6714 m, non è la cima più alta della regione ma per il suo aspetto massiccio è diverso dalle altre montagne.
Le sue quattro pareti a strapiombo sono rivolte verso i quattro punti cardinali e sul versante meridionale si apre un famoso lungo crepaccio verticale caratterizzato, nel punto mediano, da una linea orizzontale di strati rocciosi. Questa specie di cicatrice somiglia a una svastica, simbolo buddista di forza spirituale, ed è l’aspetto che ha contribuito non poco alla leggenda del Kailash.
Il nome Kailash significa "cristallo", ma la Montagna ha anche molti altri soprannomi, come "gioiello delle nevi" e "protettrice delle buone azioni".
In tibetano è chiamata Kang Rinpoche, cioè “prezioso gioiello di neve”.
Il Kailash è da tempo venerato da sei religioni: induismo, buddismo, giainismo, bon, zoroastrismo e paganesimo slavo.
Per gli hindu è il regno di Shiva, il Distruttore e il Trasformatore e per i buddisti è la dimora di Demchok, emanazione irata di Sakyamuni.
I giainisti indiani venerano la montagna come il sito in cui raggiunse la liberazione il primo dei loro santi.
Per l’antica religione bon del Tibet, il Kailash era il sacro Yungdrung Gutseg (montagna della svastica a nove piani), sul quale scese dal cielo Shenrab, il fondatore del BonPo.
Non è documentato alcun tentativo riuscito di scalare questa montagna nella storia contemporanea anche perché attualmente salirvi è anche proibito dalla legge, perché molti credenti vi vedrebbero una profanazione.
Secondo le leggende, la cima di questo Monte è il Paradiso Terrestre, la suprema beatitudine, da cui provengono le anime degli uomini prima della loro nascita, e dove ritornano dopo la morte del corpo, nella loro liberazione finale.
La terra sulla cima della montagna è descritta come fragrante e multicolore.
Proprio sulla cima secondo la leggenda esisterebbe una fontana artificiale a forma di piramide, dai cui quattro angoli si dipartirebbero i quattro fiumi.
Da questo Monte secondo la leggenda si dipartono anche tutti i più diversi universi fisici e spirituali.
La porta d’accesso al monte Kailash è il paesino di Darchen (alt. 4600 m circa), che è anche il punto di partenza della Khora: il circuito di 54 km attorno alla montagna.
Da Darchen val la pena scarpinare fino a Selung Gompa x la migliore vista possibile della vetta (3-5 ore a/r).
I buddhisti e gli hindu camminano intorno al Kailash in senso orario, mentre gli adepti della religione di bon, l’antica religione pre-buddhista del Tibet tuttora diffusa nelle aree più remote del paese, fanno il percorso in senso antiorario.

Un tibetano buddista normalmente compie il percorso in un solo duro giorno di cammino. I pellegrini hindu, che in più devono compiere un’immersione rituale in un lago gelato lungo il cammino, in genere portano a termine il circuito in tre giorni, iniziando a camminare a Darchen a 4600mslm circa e arrivando all’accampamento allestito nei pressi del monastero di Dira-puk (4950mslm) in 5 o 6 ore di cammino nel primo giorno. Nel secondo giorno affrontano il Dolma La coi suoi 5680mslm, scendono al lago Tara per le abluzioni e arrivano agli accampamenti nei pressi del monastero di  Zutul-puk (4900mslm) in 8 ore di cammino. Il terzo e ultimo giorno sono di ritorno a Darchen percorrendo a piedi gli ultimi 12 km di Khora in circa 3 ore. Molti indiani affittano dei cavalli per non affrontare il tragitto a piedi mentre invece alcuni tibetani rendono la Khora molto più difficile continuando a prostrarsi per l’intero tragitto: un circuito di prostrazioni continue che richiede circa tre settimane.

La miglior guida cartacea è "Tibet Handbook - a pilgrimage guide" di Victor Chan, ed. Moon.
Bisogna ricordare che sarebbe da tenere in considerazione la khora del Manasarovar che non la fa quasi nessuno ma è stupenda: 3-4 gg di cammino nel silenzio con una natura da togliere il fiato (soprattutto x i birdwatchers, ma io ho incontrato una coppia di antilopi). Inoltre è in piano e questo aiuta ulteriormente l'acclimatazione e Tirthapuri (il kora del Kailash non si considera completo senza rendere omaggio alla grotta di Guru Padmasambhava).
Quando riuscirò, pubblicherò anche il mio racconto sulla mia esperienza illuminante al Kailash.