mercoledì, giugno 25, 2014

changu narayan: il tempio più antico del nepal

Changu Narayan è uno dei templi più importanti di tutto il Nepal ed è situato in cima a una collina a nord di Bhaktapur da cui, oltre il bosco di pini sottostante, si può godere uno splendido panorama della Valle incorniciata a Nord dalla catena dell’Himalaya. Ci si arriva in un ventina di minuti in bus da Bhaktapur, o a piedi in un’ora e tre quarti di lenta passeggiata, seguendo la via che dalla porta nord della città, conduce a Jaukhel.
Narayan o Vishnu è il Dio protettore della creazione nell’Induismo, ed è noto ai più appunto come il Creatore. Il tempio a lui dedicato sopra il villaggio di Changu Narayan, o Doladri in sanscrito, è descritto essere uno dei più antichi di tutta la Valle.
Una leggenda narra che un tempo Vishnu, nell’atto di distruggere il demonio uccise un Bramino che si era trasformato in demone. Un’azione del genere era considerata essere uno dei cinque crimini più abominevoli, uno dei cinque peccati capitali. Vishnu pensando a quello che aveva fatto girovagò qui e là su Garuda, la figura mitologica mezzo uomo mezzo uccello, che è il suo veicolo. Quando arrivò a Changu, un eremita di nome Sudarsana, non riconoscendolo come il Dio Vishnu, lo decapitò. Vishnu in quel momento fu colto da un grande rimorso per il suo peccato. Disse che da allora in avanti avrebbe vissuto sulla collina di Changu, dove lui si era ricordato del suo peccato e che chiunque sarebbe venuto a pregarlo a Changu sarebbe stato perdonato dei suoi. La Nitrya Puja, una preghiera rituale che si tiene a Changu Narayan viene celebrata proprio in relazione a questa leggenda. L’immagine di Vishnu è costituita da due parti, una la testa e l’altra il corpo, così durante la puja ci si ricorda della decapitazione del Dio.

Nel Buddhismo Changu Narayan è invece venerato per il Bodhisattwa Avalokiteswara, il Bodhisattwa della Compassione di cui il Dalai Lama è incarnazione sulla terra. I Buddhisti credono in una leggenda che racconta che Garuda, il veicolo di Vishnu, e Takshaka, il re dei serpenti (naga) della Valle di Kathmandu erano impegnati in una cruenta battaglia. Quando Garuda invocò Vishnu di aiutarlo, Takshaka fu certo di essere seriamente in pericolo e iniziò a pregare Avalokiteswara, che compassionevole fece finire la battaglia e mise la pace tra i due avversari. Vishnu vergognandosi del suo comportamento durante il conflitto si offrì di trasportare il Bodhisattwa a Changu e così creò la particolare icona di Hari hari hari Vahan Lokeswora. A Changu Narayan il Bodhisattwa Avalokiteswara si vede ben distinto dalle figure induiste su una scultura in pietra dietro il tempio mentre Garudasana Narayan, Vishnu sul suo veicolo Garuda, sta nel cortile del tempio. Uno fu fatto nel X secolo e l’altro, di cui si trovano molte copie in Valle, nel XIII secolo. Nonostante le leggendarie origini del tempio, gli storici attestano che prima costruzione del tempo sia datata intorno al II secolo. Si crede che fosse stato fatto costruire da Haridatta Varma, un Re della dinastia dei Licchavi, che regnò intorno al 325 dc, molte generazioni prima di Manadev I. Gli storici dicono che Haridutta aveva ordinato la costruzione di altri quattro templi in onore di Narayan sulla cime di altrettante colline situate nella Valle di Kathmandu: Ichangu Narayan, Sikhara Narayan e Lokapalasvamin. L’iscrizione che sta sul pilastro dove è scolpita la statua di Garuda Dhwaja, che racconta delle vittorie di Manadev I, risale a circa il 464 DC e testimonia come il tempio fosse più antico di quanto si potesse pensare, è sicuramente la più vecchia iscrizione che è stata scoperta in Nepal. Questa iscrizione testimonia inoltre come fosse costume presso le famiglie reali rendere omaggio alla divinità. La maggior parte degli omaggi furono fatti sottoforma di restauri e ricostruzioni perché il tempio nei secoli subì ripetutamente danni a causa dei terremoti. Nel 607 il Re Amsuvarma restaurò parte dei rivestimenti delle immagini sacre del tempio e fece una cospicua donazione.

Il tempio poi venne lasciato al suo destino e iniziò a deteriorarsi fino a che Visva Malla di Bhaktapur, tra il  1548 e il 1560, non se ne occupò. Poi Gangarani di Kathmandu, la nonna di Pratap Malla, lo fece restaurare dopo che subì un incendio. Nel 1694 il tempio necessitò ancora di interventi di restauro e ricostruzione che furono offerti dalla Regina Madre di Kathmandu Radhiklaksmi. La Regina offrì anche numerosi doni, tra cui un bellissimo torana d’oro, un ammontare in oro e argento pari al suo peso e una statua che raffigurava lei stessa col figlio inginocchiati davanti al tempio che fu posta dietro il Garuda Dhwaja di Manadev I. Sempre nello stesso periodo Bhupalendra Malla di Kathmandu offrì una nuova testa di Vishnu al tempio visto che la precedente era andata distrutta durante una puja. Vent’anni dopo questo restauro, il tempio prese fuoco nuovamente e in questo periodo, che va dal 1700 al 1722, Bhaskar Malla lo ricostruì nuovamente e fece rifinire a arte anche il tetto.

Il tempio che racchiude in se 1700 anni di storia nepalese, è decorato con alcuni tra i più preziosi lavori di scultura, intaglio e forgiatura di tutta la valle. Vedendo questo tempio si ha quindi la possibilità di osservare in un colpo solo tutta la storia e l’evoluzione culturale e artistica della Valle di Kathmandu.
Nelle travi di legno di sostegno dei due piani della pagoda del tempio sono rappresentate finemente intagliate le dieci incarnazioni in cui Narayan si trasformò per distruggere chi si comportava come un demone. C’è una splendida statua del VI secolo che rappresenta la forma cosmica di Vishnu, mentre un’altra richiama la leggenda della sua incarnazione in un nano quando schiacciò il Re Bali. Una statua di Vishnu che eviscera Narsingha, l’uomo leone, è molto particolare e interessante. I portali a est sono di bronzo e le campane sono decorate con dragoni. Dei leoni in pietra sono situati a guardia davanti ai portali. Divinità e grifoni spuntano dai muri e decorano gli scalini del tempio.
La statua di Garuda inginocchiato a grandezza naturale è situata prima del tempio davanti a Vishnu in segno di rispetto, mentre invece la statua più famosa è quella di Vishnu a cavalcioni del suo veicolo.

mercoledì, giugno 18, 2014

Bouddhanath, lo stupa più grande del Nepal

Bouddhanath è per me uno dei luoghi più suggestivi della Valle di Kathmandu.
Situato a poco più di 10km dal centro città ed è uno dei maggiori centri Buddhisti del paese. Dopo la rivoluzione culturale di Mao, molti tibetani scappati dalla loro terra si sono insediati qui, attorno a questo Stupa, e animano la cita del villaggio secondo le loro tradizioni e la loro cultura.
I fedeli sono soliti fare la sacra Khora attorno allo Stupa in senso orario, facendo girare le ruote di preghiera che sono nelle nicchie sul muro di cinta dello Stupa. Chi visita questo luogo non può fare a meno di seguire i pellegrini nel loro cammino sacro e di assorbire tutta l’energia positiva che aleggia qui.
Lo Stupa di Bouddhanath visto da sopra ha l’aspetto di un mandala, il diagramma buddhista che rappresenta l’universo, e come in tutti i mandala, ha i Dhyani Buddha ai 4 punti cardinali e il Buddha supremo Varirocana che sta al centro, nell’emisfero bianco dello Stupa.
I 5 Buddha rappresentano anche i 5 elementi che troviamo anche nelle bandiere di preghiera (terra, acqua, fuoco, aria e spazio) e che sono rappresentati nell’architettura dello Stupa stesso.
Nella struttura dello Stupa ci sono altri “numeri” che hanno un simbolismo particolare. I 9 livelli dello stupa rappresentano il mitico monte Meru, che è il centro del cosmo, e i 13 anelli che stanno dalla base al pinnacolo simboleggiano il cammino verso l’illuminazione la "Bodhi" da cui deriva il nome di Bouddhanath.
La base lo Stupa è circondata da un muro a 16 lati, che ha delle nicchie contenenti ruote di preghiera e affreschi.
Bouddhanath è associato al Bodhisattva Awalokiteswara, le cui 108 forme sono scolpite attorno alla sua base.
La base dello Stupa è costituita da 3 piattaforme, poste una sopra l’altra, che stanno a rappresentare la "terra". Sopra queste piattaforme ci sono due basamenti circolari che supportano l’emisfero dello stupa e rappresentano l’"acqua". Sopra l’emisfero c’è una struttura cubica che porta la raffigurazione degli occhi di Buddha nei 4 punti cardinali, che sono così onnipresenti. In mezzo hanno disegnato il numero "uno" (sembra un punto interrogativo rovesciato) che rappresenta l’unità e l’unica via per raggiungere l’illuminazione seguendo i precetti del Buddha (la via del Dharma). Sopra sta il terzo occhio, che rappresenta la saggezza del Buddha.
Sopra questa struttura cubica c’è una sorta di piramide a 13 gradoni, che come dicevamo prima sono gli scalini che portano all’illuminazione. La forma triangolare di questa struttura rappresenta l’elemento “fuoco”. In cima c’è una "tettoia dorata", la rappresentazione dell’aria, e alla fine un pinnacolo dorato che rappresenta lo "spazio" e il Buddha Vairocana.
Dall’alto sono appese delle bandiere di preghiera che fluttuano al vento portando i mantra e le preghiere tutto attorno.
L’ingresso della piattaforma più alta dello Stupa sta a nord ed è presidiato da Amogashiddhi, predecessore del Buddha del Futuro Maitreya, che sta subito sotto.
La storia dell'origine di Bouddhanath pare un po’ controversa. Secondo le cronache Gopalarajavamsavali, Bouddhanath fu fondata sotto i Lichhavi nel VI secolo. Nel XV secolo degli scavi fatti qui hanno riportato alla luce resti e reliquie del Re Lichhavi Aṃshuvarma e documenti risalenti al VI secolo che testimoniano l’esistenza dello Stupa. Altre cronache lo riferiscono al regno di Mana Deva nel V secolo. Altre fonti ne datano la fondazione nel XIV secolo. In ogni caso le fonti più accreditate lo danno come fondato durante il tempo dell’impero di Trisong Deutseng, che regno in Tibet nel VI secolo.
 

lunedì, giugno 16, 2014

dalla parte degli Sherpa e dei porters

Il mese scorso, vedendo l'articolo di Internazionale "I Proletari dell'Everest"
non ho potuto fare a meno di pensare ai miei amici Sherpa.

Ormai ne ho un cospicuo numero. Gente semplice, umile, sono ragazzi che un sorriso non lo negano mai a nessuno. Poco meno di un mese fa mentre mi riposavo dai 45ºC sulla branda a Mandalay in Birmania, finalmente è arrivata la connessione wifi, e con lei i messaggi dal Khumbu: "Didi, you can't imagine, we're all shocked" mi scriveva Pasang da Gorak Shep. Tenzing da Namche invece scriveva: "So sorry for what's happened in Everest". Som da Gokyo, il mio fratellino, la mia fidata guida:"Didi I'm ok, but here 18 Sherpa people are still missing".
Povera gente, instancabili lavoratori, padri di famiglia, figli devoti. Le loro dure vite sono valse solo i 4000 dollari dati alle loro famiglie in risarcimento per la loro perdita. "È stata una disgrazia, una tragica fatalità che può accadere a chi di mestiere fa il portatore o la guida in alta quota".
A chi deve montar scale e fissar corde per il circo dell'Everest, dove un esercito di stranieri mascherati con gli erogatori, pianteranno la loro bandierina sul tetto del mondo. Che importa se poi chi ci lavora muore? "È il rischio del mestiere". Gli Sherpa sanno che possono restarci secchi, quindi volendo potrebbero scegliersi un lavoro più sicuro. "Alla fine lo fanno solo per i soldi".
Quando nasci nel Khumbu, nel Solu, cresci aiutando tuo padre e tua madre a coltivare i terrazzamenti, porti pietre sulla schiena, frasche, legname e da lì poi porti le sacche dei turisti e con quei soldini che ti danno di mancia comperi più riso, magari a fine anno, insieme ai tuoi fratelli, riesci anche a comperartici una capra. Poi vedono che sei forte e resisti e ti prendono a lavorare per qualche grosso travel agent locale.
Le mance dei trekkers a volte sono meglio di una paga. Se tiri la cinghia puoi diventare anche guida. Tuo figlio potrà studiare in una scuola migliore e potrai prendere le gocce di collirio per la cataratta di tua madre, che a furia di spezzarsi la schiena sotto il sole che picchia a più di 3500 metri s'è rovinata pure la vista. Certo uno Sherpa, un Magar o un Rai può fare anche altro nella vita. Non lo vieta nessuno, forse glielo impedisce solo la comune natura umana, che abbiamo tutti, con la nostra voglia di migliorarci, di migliorare le nostre condizioni di vita, la voglia comune a tutti gli esseri umani di cercare opportunità per una vita migliore.
Con ste riflessioni mi sono tornati in mente i momenti concitati l’anno scorso a Maggio a Gorak Shep, allo Yeti Resort. Stavo bevendo un tea con Som, Pasang Sherpa e mio padre. La dining era piena zeppa di trekkers alle 11 di mattina. C’era un gruppo di alpinisti dell’esercito americano del team “7summits” che erano al tentativo della loro 7° vetta, l’Everest. Il tetto del mondo se l’erano tenuto per ultimo. C’era una confusione e un bel movimento coi coreani che volevano foto con chiunque in ogni posa. Pasang Sherpa parlava con due suoi porters e con Som della zuffa di Ueli Stek e Simone Moro con gli Sherpa su all’Everest. Era arrabbiato perché a causa di questa cosa gli Sherpa ne sarebbero usciti con la reputazione macchiata. Il senso dei loro discorsi era: “Si fa presto a demonizzare gente senza nome che lavora, quando ci sono di mezzo noti alpinisti di fama internazionale”.
Ricordo che a un certo punto ho smesso di ascoltare le loro discussioni, certa che tutta la verità non sarebbe mai saltata fuori.
Io non conosco personalmente questi due alpinisti, ma mi pareva davvero strano sentire che fossero stati aggressivi verso gli Sherpa. E conoscendo quanto sia mite il popolo Sherpa sono stata ancora più incredula a pensare che degli Sherpa, delle guide di alta montagna, fossero stati aggressivi con degli occidentali. Senza gli Sherpa, la maggior parte degli scalatori non sarebbe in grado di salire sulla montagna, loro sanno e conoscono la loro terra meglio di chiunque altro. Tutto ciò era assurdo. Poi proprio lassù, in un posto così sacro per tutti. Quasi un sacrilegio.

I Bharya, i portatori, vengono sommariamente chiamati Sherpa dai trekkers. Certo molti di loro sono di etnia Sherpa, ma non tutti, tanti sono Magar, Gurung, Rai o Limbu o di altre parti del paese, zone povere, molto povere. Il termine “portatore” in nepalese si dice “Bharya”. Sherpa, in Tibetano invece vuol dire genti dell’Est, e sono un’etnia che da sempre si sposta tra Tibet e Nepal con le mandrie di Yak trasportando sale e barattandolo con l’orzo, la tsampa, la base della loro alimentazione.
Anticamente originari delle montagne tra Tibet e Nepal e poi migrati nelle valli nepalesi, adesso i più fortunati di loro hanno in mano il grosso del turismo, dei trekking, dell’alpinismo, dei resorts e lodges sul tetto del mondo. Ne ho incontrati tanti che son rimasti umili portatori, che camminavano curvi e schiacciati dai pesi sulle spalle che erano enormi rispetto alla loro corporatura. E ha voglia la gente a dirmi che sono abituati, che hanno fibra forte. Quelli che ho visto erano tutti più giovani di me ma sembrava avessero almeno 10 o 20 anni in più rispetto alla loro età.
Ne ricordo uno che aveva sulla schiena sette materassi, un altro che trasportava quattro bombole del gas, poi ce ne n’erano due che avevano quattro porte di legno caricate sulla schiena, un altro che aveva talmente tante taniche addosso che gli si vedevano solo le gambe dai polpacci in giù. Ho incontrato un gruppo di Bharya che si coprivano il viso con un fazzoletto e erano curvi sotto gerle ripiene di carni macellate chissà quanti giorni fa. Impressionante.
Quando ho conosciuto Tsering anni fa, mi ha raccontato che, mentre trasportava 60kg di materiale, era scivolato sul percorso spaccandosi l’infradito e slogandosi la caviglia. Aveva un cotechino al posto del piede e non riusciva a reggersi in piedi, ma era più preoccupato dal fatto che non sapeva se sarebbe riuscito a portar su il materiale al Campo Base, piuttosto che per la sua caviglia. Gli avevo dato del ketoprofene, raccomandandogli di stare a riposo qualche giorno e di fare impacchi freddi. Ora la mia Mamma Sherpa, la mamma di Tsering, ogni volta che torno a Punghi Tanga mi accoglie con una Khata e mi abbraccia come una figlia, una figlia che ogni tanto torna a casa a trovarla, sul tetto del mondo.
Quando sei in Himalaya e fai trekking, la maggior parte dei portatori che incontri ha tre sacconi da spedizione sulla schiena, legati tra loro con una corda e sorretti sulla sommità della loro testa, cosa che gli mette in tensione tutti i tendini e i muscoli del collo. Uno dei figli di Ama Sherpa, la mamma Sherpa di Pat, qualche anno fa è scivolato su un gradino del sentiero per Lobuche, ha perso l’equilibrio e nella caduta, la corda che reggeva i sacconi gli ha spezzato l’osso del collo per il peso. Quanti morti, quante vite spezzate. Per fortuna gli altri suoi due figli hanno uno una guest house a Namche Bazaar e l’altro una agenzia di trekking e non fanno i portatori.
I portatori sono come piccole formiche che trasportano foglie e sassolini che sono il triplo di loro.
I Bharya, come le formiche a piedi ai piedi degli 8000.
Senza di loro la stragrande maggioranza di noi occidentali non salirebbe a fare trekking turismo nelle valli nepalesi. E pochissimi sarebbero in grado di salire i giganti della terra senza il loro aiuto. L’Everest viene totalmente attrezzato due volte l’anno. Almeno un centinaio di nepalesi salgono sul tetto del mondo, montando scale, corde fisse, spianando e attrezzando la via che i turisti alpinisti di tutto il mondo dovranno affrontare per arrivare in cima al tetto del mondo con le spedizioni commerciali, aiutati da almeno una guida ciascuno che li spinga e tiri su e da un portatore che porti loro in cima le bombole d’ossigeno che gli serviranno per arrivare in vetta a passo di lumaca. L’Alpinismo è un’altra cosa, come diceva Bonatti, questo è il turismo degli ottomila. Io dico che ognuno ha i suoi limiti e il suo Everest. Il mio è sempre lì, e io lo guardo con rispetto e riverenza dal basso, ai piedi delle sue pendici, ascoltando i segnali che la montagna mi manda per farmi capire fino a quanto mi posso a lei avvicinare e mai pensando di essere più forte, più audace, più furba di lei.

Non andate mai in Himalaya senza un Bharya e se potete fatevi sempre accompagnare da una guida locale o da uno Sherpa "per un sacco di buoni motivi".
Gran lavoratori, mesti, disponibili, forti, unici, fedeli e affidabili compagni di avventure. Questi sono per me gli Sherpa. Non ce n’è uno, tra quelli che conosco, che non mi abbia trattata come una regina da quando vengo a camminare in Himalaya.

giovedì, giugno 05, 2014

Perché Rongpuk non vi suggerisce di fare trekking da soli

Dopo innumerevoli richieste in merito mi pare doveroso scrivere un articolo sul "fare o meno" trekking da soli.
Per come la vedo io, dopo tanti anni di Himalaya, non mi sento di consigliare a nessuno di andarci completamente soli.
I motivi sono almeno 3.

1- Sicurezza personale.
In montagna il meteo è imprevedibile, in qualche minuto può arrivare nebbia o le nuvole si possono abbassare e la visibilità può scendere a tal punto da far perdere la via. Ci sono stati un bel po' di casi di gente che, essendo sola, si è persa ed è finita nei guai, per cui poi recuperarla è stata un'impresa.
Ma meteo a parte, se sei solo e ti cade un sasso in testa, oppure scivoli e finisci nel fiume, o in un burrone o scivoli e ti sloghi una caviglia o ti rompi un osso, o semplicemente ti accade qualsiasi cosa di imprevisto, che fai?
La rete mobile/cellulari in Nepal in montagna non copre ovunque. Non sempre i sentieri trekking sono così affollati come si crede e stai certo che quando ne avrai bisogno, non passerà nessuno per ore (la legge di Murphy esiste e anche la sfiga). Quindi se si è soli e succede qualcosa si rischia di finire in guai grossi oltre al fatto che di certo si creeranno problemi alle autorità e a chi dovrà venire a cercarti.
Per fare trekking in un minimo di sicurezza il numero minimo di persone in cui si deve essere è 3.
Così se il Trekker si fa male o gli accade qualcosa, il secondo compagno starà con lui, mentre il terzo andrà a cercare aiuto. E avere con se un secondo compagno Guida Locale di Montagna autorizzata dal Governo e assicurata e come terzo compagno un Portatore Nepalese, ti risolve i problemi e vuol dire avere "la sicurezza" che qualsiasi cosa accada, loro sapranno di certo come fare per avere i soccorsi il prima possibile, sapranno dove andare a chiedere e a chi, minimizzando tempi e costi.
Mai dare per scontato che vada tutto bene, che siamo tutti preparati, forti, autosufficienti. Mai sottovalutare la Montagna. Viviamola con rispetto e timore reverenziale

2- Dai valore aggiunto al tuo viaggio.
Andare con una Guida Locale e con un Portatore sarà un valore aggiunto al tuo viaggio. Ti aiuteranno a entrare con la testa e il cuore nel paese che andrai a visitare, facendoti notare cose che i tuoi occhi non sarebbero in grado di notare, capire e a volte vedere, da soli.Fauna, specie protette che si nascondono bene (tipo il Danphe o le Blue Sheep), flora autoctona, nomi di monti e vette minori che celano leggende e storie a noi ignote, tradizioni, usi, costumi, differenze tra le genti, etnie che noi non conosciamo. Ti aiuteranno ad avere le stanze migliori, cureranno che il tuo cibo venga fatto come lo desideri, saranno il tuo ponte tra il tuo mondo e l’Himalaya.

3- Aiuta le microeconomie locali.
Stai andando in un paese in via di sviluppo, uno tra i paesi più poveri dell’Asia. Il Nepal non ha grandi industrie e non ha capitali per sfruttare le sue risorse, come ad esempio l’acqua. Il Nepal fonda il grosso della sua sopravvivenza con gli aiuti esteri e col turismo. Quindi tu che sei un viaggiatore, un turista, un esploratore o un trekker, dando lavoro a una Guida e a un Portatore contribuirai a aiutare e a sostenere la microeconomia locale di un paese povero e che ha tanto bisogno. In Nepal le famiglie sono molto numerose, sono com’erano in Italia cent’anni fa. Le Guide col loro salario daranno da mangiare alle loro famiglie, pagheranno la scuola ai loro figli, pagheranno i dottori e le medicine che servono per curare i loro padri e alle loro madri anziane.
Quindi pensateci bene quando avete in mente di andare a far trekking in Nepal da soli.

venerdì, maggio 30, 2014

Dar Cho. Le Bandiere di Preghiera, ovvero strumenti che aiutano a dare felicità

Spesso in Tibet, in Himalaya e in ambienti di fede Buddhista troviamo queste bandierine che non sono semplici pezzi di stoffa ma hanno un significato e una simbologia molto particolare.
Le bandiere tibetane di preghiera (Dar Cho, ovvero strumenti che aiutano a dare felicità agli esseri senzienti) sventolando creano un’atmosfera di pace, serenità e speranza e le forti correnti d’aria Himalayane guidano le preghiere, trasportate dal “Cavallo del Vento” (Lung Ta), verso il cielo.
Tradizionalmente le bandiere vengono esposte davanti ai templi, nei luoghi sacri, agli incroci, sui ponti, sui tetti, sulle sommità delle montagne, meglio sui passi montani e in qualsiasi luogo all’aria aperta, dove possano incontrarsi col vento e sventolare il più possibile, sono da sempre adoperate in occasione dei matrimoni, dei compleanni, delle cerimonie.
Si dice che le bandiere di preghiera invochino la compassione, l'armonia, la pace, la saggezza, forza e protezione contro i pericoli e il male. Inoltre si ritiene che quando il vento soffia sulle bandiere, l’aria intorno diventa santificata e purificata. Su di essere sono riportati testi e simboli sacri e devono essere trattate con rispetto.
Il vento, si ritiene, abbia il compito di trasportare nell’aria, attraversando luoghi vicini e lontani, le benefiche vibrazioni prodotte dalle preghiere contenute al loro interno. Non possono essere appoggiate per terra o gettate nei rifiuti. Quando il bordo delle bandiere in cotone comincia a sgretolarsi a causa dell’azione del vento, tutte le preghiere riportate sulle bandiere cominciano a realizzarsi. Le bandiere sono fabbricate in modo che si consumino e si distruggano naturalmente, proprio perché esse simboleggiano il decadimento della vita stessa, che si chiude e si riapre in un ciclo continuo. Vedendo consumarsi le bandiere, infatti, ci accorgiamo che la vita non è eterna, non è stabile e che tutto è in continuo mutamento. I colori ci riportano alle verità fondamentali della vita terrena, che assume il valore di un dono che ci appartiene solo per un breve viaggio. Le vecchie bandiere che sono ormai consumate se si vogliono cambiare non possono essere buttate vie ma vengono tradizionalmente bruciate, affinché il fumo possa trasportare la loro benedizione in cielo.
Le bandiere di preghiera hanno origine Bon, sono quindi prebuddhiste e venivano utilizzate dagli sciamani BonPo durante le loro cerimonie per placare gli spiriti della montagna o della terra in caso di disastri naturali con i loro potenti mantra, e andavano a bilanciare le forze avverse pacificando l’ambiente circostante. Se ne faceva anche un utilizzo nella medicina tradizionale, in modo che dessero armonia agli elementi nel corpo della persona malata, ristabilendo un equilibrio tra di essi.
Nonostante BonPo significhi “coloro che recitano formule magiche”, il che fa trasparire che non dovrebbero esserci grandi testimonianze scritte di questa cultura, e nonostante non si abbia la certezza che le bandiere di preghiera Bon fossero scritte, sta di fatto che i simboli che si trovano sulle bandiere di preghiera Buddhiste siano di indubbia derivazione Bon. La religione Bon come nel Buddismo Vajrayana suddivideva il mondo fenomenico e psico-cosmico in cinque energie essenziali o cinque elementi fondamentali che sono anche le dimensioni del Buddha e che si manifestano come terra, acqua, fuoco, spazio e aria. Questi cinque elementi corrispondono ai cinque colori con cui sono stampate le bandiere: giallo-terra, verde-acqua, rosso-fuoco, bianco-aria (vento e nuvole), blu-spazio. E per questa ragione le bandiere di preghiera sono sempre raggruppate in multipli di cinque e l'ordine dei colori è sempre giallo, verde, rosso, bianco e blu; in senso verticale il giallo si trova in basso perché rappresenta la terra e il blu in alto perché rappresenta lo spazio. In senso orizzontale l'ordine può andare da destra a sinistra o viceversa. Le aste possono essere di un unico colore o contenere tutti e cinque i colori della bandiera.
Spesso al centro delle bandiere c’è il Cavallo del Vento, in tibetano Lung-Ta, che esaudisce i desideri ed è disegnato al centro delle bandierine di preghiera mentre trasporta tre gioielli luccicanti sul suo dorso che rappresentano il Buddha, il Dharma (l’insegnamento Buddhista), e il Sanga (la grande comunità Buddhista). Tutti insieme formano la trinità Buddhista.
Ai quattro angoli di queste bandiere, vi sono le immagini di Garuda, del Drago, della Tigre e del Leopardo delle Nevi, quattro animali sacri che simboleggiano le quattro dignità: saggezza, forza, intelligenza e coraggio. Attorno al cavallo sono scritti potenti Mantra, Sutra e Preghiere rituali dedicati alle diverse divinità. In essi si evocano ancora  la saggezza, l’amore, la compassione e la forza e hanno il compito di proteggere dalle energie negative e dai pericoli. Aiutano a superare gli ostacoli, aumentare la prosperità, allungare la vita, promuovere la pace e l’armonia tra tutti gli esseri viventi. La tradizione vuole che molti di questi mantra siano stati scritti da Padmasambava, il Guru Rimpoche, che chiamato dal Re Trisong Deutseng, con le sue magie e la sua forza, riuscì a sottomettere gli spiriti tibetani e a far consolidare il Buddhismo come religione e filosofia di vita in Himalaya.
Sulle bandiere a volte sono riportati gli 8 simboli di buon auspicio. Il Parasole che protegge dai demoni, il Pesce Dorato che rappresenta la felicità e la salvezza dal mare della sofferenza, il Vaso del Tesoro che è segno di pienezza spirituale e materiale, il Fior di Loto che è simbolo di purezza, la Conchiglia a spirale che annuncia gli insegnamenti dell’illuminato, il Nodo Infinito che simboleggia la mente meditativa e l’infinita conoscenza del Buddha, il Vessillo della Vittoria che simboleggia appunto la vittoria del Dharma sull’ignoranza e sugli ostacoli della vita e la Ruota del Dharma che è simbolo della legge universale e spirituale.
A volte sulle bandiere vi è disegnato anche il Dorje (Vaijra) simbolo dell’indistruttibilità, della verità, dell’essenza delle cose e degli esseri senzienti e del potere religioso.
Le figure con sembianze umane che possiamo trovare sulle bandiere di preghiera sono fondamentalmente di due tipi: divinità e esseri illuminati. Le prime rappresentano i principali aspetti dell’illuminazione, quindi la compassione, la saggezza e la forza, nelle figure rispettivamente di Avalokiteswara, Manjushri e Vajrapani. Gli esseri illuminati, che sono disegnati con l’aspetto di divinità trascendentali, sono invece il Buddha Shakyamuni, Padmasambhava (il Guru Rimpoche) e Milarepa.
Altre volte vi sono rappresentate le unioni degli opposti per simboleggiare l’armonia e la pace della via del Dharma.
Ci sono circa due dozzine di tipi di bandiere di preghiera, ma le tipologie più comuni sono quelle descritte qui sotto che poi sono quelle che di solito vediamo in Himalaya.
Le più usate sono quelle col Cavallo del Vento, tanto che molti chiamano le bandiere di preghiera proprio Lung-Ta invece di Dar Cho. Queste sono di buon auspicio e portano energia.
Quelle col Vessillo della Vittoria vengono utilizzate per superare gli ostacoli e i problemi e riportano i Sutra dati da Sakyamuni a Indra che proteggono e assicurano vittoria sul male. A volte vi sono aggiunti dei mantra per accrescere l’armonia, dar buona salute e benessere.
Le bandiere per la Salute e la Longevità riportano parte del Sutra della Lunga Vita del Buddha attorno alla figura di Amitaba, che è il Buddha della longevità che a volte è accompagnato dalla Tara Bianca che da pace e buona salute e da Vijaya che protegge.
Le Sampa Lhundrup, riportano la potente preghiera di protezione scritta dal Guru Rimpoche. Dicono che queste bandiere sono particolarmente adatte alla nostra "era moderna" e proteggano da disastri naturali, guerre e aiutino a superare gli ostacoli. Hanno disegnato al centro il Guru Rimpoche (Padmasambhava) e il suo potente Mantra Om Ah Hung Vajra Guru Padma Siddhi Hung.
Le bandiere con le Lodi alle 21 Tara sono state composte dal Buddha primordiale Akshobhya, trascritte in sanscrito da Vajrabushan Archarya e tradotte da Atisha nel XI secolo. Riportano la Tara Verde al centro e il suo Mantra Om Tare Tutare Ture Soha. Piccola parentesi su Tara. La Tara Verde nacque da una lacrima dal lago di lacrime compassionevoli di Avalokiteswara (il Bodhisattva della compassione) versate da lui per le creature sofferenti. La Tara Verde poi si manifestò nelle altre sue 20 forme. Le Lodi a Tara pregano tutte le 21 forme di questa divinità. E le bandiere diffondono le loro benedizioni compassionevoli.
Inizialmente le bandiere di preghiera erano scritte a mano, poi successivamente, intorno al XIV secolo vennero usate delle matrici di legno per stamparle.
Ora si trovano stampate in poliestere o in cotone.

giovedì, marzo 13, 2014

il Kailash e il Saga Dawa

VI RACCONTO COSA SONO
Un viaggio alla montagna sacra è un sogno.
Sarebbe il massimo farlo tra maggio e giugno quando nella regione del Kailash e precisamente a Darchen, dove il fiume Lha Chhu emerge nella pianura, si festeggia il Saga Dawa, durante il 4° mese del calendario tibetano (SAGADEWA) tra il 25/5 e il 22/6. Per il famoso festival accorrono moltissimi pellegrini con i loro paramenti tradizionali. Il Saga Dawa è anche il giorno di apertura "ufficiale" del percorso del kora o della khora ("Khorlam").
E’ anche un giorno di buon auspicio x fare la khora, che fatta in questo periodo particolare ne aumenta di una dozzina di volte il potere aiutando i pellegrini ancora di più ad acquisire meriti per la loro vita futura.
Le date cloù di solito sono il 7° giorno del mese (indi tra fine maggio e inizio giugno secondo il calendario tibetano) in cui i tibetani festeggiano il compleanno del Buddha e il 15° giorno in cui festeggiano la sua illuminazione, il nirvana e la morte. Centinaia di pellegrini locali partecipano inoltre all'innalzamento del grande palo di preghiera presso Tarboche in questi giorni, nei pressi della piattaforma Mahasiddha dove vengono fatte le celebrazioni vere e proprie del Saga Dawa, subito dopo Darchen (villaggio punto di partenza della Khora) e da dove si apre la Valle ovest del Kailash, nota come Valle di Amitabha.
Vi riporto una descrizione dell’antrpologo Charles Allen tratta da: Alla ricerca di Shangri-La - Ed. Newton & Compton 2000 - pag. 85,86,87,88 :
“Nella notte di luna piena del IV mese del calendario tibetano, la Montagna delle Nove Svastiche Sovrapposte brilla come una stalagmite in un cielo senza nubi. Nonostante il campo sia molto affollato, alle nove di sera il silenzio è totale. Si respira un'aria di attesa, di eccitazione contenuta che mi fa ricordare le vigilie di Natale di tanto tempo fa. La luce del giorno colpisce la nostra tenda alle sette in punto, ma sembra che tutti gli altri campeggiatori siano svegli e in piena attività già all'alba. Il fumo di centinaia di fuochi da campo si solleva come piccole piume che confluiscono in banchi di nebbia filacciosi sopra il fiume.
Oggi è Saga Dawa.
Dopo la colazione seguiamo la folla che si dirige verso un anfiteatro naturale a meno di 500 metri dal fiume e più in alto di almeno 300. Ci accoglie una visione straordinaria: due o tremila tibetani sono qui radunati, alcuni in piedi o accovacciati sulle pendici circostanti, ma la maggior parte stanno camminando in circolo intorno a un punto centrale. Sono talmente numerosi che sembrano una gigantesca ruota multicolore in movimento. Nello spazio aperto, all'altezza del mozzo della ruota, sta adagiato un enorme palo di preghiera in legno, fatto con diversi tronchi di pino posti uno sull'altro come il pennone di una nave. È interamente decorato con bandiere di preghiera dai colori brillanti, nuove di zecca; più o meno a metà sono attaccate quattro funi lunghe circa 600 metri, anch'esse completamente ricoperte di bandiere. Il Darchen (il Tarboche) è rivolto rigorosamente verso nord e giace con la base adiacente a un buco al centro di un cumulo di pietre.
Su queste pietre sta diritto il maestro di cerimonie, vestito di un magnifico abito di seta gialla con cintura rossa, che coadiuvato da un gruppo di aiutanti ha il compito coordinare la folla che deve issare il palo, chi tirandolo con delle funi, chi spingendolo con dei pali.

Una dozzina di monaci dai berretti rossi, provenienti dal vicino monastero Kagyu a Gayangdrak, formano una banda di suonatori che soffiano in giganteschi corni alpini e conchiglie, e percuotono cimbali e tamburi. C'è anche un gruppo di monache buddiste che intonano preghiere e canti e si esibiscono in gesti rituali delle mani in perfetto sincronismo. L'aria è impregnata del fumo dell'incenso acceso tutto intorno, mentre coloro che eseguono le circumambulazioni camminano senza sosta in una nuvola di polvere, facendo girare con le mani le ruote di preghiera.
Su segnale del maestro di cerimonia si inizia ad innalzare il palo, c'è il gruppo che tira le funi, coloro che spingono con i pali e chi lo puntella per sostenerlo via via che si alza del terreno. Ad ogni strattone gli spettatori gridano Lha-so-so! Lha-so-so! Mentre gettano in aria foglietti di carta di preghiere. Nonostante che lo si tiri con quattro funi e ci siano almeno cento persone a tirare ogni fune, è necessario ad un certo punto attaccare due funi a due camion.
È fondamentale che il palo entri nel buco del terreno dalla giusta angolazione in modo di essere collocato perfettamente verticale; se dovesse essere inclinato anche di pochissimi gradi ciò comporterebbe disastri e sciagure in Tibet per tutti i dodici mesi successivi.
Quando, con un ultimo strattone, il Tarboche viene messo in posizione perfettamente verticale l'intero anfiteatro esplode in grida di Lha-so-so! e lanci di fogli di preghiere. Guidati dai monaci con i loro rauchi corni, gli spettatori scendono sciamando per unirsi alla circuambulazione e tutto il luogo diventa un impressionante vortice di polvere, colore e eccitazione. Al termine della cerimonia tutti fanno la coda per prostrarsi ai piedi del Darchen. Lanciano in aria manciate di farina di stampa come offerta agli dei e avvolgono le sciarpe cerimoniali intorno al tronco o a una delle quattro funi di sostegno. In molti appoggiano per qualche istante la testa contro il tronco stesso per entrare in contatto con la forza vitale di cui è ora impregnato.”

La leggenda del Tarboche, del palo sacro, invece racconta di un albero altissimo "autogeneratosi" in questo luogo santo in quanto cimitero di lama e monaci e benedetto dal Guru Rimpoche che predisse che il tronco sarebbe servito da asta per le bandiere.
In realtà tale rituale è di evidente matrice pre-buddista Bon secondo cui l'alto palo è l'albero originario, l'asse cosmico, la colonna di collegamento tra terra e cielo che unisce paradiso, terra e mondo sotterraneo. Nello sciamanesimo, diffuso in tutte le aree della terra, l'Universo viene concepito come ripartito su tre piani, Cielo, Terra e Inferi
che sono collegati tra loro da un asse centrale.
Questo asse centrale, il Pilastro del Mondo o Asse Cosmico, che è la via che lo sciamano percorre in stato estatico per muoversi attraverso i tre piani, viene rappresentato simbolicamente nelle diverse culture con una Montagna Sacra o con un Albero del Mondo. E questo rito è riproposto appunto durante la cerimonia del Saga Dawa.

Vi posso dare qualche cenno sulla regione dopo aver letto un sacco di cose in questi anni sul Tibet. Il mito di questa grande montagna, parte dell’Himalaya tibetano, “l’ombelico del mondo”, da cui nascono grandi fiumi che portano la vita nei territori che attraversano, è diffuso in tutta l’Asia e trae origine dall’epica hindu dove si parla del monte Meru, la dimora degli dei, come di un’immensa colonna alta 84.000 leghe; “la sua vetta bacia il cielo e le sue pareti sono d’oro, cristallo, rubino e lapislazzuli”.
Questi racconti hindu situano il monte Meru in un punto imprecisato dell’altissima catena dell’Himalaya, ma col tempo il Meru è stato identificato con il monte Kailash (6714 m).
Il collegamento della leggenda con la montagna non è casuale. Dal Kailash leggendario nasce un fiume che sfocia nel fiabesco lago Manasarovar dal quale, a loro volta, scaturiscono quattro fiumi mitici che scorrono in direzione dei quattro punti cardinali.
In realtà, benché nessun fiume sgorghi proprio dal Manasarovar, esistono quattro fiumi che dal monte scorrono, più o meno verso i punti cardinali ed il Kailash ha in effetti, quattro distinti versanti rispettivamente formati, secondo la leggenda, da oro, cristallo, rubini e lapislazzuli.
Il Kailash sorge al centro di un’area che è la chiave del sistema idrografico dell’altopiano tibetano e dalla montagna scendono in direzioni diverse l'Indo (a nord), il Brahmaputra (Yarlung Tsangpo, a est), il Karnali (un affluente del Gange, a sud) ed il Suttej (a ovest).
Questi fiumi scorrono – secondo la leggenda - fino ai quattro angoli del mondo e lo dividono simmetricamente in quattro parti uguali:
sud: lapislazzuli Mabja Kambad (fiume che sgorga dalla bocca del pavone) Karnali
ovest: rubini Langchan Kambab (fiume che sgorga dalla bocca dell’elefante) Suttej
nord: oro Seng-ge Kambab (fiume che sgorga dalla bocca del leone) Indo
est: cristallo Tamchog Kambab(fiume che sgorga dalla bocca del cavallo) Yarlung Tsangpo (Brahmaputra)
Nascosto dietro le montagne che si ergono a sud e ad est della Sichuan – Tibet Highway, il fiume Yarlung Tsangpo (Brahmaputra) compie alcune spettacolari inversioni a U e si getta con una serie di stupefacenti cascate in quella che molti sostengono essere la gola più profonda del mondo.
Delimitata ai due lati dalle moli imponenti del Namche Barwa (7756 m) e del Gyala Pelri (7151 m), la gola raggiunge una profondità record di 5382 m (quasi tre volte quella del Grand Canyon americano) ed ha una lunghezza di 496 km per una larghezza di appena 27 km.
In un punto il fiume si restringe a soli 20 m prima di sfociare nella pianura dell’Assam con il nome di Brahmaputra.
La regione in cui scorre questo fiume è una delle zone meno esplorate del mondo. Una terra popolata da cobra reali, leopardi, panda rossi, scimmie, tigri, e il cui paesaggio è caratterizzato da cascate e foreste vergini.
Attualmente è vietato l’accesso a questa zona strategica di confine, mentre i cinesi possono già attraversare la regione a piedi da Pe e da Gyatso.
Il monte Kailash, con i suoi 6714 m, non è la cima più alta della regione ma per il suo aspetto massiccio è diverso dalle altre montagne.
Le sue quattro pareti a strapiombo sono rivolte verso i quattro punti cardinali e sul versante meridionale si apre un famoso lungo crepaccio verticale caratterizzato, nel punto mediano, da una linea orizzontale di strati rocciosi. Questa specie di cicatrice somiglia a una svastica, simbolo buddista di forza spirituale, ed è l’aspetto che ha contribuito non poco alla leggenda del Kailash.
Il nome Kailash significa "cristallo", ma la Montagna ha anche molti altri soprannomi, come "gioiello delle nevi" e "protettrice delle buone azioni".
In tibetano è chiamata Kang Rinpoche, cioè “prezioso gioiello di neve”.
Il Kailash è da tempo venerato da sei religioni: induismo, buddismo, giainismo, bon, zoroastrismo e paganesimo slavo.
Per gli hindu è il regno di Shiva, il Distruttore e il Trasformatore e per i buddisti è la dimora di Demchok, emanazione irata di Sakyamuni.
I giainisti indiani venerano la montagna come il sito in cui raggiunse la liberazione il primo dei loro santi.
Per l’antica religione bon del Tibet, il Kailash era il sacro Yungdrung Gutseg (montagna della svastica a nove piani), sul quale scese dal cielo Shenrab, il fondatore del BonPo.
Non è documentato alcun tentativo riuscito di scalare questa montagna nella storia contemporanea anche perché attualmente salirvi è anche proibito dalla legge, perché molti credenti vi vedrebbero una profanazione.
Secondo le leggende, la cima di questo Monte è il Paradiso Terrestre, la suprema beatitudine, da cui provengono le anime degli uomini prima della loro nascita, e dove ritornano dopo la morte del corpo, nella loro liberazione finale.
La terra sulla cima della montagna è descritta come fragrante e multicolore.
Proprio sulla cima secondo la leggenda esisterebbe una fontana artificiale a forma di piramide, dai cui quattro angoli si dipartirebbero i quattro fiumi.
Da questo Monte secondo la leggenda si dipartono anche tutti i più diversi universi fisici e spirituali.
La porta d’accesso al monte Kailash è il paesino di Darchen (alt. 4600 m circa), che è anche il punto di partenza della Khora: il circuito di 54 km attorno alla montagna.
Da Darchen val la pena scarpinare fino a Selung Gompa x la migliore vista possibile della vetta (3-5 ore a/r).
I buddhisti e gli hindu camminano intorno al Kailash in senso orario, mentre gli adepti della religione di bon, l’antica religione pre-buddhista del Tibet tuttora diffusa nelle aree più remote del paese, fanno il percorso in senso antiorario.

Un tibetano buddista normalmente compie il percorso in un solo duro giorno di cammino. I pellegrini hindu, che in più devono compiere un’immersione rituale in un lago gelato lungo il cammino, in genere portano a termine il circuito in tre giorni, iniziando a camminare a Darchen a 4600mslm circa e arrivando all’accampamento allestito nei pressi del monastero di Dira-puk (4950mslm) in 5 o 6 ore di cammino nel primo giorno. Nel secondo giorno affrontano il Dolma La coi suoi 5680mslm, scendono al lago Tara per le abluzioni e arrivano agli accampamenti nei pressi del monastero di  Zutul-puk (4900mslm) in 8 ore di cammino. Il terzo e ultimo giorno sono di ritorno a Darchen percorrendo a piedi gli ultimi 12 km di Khora in circa 3 ore. Molti indiani affittano dei cavalli per non affrontare il tragitto a piedi mentre invece alcuni tibetani rendono la Khora molto più difficile continuando a prostrarsi per l’intero tragitto: un circuito di prostrazioni continue che richiede circa tre settimane.

La miglior guida cartacea è "Tibet Handbook - a pilgrimage guide" di Victor Chan, ed. Moon.
Bisogna ricordare che sarebbe da tenere in considerazione la khora del Manasarovar che non la fa quasi nessuno ma è stupenda: 3-4 gg di cammino nel silenzio con una natura da togliere il fiato (soprattutto x i birdwatchers, ma io ho incontrato una coppia di antilopi). Inoltre è in piano e questo aiuta ulteriormente l'acclimatazione e Tirthapuri (il kora del Kailash non si considera completo senza rendere omaggio alla grotta di Guru Padmasambhava).
Quando riuscirò, pubblicherò anche il mio racconto sulla mia esperienza illuminante al Kailash.

martedì, marzo 04, 2014

Annapurna Sanctuary Last Minute

Eccomi di nuovo qui a scrivere di Nepal. Speravo tanto di andare in Birmania col baldo Luigi e invece niente. Non abbiam tirato su mezza adesione al nostro favoloso itinerario di due settimane in Myanmar, nonostante avessimo creato e curato una bella pagina Facebook che lo rendesse accattivante. Niente da fare. Lo abbiamo fatto chiudere a meno di due settimane dalla partenza e io ho preso al volo l’offerta della Qatar per Kathmandu.
C’erano stati segni premonitori, per cui avrei dovuto aspettarmelo. L’incontro col Tresoldi per caso in autogrill, i monaci nepalini in Corso Garibaldi, i sogni sul Brahmino e altri ancora.
Il 28 novembre, esco dall'ufficio col saccone da spedizione in spalla, col commento immancabile delle colleghe: "ma dove vai così? io non ce la potrei mai fare..." 
Ceno a MXP con l’immancabile Latte Macchiato e Brioche e aspetto l’imbarco chiacchierando al telefono.
Il volo non è pienissimo e come ai vecchi tempi, mi sdraio su 4 sedili infondo e dormo fino a Doha. Idem faccio nella tratta per Kathmandu.
Quando iniziano le prime colline verdi e l’aereo entra in Valle, il cielo è già rosa dal tramonto e limpido all’orizzonte, il Lantang svetta con le sue nevi perenni sopra Kathmandu. Mai ho visto le montagne sopra la città così chiaramente come ora. Mai in 10 anni di Nepal. Che favola!
All’arrivo Yam e Karna mi stanno aspettando e mi regalano subito una candida Katha sacra. Che bel benvenuto. Arrivata al Planet l’accoglienza è sempre calda. I ragazzi li adoro. Qui sento tanto tanto tanto amore. Aayan è cresciutissimo e trotterella sorridendo in cortile. Finalmente riabbraccio il mio Brahmino e faccio conoscenza con alcuni ospiti. Qui è proprio la mia casa in Nepal.
Sta volta non ho scritto ovunque che sarei tornata. L’ho detto solo agli amici più cari. E non li vedrò neanche tutti. Som è al Manaslu con due australiani o austriaci, non ricordo, e mi dispiace tantissimo di non poter stare con lui un po’. Quando sono in montagna con lui mi sento protetta. Eh sì, anche io ho bisogno di sicurezza. Anche io sono “umana” con le mie cazzate, le mie debolezze e quant’altro. Ho avvisato Barbara, dicendole che sarei passata da lei al ritorno dal mio trekking. E poi nessun altro.
La sera nel mio lettino nella mia stanzetta, sotto la spessa trapunta, mando una foto agli amici e in pace mi metto nelle mani di morfeo.
Sabato c’è un bel sole, l’aria è frizzante e giù in giardino mi faccio una lunga chiacchierata col Brahma. Il mio angelo custode preferito in Nepal e fuor di Nepal. Il tempo insieme a lui vola e ci starei davvero per ore ed ore a parlare senza annoiarmi mai. 
Il fratello di Karna deve accompagnare i nostri vicini di casa nei dintorni di Ratna Park e io scrocco il passaggio in van fino a Thridevi Marg. A mezzogiorno e mezzo ho un appuntamento con Luca e il suo gruppo di trekkers. Sono appena tornati da un bel anello in Khumbu che li ha portati fino alla cima dell’Island Peak, passando dal Renjo La e dal Cho La. Voglio troppo salutarlo, conoscere i suoi compagni e vedere l’entusiasmo nei suoi occhi.
Ho conosciuto Luca su Tripadvisor. Era venuto a chiedermi lumi sulle assicurazioni per i trekking in quota e da lì abbiamo fatto amicizia. Gli ho passato i miei contatti in Khumbu, gli ho dato una mano a perfezionare l’itinerario per il suo gruppo e per una sua pax che non aveva giorni sufficienti per fare tutto il giro e l’ho sentito ogni volta che era possibile quando era su a camminare. Insomma come sempre mi fa piacere star vicino a tutti coloro che vogliono andare in Nepal e in Khumbu e hanno bisogno di aiuto, supporto o anche solo di incoraggiamento. Credo fermamente che il sapere e la conoscenza siano nulle se non sono condivisi e che possa essere bello aver qualcuno accanto che ti da una mano quando affronti un “mondo nuovo”.
Questo autunno in Khumbu il meteo è stato inclemente. Un ottobre nevoso, freddo, ventoso. Peggio del 2012. Sono stata incollata al PC per avere e dare notizie sul meteo dalla Valle dell’Everest a tutti coloro che ne avevano bisogno. Poi c’era Som a Gokyo. E’ stato isolato per 5 giorni e io ero molto preoccupata. In Piramide c’erano più di due metri di neve. Sentivo tutti i giorni Tenzing a Namche, Pemba a Tengboche e Pasang Sherpa a Gorak Sheep che aveva tutti i suoi a spalar neve nel sentiero che arriva lì da Lobuche, per consentire di avere le vie aperte ai rifornimenti. Insomma quest’anno è stato un casino. Per fortuna poi, dopo la prima settimana di novembre, il tempo è andato stabilizzandosi, e chi è andato su dopo, come Luca, ha trovato un meteo più che buono.
Arrivata in Thridevi Marg, abbraccio Luca e conosco alcuni dei suoi compagni di trekking. Hanno il sorriso stampato negli occhi. Quell’espressione in volto che solo la vicinanza alle grandi montagne riesce a infondere e a far trasparire da tutti i pori. Sono bellissimi. e vorrei che questa immagine di gioa che hanno restasse loro impressa per tanto tempo.
Andiamo a pranzo da Helena, il mio tandoori restaurant preferito della capitale. Chiacchieriamo, ridiamo e mi faccio raccontare un po’ della loro prima entusiasmante esperienza in Himalaya. 
Ci salutiamo in Thamel, loro stasera tornano in Italia e mi augurano un bel “in bocca al Lupo” per il mio trekking last minute al Campo Base dell’Annapurna.
Già, questo trekking è davvero un’improvvisazione. Come ho scritto all’inizio, io non sarei dovuta essere qui. Non ho fatto nessun tipo di training sta volta, se non le solite passeggiate a piedi, un po’ di palestra e bici. Ma nessun allenamento vero e proprio. Non avevo in programma un altro trekking quest’anno, avendo appena rifatto a Maggio il "Khumbu".
Ma ho deciso di venire così, come quando decidi di farti una passeggiata invece di restare in casa, e esci senza pensarci troppo. Ho deciso di venire così, perché quando non ho alternative emozionanti su cosa fare, so che nulla mi da più emozione e energia e amore del Nepal e delle sue montagne.
Il misero lume di ragione che mi ritrovo, mi ha fatto propendere per scegliere il Santuario Annapurna, perché so essere un trek facile, non in quota (max 4130 al BC), che alla fine ho sempre evitato come la peste solo per via degli scalini. Io odio gli scalini. Ma son sempre stata consapevole della bellezza e magnificenza dei luoghi che vi si attraversano. Credo che se non avessi deciso così, senza pensarci troppo, forse non ci sarei andata molto presto avendo in testa altro: Makalu BC, Pokhsundo, Upper Dolpo.
Dopo una chiacchierata con Fra e annesso arrivederci coi lucciconi, vado a nanna. Sta volta mi ha cazziata perché ho avuto mille dubbi sul fare un trekking così improvvisato. Ma ora sono sicura di me e convinta. E poi so che l’Himalaya mi protegge sempre.
Al mattino alle 7.30 il pullman della Rainbow parte bello pieno alla volta di Pokhara. Le 6 ore di tragitto passano piacevolmente e l’orizzonte, prima di arrivare in città, mi regala il Manaslu.
Questa avventura la faccio con Sadhuram, il cugino di Amrit (il mio amico cuoco nepalese). Un ragazzo educatissimo e gentile che, facendo la guida di montagna, mantiene la moglie e i due figli in un piccolo villaggio rurale poco distante da Bhaktapur. E’ appassionato di monti, ovviamente, e sa tutti i nomi delle montagne e anche delle vette minori e in Annapurna c’è stato un sacco di volte. Vorrebbe tanto studiare storia europea, perché quando era ragazzo non ha potuto farlo, non c’erano soldi per continuare la scuola e doveva lavorare nei campi. Gli porterò di certo dei libri di storia in inglese la prossima volta che andrò su. La voglia di conoscenza va sempre incentivata. E pensare che da noi, molti vanno a scuola e studiano solo perché sono obbligati, e non si rendono conto della fortuna che hanno.
Dal bus park di Pokhara prendiamo un taxi per il Lake Star. Anche qui gran bella accoglienza. Sono tutti felici di rivedermi e stiamo un po’ a chiacchierare nella hall. Poi vado al supermarket a prendermi dei biscotti e mi faccio un giretto. 
Rongpuk non ama molto Pokhara, e non vedo l’ora che venga domani per andarmene via di qui. Qui è troppo turistico, costoso, e poi qui ho troppi ricordi che non devo ricordare.
Dal terrazzone mi godo il Machhapuchhare e l’Annapurna IV al tramonto belli rosa, consapevole che questi monti mi hanno regalato i tramonti più belli della mia vita. Poi vado a cena alla Dolce Vita con Sadhuram e a nanna presto nella mia bella stanzetta.
Al mattino, dopo una buona colazione, conosco il piccolo Deepak. Poco più che ventenne, questo ragazzo  viene da un villaggio a un’ora di strada da Pokhara e si paga gli studi linguistici di Cinese facendo il portatore. Vuole diventare guida di montagna per cinesi e durante il nostro trekking passerà quasi tutto il suo tempo libero sui libri a studiare.
Il team è completo e tutti e tre andiamo a Nayapul, da dove inizieremo a camminare.
NAYAPUL (1060m) – ULLERI (1960m) 5 orette a piedi con un’oretta di stop lunch a Tikedunga (1540m)
A Nayapul facciamo la prima registrazione. Il primo tratto di cammino segue il Modi Khola ed è sulla strada in lieve saliscendi. Ogni tanto passa qualche jeep a impolverarci ben bene. Questo tratto dell’Annapurna Conservation Area quindi non è stato tanto conservato. Arrivati a Birethanti (1025m) per fortuna si lascia la via sterrata e il sentiero vero e proprio inizia con i primi scalini, seguendo il corso del Bhurungdi Khola. Il villaggio è grazioso e qui timbriamo il permit e registriamo l’ingresso al Parco degli Annapurna. L’area è verdissima, il cielo è terso e il tragitto tutto sommato un piacevole percorso su e giù attraversando villaggi tipici, come Sudame (1340m) e Hile (1430m).
Ci fermiamo a Tikedunga (1540m) per sosta pranzo, dopo aver attraversato un bel ponte sospeso su una bella cascata.
Qui inizia la salita sulla scalinata che porta a Ulleri (1960m). Dai più, detta “la famigerata scalinata di Ulleri” che appunto da Tikedunga, coi sui 3200 scalini, arriva al villaggetto omonimo di etnia Magar a circa 2000mslm.
Sulla via faccio comunella con una coppietta, lei Malesiana e lui di Singapore. Li raggiungo e mi fermo con loro a metà strada e chiacchieriamo un pochetto. Di lì a poco ci raggiunge una bella famiglia di Thailandesi. Mamma, papà, figlia e figlio. Simpaticissimi. Programmiamo di fermarci tutti insieme nello stesso lodge a Ulleri.
Io e Deepak ci facciamo una bella foto alla fine della scalinata. E’ stata una bella passeggiata in salita, ma nulla di così impegnativo, anzi. Sono solo 400 metri di dislivello.
Al Superview Lodge siamo una 20ina di persone. Non pensavo che ai primi di Dicembre ci fosse ancora così tanta gente da queste parti. Certo dovevo aspettarmelo. E’ la stessa via che porta a Poon Hill e comunque questi circuiti sono le rotte trekking più battute di tutto l’Himalaya.
Dal terrazzone della guest house si ha una vista superba dell’Annapurna Sud e dell’HiunChuli. Aspetto il tramonto mentre l’aria si fa sempre più fresca.
Le due vette sembrano adagiate all’orizzonte in mezzo a due brulle colline che ne incorniciano le pendici nevose. Quando diventano rosso fuoco siamo tutti sul tetto in silenzio a goderci il nostro primo tramonto himalayano.
Qui conosco Veera e Yvette, due olandesine laureande in Medicina e Chirurgia che sono qui con un progetto di internship universitario. Ci mettiamo a tavola tutti insieme: io, i miei ragazzi, le olandesi, una coppia di tedeschi, la coppietta Malesia/Singapore e Ten, uno dei thailandesi incontrati durante il cammino che ribattezziamo The Beer Buddha, vista la sua passione per la birra. Passiamo la serata a ridere e a giocare a un torneo spietatissimo di carte insieme ai nostri amici nepalesi.
ULLERI (1960m) – GHOREPANI (2860m) 4 ore e mezza con sosta a Nangathanti
Al mattino partiamo ognuno coi suoi tempi. La via è per lo più in salita e in un’area verdissima. Ci troviamo coi Thailandesi e le Olandesi a Banthanti per una tazza di tea e proseguiamo poi sempre nella splendida foresta di rododendri e querce costeggiando vertiginose cascate e attraversando ambienti naturali rigogliosissimi accompagnati da un gran sole caldo e alto in cielo. Facciamo lunch stop a Nangathanti e affrontiamo l’ultima salita per Low Ghorepani arrivando su al villaggio alto nel primo pomeriggio. Oggi abbiamo attraversato una delle foreste di rododendri più grandi e rigogliose del paese ed è un vero peccato non esserci stati in primavera durante la fioritura. A maggio, durante la mia ultima volta in Khumbu, avevo avuto la fortuna di vederli in fiore e devo dire che sono davvero spettacolari.
Siamo a poco più di 2800 metri, c’è vento e c’è un gran freddo pungente. Il suolo all’ombra è una crosta di ghiaccio scivolosa e bisogna starci un sacco attenti. La Guest House dove ci fermiamo è la più grande del villaggio e nonostante il nome, Sunny Hotel, è una ghiacciaia. In assoluto, la camera più freddo/umida di tutto il trekking. Pranzo al freddo e, dopo aver fatto il bucato, passo le due ore successive a riposarmi imbacuccata con la schiena poggiata sulla parete di legno di una casetta al sole per scaldarmi, sorseggiando continuamente tea bollente e fissando la cima del Dhaulagiri che domina l’orizzonte del villaggio.
Finalmente arrivano le 16.00 ed è l’ora di andare su a Poon Hill a vedere il tramonto.
Poon Hill è 400 metri più in su rispetto a High Ghorepani. Ci si arriva con una passeggiata in salita sugli immancabili scalini di pietra tanto tipici di questa zona. In 45 minuti siamo su e devo dire che il paesaggio merita sul serio. Non a caso Poon Hill è il colle più visitato del Nepal. A 3200 metri è uno dei balconi sull’Himalaya più suggestivi che il Nepal offre ai suoi visitatori. Il panorama spazia da Est a Ovest con l’Annapuna II, il IV,  il Machhapuchhare (il Cervino del Parco degli Annapurna), l’Annapurna III, l’HiunChuli, l’Annapurna Sud, l’Annapurna I, che coi suoi 8091 metri, è il secondo 8000 più pericoloso al mondo dopo il K2, il Tilicho Peak, la cresta nord del Nilghiri fino ad arrivare al colosso del Dhaulagiri che coi suoi 8167 mslm è la settima cima più alta del mondo.
Quassù non siamo in tanti: io, Deepak e Sadhuram, la coppietta Malese/Singapore, i due tedeschi e Yvette e Veera. So che in stagione di punta qui è molto più affollato, quindi siamo fortunati a essere così in pochi.
Aspettiamo che faccia buio, mentre le montagne sono passate dal giallo oro, all’arancio, al rosso vivo, al rosa e ora sono viola confondendosi col cielo. Un tramonto memorabile in linea con le aspettative di tutti noi.
Poi scendiamo in fretta gli scalini con la torcia frontale accesa, facendo molta attenzione perché c’è ghiaccio un po’ ovunque.
Arrivati giù a Ghorepani, Veera e Yvette mi fermano e mi chiedono la gran cortesia di potersi unire a me per il trekking. Loro sono da sole e sono pentite di non aver assoldato una guida. A me non fa nessuna differenza. Ognuno ha comunque il suo passo e se loro si sentono più sicure con me e i ragazzi, a noi fa solo piacere. Quindi diamo loro appuntamento davanti alla nostra guest house per l’indomani mattina alle 7.30. 
Per cena un succulento piatto con cosce di pollo e patate ci ristora. Finalmente hanno acceso la stufa. Sto con due ragazzi tedeschi a vedere i loro video del trekking al Circuito sul PC. Poi finiamo la serata a chiacchierare con le guide e i porters. Io ho voglia pari a zero di andare a infilarmi nella ghiacciaia della mia cameretta esposta a nord con le finestre di carta velina. Però, nonostante il gelo, so che al mattino verrò ricompensata. 
GHOREPANI (2860m) – CHHUILE (2170m) 6 ore con sosta pranzo a Ban Thanti (3180m)
All’alba, verso le 6.30, da dentro il sacco a pelo, scosto la tendina e il Dhaulagiri rosso e rosato per la prima luce del sole mi da il buongiorno.
Dopo una buona colazione usciamo, incontriamo Veera e Yvette e ci incamminiamo sul sentiero che va in direzione di Deurali. Per terra è ancora ghiacciato e fa freschetto, almeno fino a quando non lasciamo la zona in ombra e il sole non sale a sufficienza da scaldare il terreno. Deurali in Nepali vuol dire “flat” e in effetti ci stiamo incamminando in salita verso un altipiano a 3100 metri che culmina sul passo omonimo dove facciamo una sosta tra le bandiere di preghiera tibetane. E’ l’equivalente di Poon Hill
ma dall’altra parte della vallata, verso est. Ci godiamo le stesse montagne viste la sera prima, ma illuminate dalla luce del sole del mattino. Proseguiamo poi in lieve discesa entrando di nuovo nella foresta dopo esserci persi a osservare i ricami fatti nel cielo dai voli delle aquile. Da qui il sentiero a zig zag prosegue fino a Ban Thanti (3180m) dove ci si ferma un’oretta per pranzo. Qui è bellissimo. Ci sono le aquile che volano in cielo di fronte all’Annapurna Sud. In
Guest House conosco due ragazze Gurung che fanno le porters. Resto sconvolta dal fatto che stanno trasportando delle valigie rigide nelle loro gerle, e il passare dall’essere sconvolta all’incazzata il passo è brevissimo, non appena vedo che alcuni dei loro clienti arrivano su a dorso di cavallo. Sono cinesi. Il Nepal sta subendo una vera e propria invasione di turisti cinesi, sarà per i nuovi accordi di
sussistenza economica e nelle infrastrutture, sarà che i cinesi stanno diventando sempre più ricchi, ma ce ne sono sempre di più. E’ un turismo che ho già avuto il piacere di non apprezzare in Tibet, un turismo poco rispettoso delle zone che visita, poco rispettoso delle tradizioni che incontra e poco rispettoso delle genti. Come si fa a venir a far trekking con la valigia rigida, ma soprattutto come si fa a farla portare a spalla da una donna? Ecco questo riassume in “meglio”

com’è un turista cinese medio. Non me ne vogliate. Son pronta a cambiare idea, quando avrò il piacere di incontrare turisti cinesi diversi, ma per ora, da quello che ho visto, non mi piacciono per niente. 
Da Ban Thanti si scende, sempre in mezzo alla foresta, su scalini più o meno ripidi fino a Tadapani a 2630mslm dove ci fermiamo per una tazza di tea e un po’ di cioccolato. La discesa qui è parecchio ripida su questi migliaia di scalini in discesa ed è davvero a prova di ginocchia. Penso che ho fatto una gran cosa a fare il circuito in senso orario. Se avessi dovuto farmelo nell’altro senso sarei davvero stramazzata al suolo per la fatica.
Arriviamo a Chhuile a 2170m nel pomeriggio alle


15.30. Al Mountain Discovery Lodge è fantastico stare nel grosso prato a godersi l’ultimo sole rilassando le gambe provate dalla discesa. Poi giusto il tempo di una doccia calda, una tazza di tea e il tramonto sulla piramide bifida del Machhapuchhare ci lascia a bocca aperta per lo stupore. Nella dining ci mettiamo intorno alla stufa a giocare a carte coi nepalesi e con un giapponese dal nome impronunciabile che sta scendendo dal Campo Base e ha intenzione di arrivare a Jomsom.
CHHUILE (2170m) – UPPER SINUWA (2500m) circa 5 ore a piedi

Questa giornata di trekking è un’altra giornata di scalini e scalinate di pietra interminabili. Appunto 5 ore di scalette su e giù per le colline. Proprio quello che in questi lunghi anni di Himalaya ho sempre voluto evitare. Ma che m’è venuto in mente sta volta? 
Partiamo verso le 8 e scendiamo giù al fiume alle cascate di Ghurjung per poi risalire di nuovo e procedere su e giù fino a Taulung (2180m). Scale, scalette e scalini ci sembrano oramai infiniti. Da qui vediamo Chomrong, il più grande villaggio di etnia Gurung del Parco degli Annapurna. E’ meraviglioso, incoronato dal Machhapuchhare e ci arriviamo in una buona mezz’oretta

verso le 11 del mattino. Ci piazziamo nel patio di una bella guest house a far merenda e stiamo a chiacchierare con degli austriaci. Alle 11.45 ripartiamo in discesa sugli scalini di Chomrong. Giuro che mi sono pentita di non aver contato quanti scalini ho fatto in questo trekking, so solo che Sadhuram mi ha detto che un trekker anglosassone, solo nella zona di Chomrong ne ha contati 8000. Quindi la salitina di Ulleri in confronto è davvero una gran storia di parrocchia.
Arriviamo giù al ponte sospeso sul Chomrong Khola e risaliamo di nuovo sugli scalini di pietra  per almeno altri 400/600m fino a Sinuwa a 2360mslm. Sono circa le 13.15 e io sono un po’ sfatta. Yvette è stanca ma ancora pimpante, mentre Veera non sta bene. Ha una forte nausea e si sdraia su una panca nella dining della Guest House. Io e Yvette mangiamo un bel piattone di noodles fritti e poi ci piazziamo al sole sulle sedie che ci sono nel terrazzone all’aperto. Veera sta sempre peggio e inizia a vomitare. Ha paura sia a causa dell’acqua bollita non a sufficienza, bevuta stamattina a Chhuile. Secondo me è il cibo dei porters che si è mangiata a non averle fatto bene. Era stra speziato,

agliato e piccante. L’acqua l’abbiamo bevuta tutti. Le ragazze decidono di fermarsi qui a dormire e si fanno dare una stanza. Resto con loro fino alle 15.45, poi decido di proseguire. Io vorrei camminare fino a Bamboo. Accidenti. Alle 16.20 sono a Upper Sinuwa e qui tutti mi sconsigliano di attraversare la foresta a quest’ora. E’ troppo tardi. Mando quindi un sms alle ragazze che sono giù e dico loro di avvisarmi domattina. Nel caso avessero deciso di proseguire, le avrei aspettate.
Mi faccio una doccia calda e incontro un tedesco che è arrivato giù direttamente dal Campo Base Annapurna or ora. Mi pare una roba un po’ hard da fare in una sola giornata. Ma a quanto pare è fattibile. Lui è un po’ spigoloso, ma gentile. Mi vuol dare un paio di tappi per le orecchie nuovi. Ma io ce li ho. Mi dice che da sta notte al BC ha iniziato ad avere una forte tosse appena cambiava postura da in piedi a sdraiato e viceversa e sta notte, dato che abbiamo stanze contigue, non avrebbe voluto svegliarmi. Davvero un signore. Gli racconto delle ragazze e lui mi regala due blister di Micropur per purificare l’acqua. Dice: “Maybe it’s better to use these pills”.
Non c’è tantissima acqua in bottiglia quassù in Annapurna, io non pensavo, ma già a Chhuile non se ne trovava più, c’era solo bollita o purificata. L’ho trovata a Chomrong ma poi stop. Non ho più visto bottiglie d’acqua per tutto il trekking. Questo è un bene perché lo smaltimento della plastica in Himalaya è un problema molto serio. Quindi se uno vuol star strasicuro di bere acqua senza averci problemi gastrointestinali, deve usare le tablets come il micropur.
UPPER SINUWA (2500m) – DEURALI (3200m) 5 ore e mezza a piedi più un’oretta di stop a Himalaya (2920m)
Al mattino chiamo subito Veera e Yvette. Veera non ha forze e sta ancora male. Mi dicono che il loro trekking è finito e che scenderanno giù verso Pokhara. Si raccomandano di dar loro notizie e ci accordiamo per vederci giù in città quando tornerò giù anche io.
Da ora in avanti la rete cellulare non coprirà più. Quindi do l’ultimo saluto anche a Yam e Amrit al Planet e a chi devo sentire.
Alle 8 partiamo e entriamo nella foresta facendo una lunghissima scalinata in discesa. In questo tratto la foresta è davvero fitta e capisco perché non volessero incamminarcisi al tramonto. Arriviamo a Bamboo alle 10. Questo posto è una ghiacciaia infossata in mezzo alla umida foresta e non credo che mi ci fermerò al ritorno. Proseguiamo in un lieve sali scendi nel bosco fino a Dobhan (2600m) e passiamo accanto al Baraha Temple nei cui pressi leggo un cartello che indica che mangiare carne da qui in su non è di buon auspicio e in teoria non sarebbe consentito. Mangiando carne togli una vita. Qui siamo in un’area protetta e tra l’altro per legge qui non è consentito uccidere animali, come accade nell’Alto Khumbu, inoltre questa è un’area di gran sacralità. Le montagne sono sacre, van rispettate e temute. Se tu prendi una vita in montagna, la montagna ne prenderà a sua volta una per se. Quindi sono rari i Nepalesi, soprattutto delle vecchie generazioni, che infrangono questo credo. Hanno paura. Hanno paura che per una coscia di pollo mangiata, qualcuno ci lasci le penne camminando qui in montagna. Per me comunque non sarà un grosso problema. Quando faccio trekking consumo pochissima carne a favore di grossi quantitativi di verdure e carboidrati.
Arriviamo a Himalaya intorno alle 11.30, Qui ci fermiamo un’oretta per il pranzo e facciamo conoscenza col Kasha Team. Due tostissime trekkers polacche che si chiamano Kasha entrambe (da qui Kasha Team). Una è ginecologa e l’altra giornalista e la loro guida Manshant è un etologo, o meglio un ornitologo di Pokhara appassionato di fotografia che fa la guida trekking per arrotondare. Tutti e tre sono uno più simpatico dell’altro. C’è un sole splendido e mi mangio il piatto di noodles più buono di tutto il trekking mentre osservo i gruppi di trekkers che sono fermi qui a riposare. C’è ancora davvero un sacco di gente. Viaggiando da sola, mi piace osservare e conoscere le persone che vengono qui, sentire le loro storie, le loro motivazioni ma soprattutto mi piace stare a parlare con le guide, i portatori e le persone che vivono in queste montagne. Quando dico loro qualcosa in Nepalese, gli si apre il cuore e mi accolgono sempre con amore. Stare a contatto con la gente del posto da un valore aggiunto inestimabile alla mia esperienza di vita che faccio viaggiando.
Vedo che Sadhuram e Deepak stanno confabulando e faccio segno loro di venire a dirmi che succede. Ecco, una cosa a cui tengo un sacco è che la mia guida e il mio portatore mi dicano sempre se c’è qualcosa che non va. Quando arrivo in un posto mi assicuro sempre che abbiamo cibo buono e alloggio decoroso. Se non c’è, o si cambia Guest House o vengono a dormire in stanza con me. Per me loro sono importantissimi, se stanno bene loro, sto bene io, stiamo bene tutti insieme. Poi, a meno che non vogliano farsi bellamente i fatti loro, ci tengo un sacco che si mangi tutti insieme, non mi va che le guide e i porters siano relegati in uno stanzino, come vedo fare da tante grosse Trekking Companies. A me piace stare tutti assieme.
Arrivano e mi indicano un ragazzo nepalese con uno zainetto sulle spalle che sta seduto in disparte su un muretto a guardare il resto del mondo che mangia e chiacchiera. Hanno chiesto al gestore della Guest House di dargli il cibo perché non voleva serviglielo. Io non capisco: “Ragazzi spiegatevi meglio. Che succede? Se c’è da dare un pasto al ragazzo ci pensiamo noi.” Sadhuram mi dice: “Didi, la sua cliente non vuole mangiare il cibo della guest house e vuole mangiare le sue barrette e non ha previsto, visto che lei non mangia, di far dare il cibo per la sua guida. Tra l’altro non vuole fermarsi per la notte a Deurali e vuole andare a tutti i costi fino al Campo Base del Machhapuchhare in giornata a costo di arrivarci di notte, perché poi la mattina dopo vuole arrivare all’Annapurna BC e tornare giù diretta il più in basso possibile perché le gira la testa. Insomma è una matta. E’ pericoloso” Poi io la guardo e ricordo che è la cinese che ho incontrato sulla via per Sinuwa quando ero con Yvette e Veera e non ci aveva fatto una gran bella impressione per via di come trattava la sua guida. Mando a chiamare il gestore e lo faccio parlare con sta ragazza cinese e alla fine riusciamo a spuntare un dhal bhat per sto povero cristo. Dire che sono inorridita è poco. Ma il bello deve ancora venire.Ci incamminiamo con le due Kasha e Manshant superandoci a vicenda pian piano. E tra una chiacchiera e una risata, dopo una piccola sosta a Hinku Cave, alle 14.30 arriviamo a Deurali a 3200mslm.
Dopo una bella doccia e il bucato, facciamo merenda e facciamo conoscenza con Hana Lee, ragazza coreana che sta facendo un lungo viaggio in Asia per riprendersi dal licenziamento. La crisi è mondiale davvero?
Ci piazziamo nella dining della Deurali Guest House per la solita partitona a carte coi Nepalesi. E mentre fuori è nebbioso e quasi buio vediamo passare la ragazza cinese. Cos’avrà fatto in tutto sto tempo? e soprattutto, se ci ha messo tutto sto tempo da Himalaya a Deurali, dove cavolo vuole andare ora che fa buio? Pasang esce fuori di corsa tentando di fermarla, ma lei prosegue. La sua guida è spaventato e dice: “Mai più un cliente cinese in vita mia. Mai più”
Li vediamo scomparire nelle tenebre in direzione del Campo Base del Machhapuchhare.
“Deepak, ma sei sicuro di voler lavorare per i cinesi?” gli dico mentre lui è l’unico sui libri a studiare cinese, mentre noi stiamo a cazzeggiare e a raccontarcela.
DEURALI (3200m) – ANNAPURNA BASE CAMP (4130m) 5 ore a piedi più un’ora di stop al Machhapuchhare Base Camp
Al mattino alle 8.30 c’è un nebbione. O sono nuvole basse? Mmm abbiamo un po’ paura che il meteo cambi, d’altronde è bel tempo da un po’ di giorni e dissoluto non dura per molto. Qui 10 giorni fa c’era giù mezzo metro di neve, con annesso alto rischio di valanghe. La parte di Deurali, in caso di neve, è la più pericolosa di tutto il trekking. Le pareti verticali delle montagne sono scivoli perfetti per grosse valanghe e qui di vittime ce ne sono state tante.
Le autorità infatti non esitano a chiudere la via in caso di pericolo. Quindi noi ora incrociamo le dita che il meteo tenga e non nevichi, perché non abbiam voglia di rimanere bloccati al Campo Base in attesa che la neve si sciolga.
Il sole non è ancora spuntato da dietro le montagne e le nuvole basse non ci permettono di godere a pieno del paesaggio che ci circonda. Siamo proprio sotto il Machhapuchhare. Che emozione.
Il terreno ora è sassoso, brullo e coperto solo da piccoli e bassi arbusti. Siamo andando in quota. Finalmente. E soprattutto basta scalini. Così mi piace.
Con stupore incrociamo la guida della ragazza cinese incontrata ieri. Ci dice che lei, una volta nei pressi del Campo Base del Machhapuchhare, lo ha liquidato dicendo che avrebbe potuto benissimo proseguire da sola e lo ha lasciato senza fornirgli cibo, ne preoccuparsi per il suo alloggio. Lui, dopo la notte passata all’addiaccio, ora stava tornando a valle. Io sono sconvolta. Lo salutiamo e proseguiamo verso l’alto.
A un certo punto le nubi iniziano a diradarsi, arriva il tepore del sole che pian piano sta risalendo oltre le cime e in lontananza scorgiamo il colle su sui posa l’avvallamento dove sorge il Campo Base del


Machhapuchhare. Arriviamo su alle 11.30 e finalmente riusciamo a stare al sole per un’oretta. Ci facciamo un lauto pasto e io sfodero il mio pacchetto di parmigiano reggiano a tocchi coi taralli. Mi ci vuole per l’ultimo step.
Qui il sentiero volta a ovest e davanti a noi si apre la valle ampia che si è formata dall’erosione del ghiacciaio che scende dal versante sud dell’Annapurna. Stiamo camminando ai piedi dell’HiunChuli (Himchuli per gli amici), una splendida piramide verticalissima di 6434 metri che ci domina con tutta la sua possenza,


e dietro le spalle ci lasciamo la piramide del Machhapuchhare che sbuca in controluce dalla foschia che oramai sta dissolvendosi del tutto. Davanti a noi l’Annapurna Sud e l’Annapurna I sono i protagonisti indiscussi del nostro orizzonte. Alle 14.00 in punto finiamo la scalinata (ebbene sì, pure qui scalini) che porta al Campo Base Annapurna versante Sud. Ce l’abbiamo fatta. Ce l’ho fatta. Oddio come sono felice. Dopo aver preso
possesso della mia ghiacciaia con vista, per l’appunto, sul ghiacciaio e i ghiacci dei due Annapurna, mi do una lavata e vado a farmi una bella merenda nella Dining.
Incrocio la cinese che scende dopo la sua toccata e fuga in ABC e non ho neanche il tempo di dirgliene quattro, ci saluta a malapena senza abbozzare neanche un sorriso e fugge via. Che torrido personaggio.

In Guest House siamo un bel gruppetto: io e i miei ragazzi, il Kasha Team con Manshant, Hana Lee e la sua guida, una famigliola di quattro australiani e la loro guida, una ricercatrice danese con la sua guida. Tutti insieme decidiamo che stasera faremo food sharing, un summit di condivisione di cibi dal mondo.
Ora più o meno ci sono -7°C, almeno così ci dice la danese.  
Sono le 16.00 e con Sadhuram ci incamminiamo verso il ghiacciaio. Il terreno è duro dal freddo. Ci inerpichiamo sulla cresta che costeggia il baratro sopra il ghiacciaio. Dall’altro lato sono bene evidenti le stratificazioni della roccia e l’erosione esercitata dalla forza del ghiaccio che scende e si sposta a valle. Stando in silenzio ogni tanto si sente il fragore cupo del ghiaccio che si spacca e dal versante sud arriva un grosso boato e una nuvola di pulviscolo di neve scende giù disperdendosi. Una bella valanga. Qui è uno spettacolo. 360° di montagne, ghiaccio e nevi perenni ci circondano, mentre il sole scende giù, dietro l’HiunChuli e l’Annapurna Sud. 

Ci sono un sacco di piccoli chorten e da una collinetta innevata proprio sotto l’HiunChuli sventolano bandiere di preghiera che scivolano in basso, ricoprendo la neve. 
Faccio il mio piccolo chorten di pietre pensando alle persone che hanno bisogno di una buona benedizione e di protezione, poi mi siedo sulla cresta a osservare il ghiacciaio che pare addormentato sotto di me. Ci sono tre grosse lingue di ghiaccio che scendono dall’Annapurna I, una dall’Annapurna Sud e dall’Himchuli e che convergono insieme verso il basso confluendo in un unico grosso ghiacciaio che nei secoli ha scavato e creato la valle del Modi Khola, il fiume

che nasce appunto da qui e che avevamo attraversato varie volte durante la nostra salita fin qui a partire da Nayapul.
Il sole è sparito dietro gli Annapurna e il Machhapuchhare e i suoi ghiacci dall’altra parte della valle, cambiano pian piano colore diventando oro puro. Ho sempre detto che i tramonti sul Machhapuchhare sono mozzafiato, ma questo li batte tutti. Meraviglioso. Commovente. Amo l’Himalaya e sono felice di essere qui al suo cospetto.
Alla fine, quando la montagna è viola e il cielo è un cupo blu notte, scendiamo al chorten in memoria di Anatoli Boukreev, il famoso alpinista di origine Kazaka che partecipò al salvataggio dei superstiti della sfortunata spedizione del 1996 di Scott Fisher all’Everest e che perì qui, sotto una valanga, sull’Annapurna I l’anno successivo. Poi ritorniamo verso il Campo Base terminando la nostra Khora.

Ora fa davvero freddo. Ma nella dining troviamo una bella sorpresa. Sotto il tavolo ardono due belle stufe a cherosene e c’è così tanto tepore che tutti togliamo le giacche a vento e i pile. E’ fantastico. Alla fine il posto che doveva essere il più inospitale e il più freddo, si rivela essere il più accogliente di tutti.
Le Kasha tirano fuori salsicce essiccate, Hana una salsa coreana piccantina saporitissima, io il parmigiano e i taralli, gli australiani frutta secca e diamo inizio al banchetto in puro stile Happy Hour, visto che sono le 18.00. Qualcuno, azzarda addirittura con lattine di birra. Manshant esce a piazzare la sua Canon sul cavalletto e la lascia in posa per un’ora per fotografare le stelle che si muovono a cerchio sopra le montagne. Ha fatto foto stupende. Arriva poi la cena e l’immancabile partitona a carte tutti insieme.
Qui le porte le tengono chiuse. E’ il primo posto dove lo fanno. Fino ad ora, in tutto il trekking, i Gurung lasciavano sempre le porte aperte, così il tepore delle stufe si mescolava al gelo che veniva da fuori. Ma qui si vede che il freddo lo sentono anche loro, per fortuna.
Andiamo a nanna tardissimo, alle 21.30, incredibile. Io mi infilo praticamente vestita nel sacco a pelo. Fa freddissimo.
ANNAPURNA BASE CAMP (4130m) – LOWER SINUWA (2360m) circa 7 ore più un’ora di stop a Dobhan (2600m)

Al mattino alle 6.00 mi bussano alla porta: “Didi! Didiiii! The sun is coming! Come out to see the mountains! Everything is red!”
A dire il vero, col freddo che c’è, non è che io abbia gran voglia di uscire. Dal letto vedo l’Annapurna I che inizia a colorarsi dello stesso oro di cui si era dipinto il Machhapuchhare la sera precedente. Quindi faccio questo sforzo e esco a scattare qualche foto. Su ai chorten è pieno di gente, almeno una ventina di persone. Ho fatto bene a salirci ieri al tramonto. C’eravamo solo io e Sadhuram.
Tutti in dining per una bella e corposa colazione. Oggi vogliamo tentare di arrivare a Lower Sinuwa direttamente. Le Kasha e Hana si fermeranno a Bamboo e programmiamo di incrociarci a Jhinnu il giorno successivo.
Partiamo alle 8.00. Scendiamo verso il Machhapuchhare BC lasciandoci alle spalle gli Annapurna che si stagliano nel limpido cielo blu. Il Modi Khola ghiacciato è stupendo e noi scendiamo svelti seguendo il suo corso.
Scendendo, passiamo velocemente Deurali e poi Himalaya e arriviamo a Dobhan a 2600mslm verso le 13.00, dove ci fermiamo un’oretta per il pranzo. Il sole è caldo. Riprendiamo il cammino verso Bamboo, entrando nella foresta. Qui il sentiero è più o meno in piano, ma dopo Bamboo (2310m) si risale nella Sinwua forest. Nel pomeriggio è in penombra ed è effettivamente un po’ inquietante. Ha una vegetazione così fitta, e avvicinandosi all’ora del tramonto ci sono un sacco di rumori. Sadhuram si ferma e dice di aver sentito un wild cat. Mi dice: “Hai capito perché oggi non ci siamo fermati quasi mai? Questo posto va passato prima del tramonto, ci sono troppi animali e il wild cat mangia gli uomini al tramonto”. Io me la rido un po’ tra me e me per il modo “colorito” con cui i nepalesi descrivono le loro paure, però sul fatto che sto posto sia selvaggio e non vada sottovalutato non metto parola. E’ proprio così.
La lunghissima scalinata che porta all’ultimo tratto di sentiero che arriva a Upper Sinuwa sembra non finire mai. Odio gli scalini e se penso che domani avrò quelli che van giù e poi risalgono su a Chomrong e poi scendono di nuovo fino al Modi Khola a Jhinnu, vorrei sparami.
Dopo aver passato Upper Sinuwa arriviamo giù a Sinuwa alle 16.30. Giusto per il tramonto.
Il telefono squilla, siamo tornati in contatto con l’esterno: “Didi, tik cha?” saluto tutti al Planet, mi faccio una bella doccia calda e poi vado in dining a ordinare la cena.
Il Real Sinuwa Cottage è molto carino, anche se le stanze al pian terreno sanno un bel po’ di umido, ha questo terrazzone che da sulla valle sottostante che è bellissimo. Conosco uno svizzero e due australiane che fanno proprio il tipo di turismo che a me non piace. Hanno pagato per una vacanza di “volonturismo” presso una delle sedicenti ONG locali che fanno business travestite da progetti di sviluppo. Fosse per me avrebbero chiuso i battenti da secoli.
Ovviamente questi tre credono di sostenere lo sviluppo del paese in questo modo, peccato però che poi siano qui a fare trekking da soli, senza ne guida e ne portatori, andando così a contraddirsi in pieno. Quale modo migliore di sostenere lo sviluppo di un paese se non dando lavoro ai locali assumendoli come Guide e Portatori in modo tale che le risorse vadano direttamente a chi ci deve vivere?

No, è più carino andare a dire in giro che sì è fatto volontariato in Nepal presso una ONG “magnacciona”. Vabbè. Ovviamente, dopo che i tre mi han chiesto un parere sulla ONG a cui si sono appoggiati, e su come fare a spendere il meno possibile durante il trekking, si sono zittiti. Chissà mai che ci riflettano su un po’ meglio per il loro prossimo viaggio. A volte, anche se con le migliori intenzioni, si va invece a contribuire ai mali di un paese e non lo si aiuta per niente.
Un gruppetto di 5 baschi sono seduti con noi. Anche loro stanno salendo e mi chiedono un sacco di informazioni. La via è facile, problemi di altitudine non ce ne dovrebbero essere. Sono tutti molto entusiasti e non vedono l’ora di arrivare su.
Ceniamo tutti assieme e poi vado a dormire presto. Oggi sono stanchina. Ci siamo fatti quasi 2000 m di dislivello in delta. Mi sa che non c’ho più il fisico per queste cose. Mi fanno male i quadricipiti.
SINUWA (2360m) – JHINNUDANDA (1780m) 2 ore e mezza inclusa sosta di quasi un’oretta a Chomrong.
Partiamo alle 8.30 dopo una buona colazione, pronti a scendere sui nostri inseparabili scalini di pietra fino al Chomrong Khola. Dopo il ponte sospeso, risaliamo sulla interminabile gradinata fino a Chomrong, dove arriviamo per le 9.45. qui sostiamo fino a dopo le 10.30.
Una teiera di Khalo Chya (tea nero) coi biscottini, una chiacchierata con una famiglia Gurung al sole e poi giù su altri migliaia di scalini verso Jhinnu.
Mentre scendo conosco una coppietta francese, lui procede a rilento in discesa aiutandosi con due bastoni artigianalmente montati a stampelle. Dice che con tutti sti scalini gli deve essere saltato un legamento del ginocchio. Non è il primo “sciancato” che vedo nel tragitto. All’andata tra Ban Thanti e Chhuile ne avevo incontrati altri due. L’Annapurna è facile ma è davvero “spacca ginocchia”.
Alle 11.00 arriviamo all’Ever Green di Jhinnudanda e, dopo aver fatto il bucato, mi faccio un bel piattone di noodles saltati con le verdure,


seduta sul terrazzo al tepore del sole. Ci raggiungono i francesi e ci accordiamo per vederci giù a alle fonti termali. Infatti intorno alle 12.30 io, Deepak e Sadhuram, dopo aver pagato le 30 rupie di fee d’ingresso all’area, non contenti degli scalini fatti fino ad oggi, scandiamo giù per altri 400/500 metri fino al Modi Khola dove appunto c’è tatopani (che in nepali vuol dire acqua calda) la stazione termale naturale che c’è nei pressi di Jhinnu. In Annapurna ci sono un po’ di “tatopani” e non si può non andare a farsi le terme, se sono disponibili nelle vicinanze. Anche qui la foresta è rigogliosissima e verdissima.
Arrivati giù al fiume, vediamo le vasche fumanti che ci aspettano.
L’aria è frizzantina, ma non fa per niente freddo. Via i vestiti, ci mettiamo sotto le docce calde naturali che sgorgano dalla roccia, ci laviamo e entriamo puliti nelle vasche termali. Una pacchia fantastica. Accanto scorre il gelido fiume che scende giù dal ghiacciaio del versante sud dell’Annapurna e noi siamo belli immersi nelle acque calde in questa splendida vasca di pietra.
Un relax che desideravo da giorni.
Stiamo qui qualche ora a chiacchierare coi francesi. Poi verso le 15.30 risaliamo nella foresta e ci facciamo gli ultimi gradini della giornata fino al villaggio. Del Kasha Team non si vede l’ombra, ma le incontreremo l’indomani sulla via del ritorno.
Dopo aver ritirato il bucato asciutto stiamo a osservare le nubi che salgono. In Annapurna verrà brutto da domani, e su attendono neve. Siamo stati fortunati. Ce l’abbiamo fatta appena in tempo. Infatti sta notte qui pioverà.
Cala la sera mentre stiamo in relax coi nepalesi sul terrazzo. Passano due trekkers, dicono di essere israeliani che vivono in Svizzera, e chiedono quanto costa una notte a persona. Una Gurung risponde 250 rupie e aggiunge: “ragazzi dove andate? Fa buio ed è pericoloso proseguire di notte”. I due rispondono che visto che è tardi e non ci sarebbero stati altri trekkers di passaggio, avrebbero potuto anche dormire lì,
facendole un favore, ma solo se però gli avesse dato la stanza a 250 e il cibo gratis. A sto punto, mi arrabbio. Mi alzo in piedi mentre i nepalesi mi guardano esterrefatti, vado verso di loro e gli dico: “Con 250 rupie in Europa non comperate neanche un litro di latte, e venite qui in Nepal, paese povero, che nelle montagne vive di turismo, a trattare per meno di due euro per una stanza e volete anche mangiare gratis? Se io vengo in Israele o in Svizzera, non mi posso permettere di trattare neanche il prezzo di un caffè. Vergognatevi, se viaggiate in questo modo statevene a casa vostra, non venite in Nepal ne andate in altri posti.”
I francesi rincarano la dose: “andate via, pezzenti! Tornatevene da dove siete venuti!”
Dopo questo penoso teatrino i due se ne vanno e in guest house, ceniamo coi francesi, la loro guida e la famiglia Gurung che gestisce il lodge. 
Con Sadhuram decido di tagliare la nostra trekking route. Non ho voglia di tornare passando per Tolka e Damphus facendo altri saliscendi. Quello che volevo fare e vedere l’ho fatto e visto. Voglio accorciare di un giorno il trekking e tornare direttamente domani a Pokhara passando per Nayapul. Così avrò un giorno di tempo in più per stare a Bhaktapur coi miei amici.
JHINNUDANDA (1780m) – NAYAPUL (1080m) 6 ore e mezza più 1 ora di sosta a Kilyu (1390m)
Stamattina mi sveglio con l’orecchio sinistro tappato e sono un sacco intorpidita. Saranno state le terme?
Partiamo alle 8.00, prendiamo un sentiero in discesa fino al fiume Kimrong Khola e poi con un saliscendi arriviamo a New Bridge, che di nuovo ha ben poco, ma si chiama così perché è stato il primo ponte sospeso ad essere costruito nella zona sul Modi Khola. Qui Sadhuram mi fa attraversare il ponte, io non ci faccio caso persa nelle chiacchiere, fino a quando non mi rendo conto che stiamo andando inutilmente a Landruk: “Avevo stabilito di accorciare la via e tu mi fai fare 500 metri di scalini in salita e altrettanti in discesa che potevo evitarmi, per andare a Landruk?” e
lui: ”volevo che ci ritornassi” e io: “io però non ne avevo voglia. Potevi dirmelo e decidevamo insieme”. E vabbè, pace. Andiamo a Landruk.
A Landruk (1640m) mi fermo un pochetto a bermi un tea. Poi scendiamo nella foresta e attraversiamo il Modi Khola seguendo la via per Gandruk ma deviando per Imle.
Qui incontro le due Kasha e Manshant. Ci facciamo un tea insieme e proseguiamo tutti e 6 verso valle. Siamo un sacco felici di esserci ritrovati. Infatti pianifichiamo una bella cena per stasera tutti insieme al Boomerang di Pokhara dove stamattina al telefono ho dato appuntamento anche a Yvette e Veera.
A Chane la strada sterrata è percorsa da grosse jeep. E sul versante opposto del Modi Khola è lo stesso. Non si può far trekking in strada. Il TAAN non avrebbe dovuto permetterlo, avrebbero dovuto costruire la strada carrozzabile più in basso, lasciando preservati i sentieri trekking. Quindi alla fine ho fatto strabene a accorciare di qui. Che senso avrebbe avuto fare due giorni di trek su sterrato passando da Tolka a Damphus in mezzo alle jeep? Nessuno.
Ci fermiamo per pranzo intorno alle 13.00 a Kilyu e sostiamo un’oretta. Poi riprendiamo lo sterrato, passando per Syauli Bazar (1220m). Finalmente arriviamo a Birethanti dove timbriamo l’uscita dal Parco degli Annapurna e ci facciamo una foto davanti all’ultimo ponte sul Modi Khola.
Una volta attraversato ci lasciamo alle spalle il Parco degli Annapurna e percorriamo l’ultimo breve tratto di cammino fino a Nayapul, dove arriviamo alle 15.45 tutti felici di aver portato a termine questa bella avventura, un po’ da soli un po’ insieme, trovandosi, lasciandosi e rincontrandosi come se ci si conoscesse da sempre.
Mentre il taxi ci riporta verso Pokhara e le nubi plumbee coprono il cielo, penso che sono stata davvero felice di aver scelto di tornare ancora. Se non avessi deciso all’ultimo minuto, probabilmente non avrei mai scelto di fare questo trekking al Santuario dell’Annapurna.

L’Himalaya è davvero meraviglioso ovunque e la sua bellezza mette in secondo piano tutto il resto, turisti e viaggiatori inclusi. Le genti Magar e Gurung conosciute qui sono splendide, ospitali, cordiali come sempre in Himalaya e non si smentiscono mai per la loro ospitalità. I colori, i panorami sono meravigliosi, anche nel battutissimo Poon Hill e la foresta sicuramente è la più bella e rigogliosa vista fin ora qui in Nepal.
Alla fine il mio Annapurna Sanctuary last minute non poteva essere più azzeccato. E’ stato fantastico. E l’ho condiviso con persone davvero uniche.
Ora a Pokhara mi aspettano gli amici e stasera farò cena a base di Tandoori Murgh con Sadhuram, Deepak e con le belle persone con cui a tratti ho condiviso il mio cammino.
Domattina un lancio nel vuoto, di fronte al Machhapuchhare dal colle di Sarangkot, sarà il mio ultimo saluto all’Himalaya per il 2013. Ma l’anno prossimo tornerò ancora a casa. Qui in Nepal.