martedì, maggio 19, 2020

Niger, dall’Air al Tènèrè, il deserto vivo

È dicembre e io sono impegnata in una fitta corrispondenza coi tagiki per la spedizione che sto organizzando per l’estate in Pamir e nel Wakhan Afghano, quando spulciando in internet trovo delle foto di Dabous, e mi si riaccende nella mente la scintilla che mi era scattata anche per Gonoa e Niola Doa quando avevo deciso di andare in Chad.
Le Giraffe di Dabous sono due petroglifi a grandezza naturale, i due più grandi conosciuti al mondo raffiguranti animali, e si trovano in Niger nel cuore del Sahara ai bordi del massiccio dell’Air vicino al deserto del Tènèrè. “Tènèrè”, letteralmente vuol dire “dove non c'è nulla”, è infatti un deserto che si estende per migliaia di chilometri, ma questa traduzione letterale smentisce la sua vera essenza, infatti per oltre due millenni, il popolo Tuareg ha gestito la rotta commerciale trans-sahariana che collega le grandi città sul bordo meridionale del Sahara attraverso cinque rotte commerciali del deserto verso la costa settentrionale dell'Africa. Si tratta quindi di un deserto tutt’altro che deserto bensì vivo e popolato, dove già prima dei Tuareg, la vita si è evoluta in varie forme. Una prova di questa evoluzione la si trova in cima a un piccolo colle roccioso solitario. Qui, dove il deserto incontra le pendici delle montagne del massiccio dell’Air, si trova Dabous, sede di uno dei migliori esempi di arte rupestre antica al mondo: due giraffe a grandezza naturale incise e raschiate nella pietra.
Mi sono persa a leggere queste informazioni riportate in internet dagli articoli del New Scientist e della rivista di National Geographic. Io volevo vedere Dabous. Volevo vedere il luogo dove c’era la testimonianza del Sahara ancora verde. E volevo conoscere da vicino i popoli che ne fanno il più grande deserto vivo della Terra.

Qualche anno fa nel Sahara, mi sono resa conto di quanto le emozioni suscitate dall’essere nel deserto più grande del mondo, fossero tanto simili a quelle che provo regolarmente in Himalaya, nelle mie terre alte. Sono come un fiume in piena, che affiora e sbocca dal mio cuore in un modo incontenibile. Sono così forti che faccio fatica a descriverle, ma chi mi vede in questi momenti, mi dice che mi si leggono negli occhi.

Parlando con amici viaggiatori più vecchietti di me, pare essere difficile andare in Niger di questi tempi e diciamo che anche in rete non trovo gran aiuto. Sembra un viaggio abbastanza difficile da realizzare per molti motivi. Il paese viene ritenuto essere in instabilità. Al sud è vessato dalle incursioni delle bande scellerate di Boko Haram, che penetrano dai suoi confini meridionali dalla Nigeria, dove loro hanno sede, e che dicono essere una frangia di integralisti islamici violenti. Scoprirò poi che in verità queste scorribande poco sono legate da reali motivi religiosi e sono invece funzionali a mantenere instabili tali confini e le vie che li attraversano e proseguono poi verso nord, per facilitare il passaggio senza intoppi dei trafficanti di droghe sintetiche prodotte in Nigeria, che devono raggiungere il fiorente mercato europeo, attraversando il Sahara e il nord Africa. Queste bande sono molto odiate dalla popolazione del Sahara in Niger e per ogni islamico osservante sono dei degenerati che nulla c’entrano col profeta. Altro problemino che affligge il Niger sono i contrabbandieri che trafficano armi con la Libia, e i nuovi cercatori d’oro, pionieri, cani sciolti, spesso armati che sarebbe meglio non incontrare e che percorrono alcune delle rotte nel paese. Insomma il quadro lascia un po’ perplessi, ma come ogni cosa, tutto va preso con coscienza e indagato seriamente. Ho un gruppo di amici che ho conosciuto nella depressione Dancala, che sono stati in Niger per una decina di giorni nel 2016 appoggiandosi a un loro amico di vecchia data che è di Agadez. Loro hanno seguito i Bororo per le loro cerimonie in settembre quando le donne trovano marito e i giovani maschi si fanno belli per la notte della scelta. Ale, l’amico con cui ero in Dancalia, mi spiega che ora il governo, per permettere al turismo di ripartire, dopo gli anni di disordini che hanno sconvolto il paese in passato, ha stabilito che dovesse essere fatto in totale sicurezza, e per far questo aveva ufficializzato che i viaggiatori dovessero essere scortati. Pagando questa scorta, si aveva praticamente il lascia passare per far viaggiare gli stranieri, e per i locali, la possibilità di poter usufruire dei guadagni che può dare il turismo nel paese che è la culla del Sahara. Ammortizzare i costi di una scorta è quasi infattibile per un viaggio da sola. Bisogna trovare compagni di viaggio. Il problema è che, se le persone non ne hanno conoscenza, ti prendono per matta se gli proponi di venire con te in viaggio, con una scorta della Garde National armata di mitraglie e kalashnikov, anche se sono tuoi cari amici. Ho trovato più facile combinare per il trek in Afghanistan che di lì a poco avrei fatto in autonomia. Per il Niger non c’è stato verso di combinare con nessun compagno di viaggio. L’alternativa quindi era aggregarmi a un gruppo di francesi, che per carità, sono esseri umani come me, i fratellini d’oltralpe ma non mi allettava granché, oppure sentire Michele. Michele per me è una specie di essere mitologico. Ho letto di lui negli anni e qualcuno me ne ha parlato dicendomi essere uno dei più grandi conoscitori del mare di sabbia, del Sahara e dei deserti. So che di solito viaggia con i suoi amici e appunto so che di Sahara ne sa da vendere. È casa sua. Lo chiamo. Gli chiedo se parte e se passa da Dabous. La risposta e sì, ed è anche sorpreso che una “giovane” come me (e qui rido) sappia di Dabous, delle Azalai, e dell’arco di Orida. Chiacchieriamo molto e alla fine passo l’esame e mi accetta nel suo team di storici viaggiatori. Io non sto più nella pelle. Farò un viaggio col mago della Parigi Dakar e della Camel Trophy. Quasi non ci credo. È gennaio, andrò in Afghanistan in estate e in Niger alla fine dell’autunno.
Il 2019 è un anno durissimo, ma non ostante tante storie avverse la Rongpuk, la Kumari de noantri, la boxi, sopravvive. Prendo il biglietto aereo per Niamey via Bamako, faccio una bella assicurazione, mando a Roma il passaporto con la lettera di invito nigerina per il visto e sono pronta per partire.

23 novembre da Milano a Niamey in volo

il 23 novembre prima dell’alba mi faccio scarrozzare a Malpensa dal mio vicino di casa, quel sant’uomo di Luca, e mi imbarco sul volo per Niamey. Sulla prima tratta trovo un missionario laico che sta volando con un amico nella RDC. Uno dei miei sogni nel cassetto. Sì il Niyragongo. Ma sarà per un altro viaggio.
Lo scalo a Bamako, mi mostra uno spaccato della popolazione maliana, alti, belli, fieri, dei giganti sorridenti. C’è anche la squadra nazionale di basket del Mali, degli atleti a dir poco statuari. Chiacchiero con quattro donne dagli abiti coloratissimi che sono accanto a me, parlano un po’ il francese, ridono, allegre, bellissime. Quanto deve essere bello il Mali, il popolo Dogon. Il tutto promette già bene.

24 novembre da Niamey a Agadez 950km in volo


Arrivo in capitale intorno alle 2.10 del mattino, nessuno mi chiede il libretto della febbre gialla, il passaggio in dogana è relativamente veloce, col solito form da compilare, e anche il ritiro bagagli è nella norma. Mi accorgo di quanto la struttura dell’aeroporto di Niamey sia simile a quella di Bamako. Poi vedo che c’è Mahaman, l’amico di Ale, ed è anche grande amico di Michele. È la stessa persona! Il mondo di noi viaggiatori è davvero piccolo, e ci si conosce tutti. Mi dà il biglietto aereo per Agadez e ci promettiamo di risentirci presto. Il volo per Agadez non si sa mai a che ora parta, doveva partire alle 7 del mattino ma forse decollerà verso mezzogiorno, per cui farò in tempo a farmi una dormita qui a Niamey prima ripartire. Sono decisamente rimbambita. Arrivata all’Hotel Terminus mi doccio e mi infilo a letto puntando la sveglia alle 8 per la colazione.

In hotel non ci sono turisti, un ufficiale americano con la moglie, due diplomatici, tre cooperanti francesi. Faccio una sana colazione con una omelette, fette di papaya e mango e due croissantes che mi riportano subito nella testa il “protettorato” francese, o meglio, la dominazione, la colonizzazione, lo sfruttamento delle risorse del paese, anche quelle economiche con il CFA imposto, che serve per mantenere la Francia nel “primo mondo”, e il Niger fermo qui.

A Agadez dovrò cambiare un po’ di euro in CFA al cambio fisso di 650. Questa moneta imposta alle colonie africane dalla Francia mi fa rabbrividire, per tutto ciò che impone e per tutto ciò che sta a significare. Al momento della sua creazione, nel 1945, l’acronimo significava “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Oggi invece si parla di “Franco della Comunità finanziaria dell’UEMOA” (Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale) e di “Franco della Cooperazione finanziaria dei Paesi CEMAC” (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale). La valuta è ancorata all’euro secondo una parità fissa decisa dalla Francia. In cambio, i Paesi che l’adottano sono obbligati a depositare il 50% delle loro riserve valutarie presso il Tesoro di Parigi. È sempre nella capitale francese che sono stampate le banconote, che poi vengono inviate migliaia di chilometri più a Sud, alle banche centrali dei singoli stati. Vi sono molti economisti che criticano questa moneta definendola senza mezzi termini una “schiavitù valutaria”.
Ho letto un articolo del quotidiano economico Les Echos che sottolinea il fatto che sia stata imposta “in modo arbitrario la disciplina di bilancio in vigore nell’Unione Europea”. In altre parole, i paesi membri del franco CFA sono tenuti a rispettare il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Esattamente come disposto per economie come quelle della Francia, della Germania o dell’Italia. Assurdo. Qualora i Paesi africani dovessero eccedere tale percentuale, scatterebbero delle sanzioni. L’imposizione arbitraria di un tetto alla spesa pubblica frena i finanziamenti alle politiche governative, che già sono minimi e tutto ciò riduce le capacità di intervento e anche il peso politico, economico e sociale del potere pubblico. Il vincolo del 3% è stato concepito per le nazioni molto sviluppate come le nostre ed è difficile pensare che possa essere applicato in modo identico a nazioni macro economicamente quasi agli antipodi come quelle africane. E allora per quale motivo il sistema è ancora in piedi, a più di 70 anni dalla sua introduzione? Secondo i media transalpini, perché permette di garantire un quadro sicuro in una zona nella quale la Francia ha molti interessi economici e legami commerciali, quindi facilita gli investimenti delle imprese francesi in Africa. La Francia ha evidenti interessi strategici che vuole tutelare. In
termini economici, secondo il Consiglio francese degli investitori in Africa (CIAN), sono presenti “mille imprese, con 80mila collaboratori”. Il tutto per un giro d’affari pari a 40 miliardi di euro all’anno. La Total ad esempio ha più del 30% della sua produzione in Africa. Mi sento male se ci penso.

Finite le riflessioni e la colazione torno in aeroporto. Qui faccio check in, lascio il mio saccone da spedizione per l’imbarco, compilo il form ai controlli, e entro nella sala d’attesa dei domestic. Devo fare la pipì, come sempre bevo come un camelide assetato e poi mi serve il bagno. Con stupore posso affermare di aver fatto pipì nel wc aeroportuale più pulito della storia.
E giuro di averla fatta in un sacco di aeroporti al mondo. L’aeroporto Diori Hamani di Niamey ha un signor bagno, bello esteticamente e anche pulitissimo. D’altronde è anche vero che il terminal è stato inaugurato da poco. È stato costruito in occasione della Assemblea dell’Unione Africana che si è tenuta proprio quest’anno qui in Niger a ridosso del mio viaggio. Ovviamente non di tasca nigerina, ma di tasca turca, di quella stessa società, la Summa che ha fatto costruire anche uno degli hotel più lussuosi della capitale, il Radisson Blu. In ogni caso gran lavoro, un bell’aeroporto fatto in 11 mesi per 156mln di euro, dati in cambio della sua gestione per almeno 30 anni. Il paese è evidente che voglia rifarsi la faccia di chi vuole accogliere “paesi ricchi” che vogliano fare business.

Il piccolo aereo della Air Niger decolla intorno alle 12.00, i posti sono liberi, tipo volo low cost e mi piazzo accanto al finestrino per vedere dall’alto il deserto che si avvicina. Sono circa due ore di volo e le passo chiacchierando col mio vicino di banco, un ingegnere edile di Khiva che ha studiato in Germania e lavora per il Sultano di Agadez a un grosso progetto. È un ragazzo molto colto e simpatico. In tanto dall’oblo scorgo la strada dissestata che in un migliaio di chilometri congiunge la capitale Niamey al capoluogo del Tènèrè, la porta del Sahara, il confine naturale tra il deserto e il Sahel, la mitica Agadez.

Atterro alle 14.10, il caldo è bello tosto. Sorrido tra i baffi che per ora non ho, pensando che io, che amo i climi freddi, la neve e i monti, sono qui nel mezzo del continente africano, pronta a entrare nel suo deserto più grande. Finalmente incontro Michele che è venuto col suo jeeppone Mitsubishi tirato a nuovo, incontro anche Teresa, dolce, forte, una grande viaggiatrice e i loro amici con cui viaggeremo.
Andiamo all’Hotel de la Paix. Un posticino semplice e pacifico dove passerò la notte prima di partire per la spedizione.

Coi CFA appena cambiati oggi ci pagherò gli ingressi alle tre attrazioni che visiterò tra poco a 2000CFA l’una. E il resto dei soldini li terrò per l’acquisto di qualche bibita nelle oasi.

Alle 16.00 c’è l’appuntamento con Abajè detto Ciccio, per fare un giretto nella cittadina insieme a Teresa. Alle 16.30 passeggio nei vicoli della città vecchia tra le case color sabbia e legno. Alcune hanno i muri grezzi in banco, fatti di argilla, sterco e paglia che appaiono bucherellati come fossero le pareti di alcuni alveari,
sono tipici di queste zone, altre case hanno le facciate intonacate a tinta unita o con dipinte forme geometriche che le conferiscono una eleganza molto particolare. Mi colpisce l’aria che accarezza questi vicoli, a tratti tiepida a tratti insospettatamente fresca. Camminare qui è un salto nel passato. Il centro storico di Agadez, patrimonio UNESCO dal 2013 con tanto di targa affissa in piazza, risale al XV e al XVI secolo, quando il Sultanato di Aïr si stabilì qui, incoraggiando il consolidamento delle tribù Tuareg e lo sviluppo di scambi economici e culturali trans-sahariani. Mi dicono che la sedentarizzazione ha avuto luogo attorno agli ex accampamenti, che hanno portato a un originale piano stradale, che è ancora rispettato oggi. Il tradizionale sistema del sultanato che governava un tempo è ancora esistente, garantendo l'unità sociale e la prosperità economica.
È un centro storico vivo, abitato da circa da decine di migliaia di persone solo in centro, e mi pare davvero di fare un tuffo indietro nel tempo. Dal XV secolo, Agadez, "la porta del deserto", è diventata un crocevia eccezionale per il commercio con le carovane ma già era nota nel medioevo. Tutt’ora è una grandissima testimonianza di come era la città storica di 500 anni fa.

Entro in una casa che fuori ha una targa in metallo. È la casa dell’esploratore tedesco Heinrich Barth, che è vissuto qui per un breve periodo nel 1850, come riporta la targa, dal 9 al 30 ottobre, ed è stato il primo
europeo a arrivare e soggiornare ad Agadez e ad assistere alla partenza delle carovane del sale. All’interno della casa c’è un piccolo museo, con gli orpelli e i materiali antichi usati negli accampamenti dei nomadi del deserto. È un luogo speciale, dove si respira l’avventura d’altri tempi. Quando esco finalmente appare la nuvola di bambini sorridenti che mi aspettavo di incontrare, piccinini che ridono, si rincorrono, giocano, ragazzine che si mettono in posa e che hanno già lo sguardo intrigante e ammaliante delle mature sorelle del deserto. La vita qui è pulsante e si sente tutta.
Ecco che tra una foto e una corsa arrivo a un altro luogo storico di questa città, la boulangerie, quella casa del pane dove Bernardo Bertolucci aveva girato alcune scene del suo film, il tea nel deserto. Questi sono i luoghi dove la Winger, nei panni dell’esploratrice Kit, era prigioniera di Belqassim. Un vortice di emozioni nella mia testa, non così forti come quando avevo ripercorso le scene del Piccolo Buddha a Bhaktapur, ma altrettanto suggestive. La casa all’interno è bellissima, con delle decorazioni murarie pregevoli. Quando salgo sul tetto, cammino piano mentre sento il rimbombo dei
miei passi sulla vecchia struttura della casa, tanto fragile quanto forte e antica e da sopra ammiro i tetti di Agadez mentre si avvicina l’ora del tramonto. "Probabilmente siamo i primi turisti che sbarcano qui dopo la guerra", e Kit rispose: "Noi non siamo turisti. Siamo viaggiatori."

Ora voglio andare alla grande Moschea.

Mi incammino. Si dice che ad Agadez la grande Moschea si veda da ogni angolo si volga lo sguardo e persino da diversi chilometri di distanza. Il suo minareto è alto 27 metri ed è il simbolo della città e dell'orgoglio di un popolo.
L'edificio risale al 1500, voluto dal sultano Younus e è stato ricostruito verso la metà del 1800. Ora pare non essere visitabile all'interno. Finalmente qualcuno apre il portone azzurro e mi introduco in questo sogno di argilla rossa come la rossa sabbia del deserto al tramonto. Il custode permette di entrare nel minareto e di salire scalzi, attraverso una ripida scala di gradini di terra. Dal tetto della moschea si gode di un panorama sui monti dell'Air e sull'immensità del deserto, nonché sulle case in banco della città vecchia. Uno spettacolo.

È tardi per la visita del palazzo del Sultano. Non riuscirò ne a vedere il palazzo ne a incontrare questa autorità che sopravvive ancora oggi dopo secoli. Abechè mi dice che questa carica istituzionale ora è solo formale, e di fatto priva di potere esecutivo e decisionale. I Tuareg comunque lo interpellano come arbitro nelle controversie fra i vari gruppi e fazioni. Il sultano è sempre stato di razza nera, probabilmente discendente da schiavi. Viene eletto da tutti i capi clan dell'Air. Mi hanno raccontato che riscuote i tributi provenienti principalmente dalle merci che attraversano la città e dalle carovane che trasportano il sale proveniente dalle oasi sahariane di Fachi e Bilma.
Torno verso l’Hotel de la Paix e passo davanti a una istituzione per i viaggiatori che negli anni ottanta, nel periodo di luce della Parigi Dakar, soggiornavano nella città dei Tuare: l’Hotel dell’Air. In tanto la luna a falce contorna la cima di un minareto, mentre accanto compare venere lucente al tramonto.


Dopo la meritata doccia, si va a cena al ristorante del signor Gioni, un italiano che si è trasferito qui in Niger più di trent’anni fa. Sono curiosa. Dicono che lui abbia creato un posto incantevole. Certo è fuori dalla portata dei locali, a parte qualche militare o dignitario, è frequentato da cooperanti e diplomatici, ma val la pena venirci per vedere la struttura e per assaggiare la cucina davvero buona che sa offrire ai commensali. Sarà l’ultima cena in un ristorante prima del grande viaggio. Mi raccontano che ad Agadez, intorno al 1925 Salah Lansari, un ricco mercante libico, per dimostrare il suo potere, aveva fatto costruire per se una lussuosa e singolare casa a due piani. Il muratore, Amma Sarkin Guina, per sostenere il piano superiore aveva eretto un pilastro a base quadrata, decorandolo con un bassorilievo in stile sudanese. Questa casa, acquistata dal signor Vittorio Gioni e così salvata dalla demolizione progettata dai discendenti di Salah, ora ospita dal 1988 il ristorante "Le Pilier" di Agadez, che prende proprio il nome dall’imponente pilastro che sostiene l’edificio al suo ingresso. Il ristorante ha iniziato l'attività durante le riprese del film " Il Tè nel Deserto" del regista Bernardo Bertolucci, sfamando tutta la troupe, gli attori e le comparse.

Mangio i tipici spiedoni di carne alla griglia, le brochettes, con le patate fritte e assaggio i ravioli ricotta e spinaci, che di tipico non han nulla, ma sono buoni, fatti in casa e impensabili da trovare nel mezzo del Sahara.

Ascoltare i racconti di Michele sulla Parigi Dakar e altri mitici raid nel Sahara mi convince sempre di più che ho scelto la persona giusta da cui imparare qualcosa su questo mondo di cui ho letto tanto ma di cui ho ben poca esperienza. Io ho un solo mese di Chad che ho fatto in autonomia qualche anno fa ed è nulla in confronto a trent’anni di deserto di Michele. Poi ci sono gli occhi. Quando viaggio osservo molto chi ho attorno, sia esso locale, sia esso viaggiatore. Gli occhi delle persone parlano, sono come oceani in cui tuffarsi e scoprire fondali meravigliosi. Ecco io guardo con attenzione gli occhi di Michele e, entrandoci dentro, leggo che qui c’è un tesoro sommerso che sa venire a galla, leggo quella passione unica e rara che forse davvero ci accomuna.

25 novembre da Agadez a Mekkerene via Dabous, 170km in jeep su terreni misti (sterrato e bush)

Prima di colazione conosco Amadou, il fratello di Mahaman, esperto autista sulla sabbia e gran conoscitore di tutte le rotte, anche quelle più nascoste. Effettivamente i due si somigliano tantissimo e hanno entrambi un sorriso travolgente. Due volti davvero unici ed espressivi.

Una delle bellezze di questo viaggio è che, in accordo col team che prende parte al viaggio, sarà interamente costruito dal capospedizione che col suo GPS e guidando la sua jeep, deciderà che direzione prendere, a seconda della sua esperienza e di quello che ha in mente di mostrare e soprattutto far vivere a chi lo accompagna. Una cosa simile io l’ho organizzata per il deserto del Mangystau in Kazakhstan, studiando solo i punti GPS e i confrontandomi con Sergey, ma ci vogliono mesi di impegno per farlo e non è una cosa molto comune. Infatti ultimamente se si va in spedizione con un TO locale che ha drivers esperti, succede che ti scarrozzino più o meno sempre per le stesse rotte. Qui invece ci si muoverà giornalmente, seguendo un programma canovaccio che mi poterà a entrare nei luoghi che desideravo toccare con mano, occhi e cuore da un sacco tempo, in un modo davvero avventuroso.

Esco dall’hotel e finalmente vedo i due pick up della Garde National che mi accompagneranno in queste due settimane. Sono carichi con viveri, brande, pignatte, di tutto e di più, oltre ai loro occupanti. In tutto un contingente di 14 persone. La mia Sturmtruppen nigerina.

Alle 7.40 la carovana di Jeep parte con in testa Michele, seguito da uno dei due pick up. L’altro starà sempre in coda e sarà così per tutta la spedizione.

Si prende la direttiva che porta verso nord ad Arlit, strada dal discreto traffico. A metà mattina si sosta in un piccolo agglomerato di ordinate baracche costruite a bordo strada, evidente punto di sosta per i camionisti locali dato che brulica di banchetti coi bidoni di carburante tagliati a metà e adibiti a griglierie di carni alla brace dal profumo molto invitante. I nostri soldatini giustamente si riforniscono di vettovaglie, e io ne approfitto per bermi un buon succo di mango bello fresco. Il paesaggio è ovviamente brullo, con qualche acacia spinosa e arbusti. All’ombra degli alberi, un gruppo di giovani donne sta vendendo formaggelle di capra adagiate su bellissimi vassoietti fatti a mano con arbusti intrecciati. Meravigliose loro e molto socievoli offrono posto all’ombra dove scambiare sguardi e qualche parola in francese.

Prima di pranzo si devia a est nel bush, verso Dabous. Ho letto che della conservazione di questo sito se ne sarebbe occupata la Fondazione Bradshaw con un progetto dedicato. Uno dei principali obiettivi della fondazione è quello di preservare l'arte rupestre antica e infatti si è impegnata a garantire che il progetto fosse realizzato a livello di base, con il pieno coinvolgimento di custodi Tuareg per i quali, in considerazione della futura conservazione del sito, è stato scavato un pozzo vicino per fornire acqua a un piccolo gruppo di loro che vivesse nell'area, in modo che un membro della tribù sarebbe stato guida permanente, per indicare ai visitatori dove visualizzare al meglio i petroglifi senza camminarci sopra e prevenire danni o furti.

Quindi si carica il custode Tuareg e in una decina di minuti si parcheggiano le jeep e i pick up all’ombra di alcune acacie, alla base di un piccolo accumulo roccioso di arenaria, una sorta di collinetta. I prodi soldati lo accerchiano e uno di loro inizia a salire col custode. Appaiono alla vista le prime incisioni zoomorfe, e in cima lo spettacolo è inenarrabile. La coppia di giraffe più famose del Sahara si materializza davanti a me scintillante alla luce del sole a mezzogiorno sulla pietra levigata. Dicono che siano state avvistate per la prima volta nel 1987 da Christian Dupuy. Poi una successiva spedizione organizzata da David Coulson del Trust for African Rock Art, ha attirato l'attenzione di altri archeologi, tra cui Dr Jean Clottes, che rimase sorpreso dalle dimensioni, dalla bellezza e dalla tecnica con la quale erano state raschiate nella roccia.

Le due giraffe, un grande maschio di fronte a una femmina più piccola, sono incise fianco a fianco sulla superficie di arenaria di questa collinetta esposta al vento. La più grande delle due è alta circa 5 metri e mezzo, ed è stata realizzata combinando diverse tecniche tra cui la raschiatura, levigazione e incisione profonda dei contorni. Tuttavia, i segni di deterioramento sono chiaramente evidenti perché, nonostante siano in un luogo difficilmente accessibile, il sito è stato visitato e frequentato, e queste eccezionali incisioni hanno subito le conseguenze del degrado umano sia volontario che involontario. I petroglifi sono stati danneggiati dal calpestio, ma forse peggio ancora, dai graffiti e alcuni frammenti sono stati rubati.

Ma a quando risalgono le giraffe di Dabous e chi le ha fatte? Gli scienziati si sono avvicinati alla risposta nel 2000 quando il dott. Jean Clottes ha stimato che le incisioni avessero tra i 7000 e i 10.000 anni, dando una datazione verosimile al ritrovamento. Nella spedizione fatta nel 1999 dalla Fondazione Bradshaw per prendere il calco delle Giraffe, il team ha esplorato un'area del deserto a nord del sito in cui c'erano notizie dell’esistenza di altri reperti. Il team ha infatti trovato numerosi manufatti che vanno dalle punte di freccia, teste di ascia a frammenti di ceramica. Successivamente questi ritrovamenti sono stati assunti come testimonianze di una vita passata, prove che chiarivano che il Sahara era stato “verde” e prove che in seguito avrebbero fornito indizi su chi erano stati gli artisti delle incisioni delle giraffe di Dabous e di quando erano state scolpite. Infatti un anno dopo, successivamente a scavi effettuati da Paul Sereno, paleontologo e esploratore del National Geographic che era in spedizione a caccia ai resti di dinosauro, si è individuato un sito ora chiamato Gobero, risalente a 10000 anni fa che ha portato alla luce un cimitero sulla riva di un paleolago prosciugato che si trova nella zona e che ha suggerito che almeno due popoli dell'età della pietra hanno vissuto tra l’attuale Air e l’attuale Tènèrè.
Gli archeologi hanno potuto unire i puntini dei ritrovamenti per creare il quadro di tutta la storia e di chi poteva essere l’autore dei petroglifi. Fino ad ora sono state trovate circa 200 tombe che hanno rivelato indizi interessanti su questi abitanti del deserto. I primi abitanti i Kiffian, erano alti quasi 2 metri e cacciavano selvaggina. Le loro ossa sono state trovate nelle vicinanze. Ma le loro tracce sono svanite quando il Sahara ha iniziato il processo di desertificazione circa 8000 anni fa, per essere sostituiti dai Tenerians più piccolini e più magri, quando le piogge sono tornate un millennio dopo. Ossa e manufatti implicano che abbiano allevato bestiame e cacciato pesci e animali selvatici. Al momento non è possibile dire con certezza quale delle due culture, i Kiffian o i Tenerians, sia autore dei petroglifi. Ma almeno si sono identificati i possibili responsabili.

Come sono state create le incisioni? 10.000 anni fa non esisteva il metallo (era molto prima dell'età del bronzo) quindi come hanno fatto? Devono aver usato un materiale duro come la selce per incidere l'arenaria di Dabous. Nelle sabbie del deserto che circondano lo sperone di roccia dove si trovano i petroglifi, sono stati rinvenuti numerosi scalpelli di legno pietrificato, perfetti per logorare le scanalature e lucidare la superficie dei petroglifi. Questo ritrovamento ha implementato l’importanza e unicità di Dabous, per l’abilità e il modo in cui sono state create le giraffe e la quantità di tempo necessaria per terminare un lavoro così impegnativo fatto a quel tempo con strumenti di legno.

Finita la visita e dopo essermi totalmente persa ad ammirare questa bellezza delle arti umane, scendo dallo sperone di roccia e mi siedo all’ombra pronta per il pranzo. Faccio conoscenza con Jibrill, virtuosissimo autista e con il cuoco Abu Bakar, un uomo che mi stupisce subito per la perizia e dovizia con cui igienizza le cose, cibo incluso. Teresa mi dice che non vuole che nessuno lo tocchi se non lui: “vieni a prendere i piatti? Lavati le mani col sapone!!!”. Nel deserto tutto ciò per me è davvero inaspettato. Potrò mangiare tutti i giorni verdure crude in insalata senza rischi. Pomodori, carote saranno sempre fresche. Scopro che il bagagliaio di Michele è occupato da un grosso frigorifero, alimentato dall’auto in moto e dal generatore, in cui posso depositare il mio salame e il mio chilo di parmigiano reggiano 36 mesi, scorte che mi porto regolarmente in ogni viaggio. Non si sa mai. Qui trovano ricovero altri affettati, formaggi e le verdure che vengono acquistate dove possibile. Alla fine ci vuol poco, davvero poco, per viaggiare potendo dare al cibo il giusto metodo di conservazione.
A fine pranzo finalmente partecipo al rito del tea, sì, proprio quello. Il tea nel deserto, nel mezzo del Sahara. Issaka è andato a raccogliere le erbe Tuareg durante il pranzo, e fatte bollire ne ha ricavato un infuso. Il tea Tuareg, bollente, servito in piccoli bicchierini da una teiera in metallo decorato. Si serve in tre volte, e ogni volta sarà sempre più concentrato nel suo aroma unico e dai profumi di tempi oramai scomparsi. Loro dicono: “Il primo bicchiere è aspro come la vita. Il secondo è dolce come l’amore. Il terzo è soave come la morte”. Il liquido cade dall’alto nel bicchiere e spumeggia. Dalla schiuma si apprezza la qualità di questa bevanda. Avevo letto che servono tre condizioni per fare il rito del tea Tuareg: il tempo, le braci e gli amici. E qui ho tutte e tre le condizioni richieste. Il rito vuole che non si parta prima di aver bevuto l’ultimo bicchierino.

Dopo aver sbaraccato con Teresa, senza lasciare la minima traccia del nostro passaggio, ci si avvia indietro per riprendere la direttiva per Arlit, e per lasciarla poco dopo imboccando verso est il letto asciutto del fiume Mekkerene. Da qui non ci saranno più strade ne piste e si seguirà il wadi, i punti cardinali, il GPS e la memoria storica di vita nel Sahara di Michele.

Alle 17.30 ci si ferma in una radura sopraelevata rispetto al letto del fiume, dove ci sono molti alberi. I pick up si fermano nel fiume dai lati opposti l’uno dall’altro come ad accoglierci in un abbraccio. Si fa il primo campo qui e, mentre il sole cala dietro le acacie spinose, finisco di piantare il mio igloo.

Memore delle lezioni di sopravvivenza imparate in Chad, scarico le mie due bottiglie di acqua da un litro che avevo riempito la mattina in hotel e messo in caldo sul fondo della jeep per tutto il giorno. Posso quindi farmi una bella doccia calda, protetta dalle piante che mi nascondono, sul letto del fiume in secca. C’è un silenzio strepitoso all’imbrunire. Metto i vestiti sulla mia sedia pieghevole, i piedi dentro il mio catino per non sporcarli di sabbia e via. Questo è sempre uno dei momenti di maggior godimento quando faccio campo tendato. La doccia nuda sotto le stelle.

La prima cena all’aperto è suggestiva e, a parte le innumerevoli punture da sand flies, mi godo le prime stelle cadenti.

26 novembre da Mekkerene a bivio per Assodè, 100km in jeep sul letto del fiume in secca

Alle 6.00 mi sveglio che sta arrivando l’alba. In mezzora ho pulito, smontato la tenda e sistemato il bagaglio davanti alla jeep. La colazione è ottima, mi faccio il mio caffè latte d’ordinanza con il latte condensato e il nescafè e affondo le fauci in una baguette con una bella spalmata di nutella. Lo faccio solo in viaggio eh.

Alle 7.30 Moussa, un haussa grande e grosso, il maresciallo in capo al nostro contingente e il tenente colonnello con altri due soldati, mi invitano a incamminarsi con loro sul letto del fiume. Ogni giorno si faranno sempre sui 4 o 5 km a piedi insieme dopo la colazione. 
Una occasione unica per conoscere questi accompagnatori, che di primo acchito vengono spesso considerati come intrusi scomodi e che invece si sono subito rivelati piacevoli, divertenti e irriverenti compagni di viaggio.

Poco dopo le 8.00 arrivano le jeep e il viaggio prosegue lungo il wadi del fiume Mekkerene, che si addentra sempre di più nel labirinto delle montagne dell’Air. Dopo un paio d’ore si arriva a un agglomerato di capanne dove vivono un gruppo di Tuareg stanziali e dove è possibile fare acqua. 
Anche qui come in Chad, ogni giorno riuscirò ad avere due bottiglie d’acqua per lavarmi. Una grande fortuna. Qui, una piccola passeggiata, mi porta in una di queste capanne dove incontro una giovane donna con dei bambini bellissimi. Le capanne Tuareg sono a pianta circolare, formate da una intelaiatura di rami ricurvi ricoperti da stuoie di graminacee o foglie di palma. E sono circondate da recinzioni fatte di frasche essiccate.

Poco dopo mezzogiorno, ci si ferma sotto le acacie in uno slargo che si apre nel wadi. Qui si farà pranzo.
Durante la sosta, passano due motorette con a bordo dei Tuareg. Ci deve essere un loro campo poco lontano. Dopo un po’ ritornano con delle grosse pentole caricate sulle moto. 
C’è un battesimo al campo Tuareg poco distante da dove ci si è fermati, e sono venuti con un invito ufficiale a presentarsi a salutare il nuovo arrivato nella comunità.
I Tuareg ci hanno portato il cibo per festeggiare il 7° giorno, l’ingresso in comunità che si celebra con tutto il circondario, dopo una settimana dalla nascita del bambino. Saliti sulle jeep si arriva al campo. L’accoglienza è vivace e curiosa. Alla tenda della famiglia che ha avuto il lieto evento, c’è la mamma con il piccolo e la suocera che ci accoglie chiacchierando e facendosi capire benissimo, nonostante non spiccichi una parola che sia una in francese. È una donna molto fiera, con gli occhi luccicanti circondati da vivide rughe d’espressione. Al collo porta un vecchissimo gri gri che un po’ mi ricorda quello che acquistai qualche anno fa dal collo di una ragazza all’arco di Aloba nel Sahara chadiano, per un migliaio di CFA. Vorrebbe barattare la mia cintura borsellino con un suo braccialetto di perline di vetro. 
Adiamo insieme sotto gli alberi, dove ci sono altre donne con bambini, e stiamo un po’ insieme a chiacchierare ognuno nella propria lingua. Poi, dopo aver lasciato dei pacchi di pasta e riso al capo clan, ci si congeda e si riparte.

Verso le 17.15 ci si ferma a far campo sempre nel wadi del Mekkerene, poco prima del bivio a nord per Assodè. I ritmi li ho già presi. Tenda, doccia, cena. Le chiacchiere al campo sono sempre un piacere e prima della nanna i pensieri affollano la mia testa.
Il Deserto è deserto di aspetto, ma in realtà non lo è, e mostra, non nasconde, delle popolazioni che hanno tutto sommato una vita vivace, genti che si tramandano tradizioni da secoli di generazione in generazione, famiglie e comunità unite, uomini, donne e bambini che ti vengono incontro sorridenti. E sono solo all’inizio di tutto questo, che è una sorpresa unica che mi riempie il cuore.

27 novembre dal wadi Mekkerene al Goundai via Oufen e Timia, 100km in jeep su terreno misto

Mi sveglio alle 5.45. Alle 6.00 inizio a smontar tenda e alle 6.30 sono a far colazione. Alle 7.00 si cammina per più di un’ora, tra gli arbusti e l’erbetta pungente, su una pista in lieve salita da cui si ammirano i monti dell’Air che ci circondano. Pian piano il terreno si fa sempre più arido e per terra è pieno di frammenti di quarzo. Il paesaggio è lunare, una meraviglia. Arrivano le jeep e poco dopo si fa sosta al pozzo di Oufen a far acqua. Qui ci scappa il lavaggio dei capelli. All’aria calda si asciugheranno in 10 minuti.

Una passeggiata con Teresa mi porta a una scuola, l’”ecole primaire d’Oufen”, costruita nel 2016 dietro il finanziamento dall’Areva, il che mi fa alquanto sorridere. Areva, ora diventata Orano, è una potente multinazionale francese che si occupa di energia, più precisamente di energia nucleare, e le sue attività sono legate principalmente all’estrazione mineraria dell’uranio, ciclo del combustibile nucleare e gestione dei rifiuti radioattivi. Areva possiede due miniere a Arlit, qui in Niger, dove impiega 1.600 persone e il Niger è uno dei più grandi esportatori di uranio al mondo, per la Francia ovviamente.

A scuola i ragazzini stanno facendo lezione in due classi miste, una coi più piccini e l’altra con quelli più grandicelli. Le due classi sono molto numerose, una quarantina di bambini ciascuna e sono tutti disciplinati. Una grande lavagna con la data di oggi e la lezione di francese pronta, i banchetti di legno allineati e non un quaderno, non una penna, ma una semplice lavagnetta con un gessetto ciascuno e uno straccetto per cancellare. Una tenerezza senza pari. Tanti occhi grandi e curiosi. 

Nell’altra classe lezione di matematica. Tutti i bambini salutano in francese e sorridono un po’ stupiti e curiosi. Teresa, donna dal cuore grande e dalla grande sensibilità, lascia un pallone all’insegnante con la promessa di farli giocare durante l’intervallo. Teresa mi ha molto colpita, dietro ai suoi splendidi occhi di un azzurro color del ghiaccio, si cela un calore umano che ti attraversa ogni volta che ti guarda. Quanto amore questa donna.

Si riparte e verso le 11.30. Le jeep si inerpicano in una serpentina che porta alla cascata di Aguelman che scende in una conca coperta di ghiaia e circondata da alberi verdissimi, che ne sono una cornice spettacolare. Qui le acque hanno modellato le pareti della montagna e la roccia, rendendole perfettamente levigate come uno scivolo creato da madre natura, dove le acque fresche scivolano giù in un catino naturale, dove un tempo si poteva fare una nuotata rigenerante.

Il massiccio montuoso dell’Air è grande circa 70000 km quadrati. Per chi arriva dal deserto rappresenta il miracolo della vita, con le sue guelte, i palmeti, le oasi piene di giardini rigogliosi. L’Air è la terra dei Tuareg, i Kel Air, che sono sia nomadi sia sedentari, è un territorio fatto di picchi granitici e vulcani imponenti ai cui piedi scorrono i kori, antichi letti di fiumi in secca, le cui rive sono punteggiate di acacie e palme, che creano dei contrasti luce e ombra favolosi, e sotto le quali trovano riparo le tende dei nomadi.
È un territorio aspro e roccioso, un’enorme isola di rocce annerite dall’inclemenza del tempo, e qui la presenza dell’acqua ha creato delle oasi e reso possibile la coltivazione di molti orti, chiamati i giardini dell’Air.

Lasciata la cascata, si valica un colle e si scende nel letto di un fiume, fino a giungere ai giardini dell’oasi di Timia, dove si farà una lunga sosta rigenerante, tra piante di melograni, pompelmi, arance, mandarini, mandaranci. Qui ho assaggiato anche papaya e mango, i miei due frutti preferiti. E mi sono persa nel giardino del nostro ospite a vedere coi coltivatori le varie piante da frutto che qui crescono rigogliose. L’accoglienza calda e gentile che mi è stata riservata, la poterò sempre nel cuore. Un Tuareg mi ha chiesto se per favore sarei tornata, se per favore avrei raccontato a casa mia di questo paradiso nel mezzo dell’arido Sahara e se avessi raccomandato presso di loro altri viaggiatori.
Qui nessuno ha chiesto denaro, ma ha invece regalato sorrisi, e solo un coltivatore si è permesso di chiedere se avessi per caso delle cesoie nuove da dargli, mostrandomi le sue cigolanti e arrugginite, in cambio di una cassa di agrumi. Non ho potuto non avere i lucciconi agli occhi.

A Timia mi hanno raccontato che l’irrigazione viene fatta a trazione animale. Asini, buoi e dromedari con un lento avanti e indietro tirano su dai pozzi l’acqua, che viene incanalata nei campi coltivati a grano, orzo, miglio e sorgo, ma anche pomodori e melograni, pompelmi e arance. Tutto pare fermo nel tempo da anni.

La popolazione Tuareg di Timia, come la famiglia che mi ha ospitato qui, si è quasi tutta sedentarizzata, i Kel Oui si dedicano in parte alla cura degli orti, i cui frutti vengono poi portati al mercato di Agadez e in parte alle carovane che trasportano il sale di natron da Bilma.

Negli orti, quando si accorgono che è arrivato qualche raro viaggiatore, accorrono anche i vicini per allestire dei mercatini temporanei. Qui c’è qualcuno che vende dei presepi in pietra, in cui al bue mancano le corna e all’asinello le orecchie, tanto son vecchi. C’è anche un Tuareg che, dal suo splendido borsello a frange colorate in cuoio, estrae un pacchettino di stoffa in cui conserva delle antiche croci Tuareg. Due croci di Agadez, una di ‘In Gall, una di Bilma, una di Timia e una di Iferouan, sono davvero belle e si vede che sono vecchiette.

La principale forma d’arte dei Tuareg si esprime nella decorazione, che va dalla sella dei cammelli con l’inconfondibile croce, al cuoio dei loro borselli, al metallo. Le decorazioni sui metalli sono chiamate Trik ed è con queste che i Tuareg esprimono la loro creatività, spesso tramandata di padre in figlio. Sono infatti famosi per la manifattura dei bracciali, degli anelli e soprattutto delle croci, che non sono solo ornamenti, ma hanno un significato particolare per ogni clan.
Il popolo Tuareg è suddiviso in 21 tribù dette Kel, ed ognuna di esse ha origine in un territorio ben definito. Alcune croci, a seconda del paese in cui si trovano, possono venire chiamate in modo diverso. La croce di Iferouane viene anche chiamata Tariselt, quella di Zinder, Tenelit. L’unica croce che contiene una gemma è quella di ‘In Gall, che racchiude una pietra vetrosa di colore rosso, quelle antiche erano di ambra. La collana a cui sono sospese è in genere formata da un cordino di origine vegetale con perline in vetro e tubuli d’argento. Ogni tribù Tuareg ha quindi una croce propria e ogni croce presenta particolari caratteristiche, nel disegno, nelle incisioni, nelle dimensioni.
Questi simboli hanno differenti valenze e significati che vanno dal sociale e politico, sono simbolo di appartenenza ma anche simbolo magico con una grande valenza protettiva, oltre che ad essere un elemento decorativo. Sia alla croce di Agadez, la croce più conosciuta nel mondo, sia alle altre croci che rappresentano altrettante Confederazioni, viene attribuito il potere di disperdere il male ai quattro angoli della terra attraverso i particolari bracci che le compongono. La croce è quindi simbolo anche dei quattro punti cardinali.
Questi monili hanno anche una valenza esoterica, essendo reminiscenza storica di un passato cristiano. La forma a croce infatti è di derivazione cristiana. Prima dell’invasione Araba in tutto il grande bacino sahariano, tra le popolazioni berbere originarie di questi territori, il Cristianesimo era diffusissimo, e solo in seguito è stato sostituito dall’Islam. I Tuareg, berberi, con le loro croci hanno in origine ostentato il loro indomito rifiuto della nuova religione imposta dall’invasore, conservando in essa elementi paleo cristiani e animisti.

Originariamente ognuna di queste croci era costituita da un corpo ovoidale sormontato da un anello, con appendici secondarie diverse per ogni tribù. Col passare degli anni si è appiattita, anche per motivi legati alla facilità di fabbricazione, arrivando alla sua forma attuale.

Le croci sono realizzate quasi esclusivamente in argento e quelle di maggior pregio non sono piatte, ma convesse e portano sulla faccia posteriore il simbolo dell’artigiano che le ha coniate. Sono portate sia dagli uomini sia dalle donne.

Io ora ho finalmente ho la mia croce di Agadez, che indosso appesa alla mia benedizione presa allo Druk Tseden, in Bhutan. Sono davvero felice.

Anche qui al giardino si è mangiato bene, d’altronde come sempre fino ad ora. Alle 14.30 salutiamo la famiglia ospite, che ci dona mandarini, arance e pompelmi rosa. Con le jeep in qualche minuto si arriva al centro dell’oasi. Il villaggio di Timia è dominato dal vecchio forte che si erge sul colle roccioso di fronte. Da qui si ha una bella vista sulla vallata, sui giardini e il territorio nudo e riarso dal sole tutt’attorno. Fa molto caldo e girare nei vicoletti sabbiosi e ghiaiosi per me è pesante. Sento il poco di materia grigia che mi resta, ribollire nella pentola a pressione del mio cranio. Certo però che, caldo a parte, qui è davvero stupendo. Qualche bambino accorre e pian piano ne richiama altri che ci seguono per tutta la visita. Il villaggio ha il forno comune dove tutti possono cuocere il pane. Due Tuareg di bianco vestiti camminano vicini e sembrano l’uno lo specchio dell’altro. Visito la farmacia, con gli scaffalini di legno e quattro medicinali in croce, la drogheria, e in tanto, mentre cammino, lo sciame di bimbetti è aumentato a dismisura. Entro in un cortile che ha una bouganville coi fiori rosa fucsia che sono uno spettacolo. Qui alcuni artigiani stanno rifinendo delle croci Tuareg nuove.

Ho letto che la croce Tuareg viene realizzata secondo un antichissimo schema. Dapprima viene forgiato un modello grossolano in cera. Da questo viene poi tratto un modello in argilla e cotto in un fuoco generalmente tenuto attivo da un piccolo mantice in cuoio. La temperatura scioglie la cera dentro la quale si fa la colata d’argento. Una volta raffreddata l’artigiano apre l’involucro d’argilla e, come la perla nell’ostrica, ne trae la croce ancora grezza. Solo dopo averla limata manualmente e decorata, la croce prende l’aspetto di prodotto finito. Nella croce è importante il triangolo. Il vertice rivolto verso il basso rappresenta la donna come madre universale, mentre il vertice verso l’alto rappresenta la montagna cosmica come la piramide in Egitto. Anticamente era il simbolo della dea Tanit che dominava le forze della natura. Il quadrato è invece il simbolo della terra, il simbolo del creato, il simbolo del mondo stabilizzato.


Quando esco dal cortile scorgo, al di là del muro davanti alla farmacia, vedo una distesa di tombe. Mi dicono essere tombe di bambini, morti a seguito di una grossa pestilenza. Questo orizzonte cupo da un lato, contrapposto alla nuvola ridente e colorata che ho attorno dall’altro lato, mi destabilizza un po’. Tutto è impermanente e anche qui, come in Himalaya e come in tutti i luoghi che sembrano avere meno di noi, vedo che in realtà per certi versi hanno molto di più.

Alle 16.00, salutati da una folla di persone, bambini, donne, uomini, giovani e meno giovani, si lascia Timia percorrendo il letto del fiume e guardando la fortezza che sorveglia tutto e tutti. E, dopo aver incrociato l’ultimo gruppo di bimbi che si bagnano nudi al fiume, si scompare tra i monti dell’Air.

Due ore dopo si fa campo poco dopo aver passato il Goundai con i suoi 1780 metri di altezza.

28 novembre da Goundai a Arakao via Zagado e Adrar Chiriet, 160 km in jeep su terreno misto

Prima delle 7.30 sono già in cammino con Ciccio Moussa, il tenente colonnello haussa e altri due, lui racconta che ha fatto addestramento negli USA coi marines. Allora stiamo a posto…

Le jeep ci raggiungono dopo più di un’ora.

Dopo aver fatto scorta di acqua a un pozzo che ci permette anche di rinfrescarci, si imbocca la valle di Zagado, l’ultimo wadi che porterà a uscire dalle montagne dell’Air che, man mano che si prosegue a nord est, appaiono sempre più allontanarsi dalle nostre jeep, che man mano si immergono nella sabbia. Ci si lasciano dietro i monti Taghmert, poi a nord ovest appare l’Adrar Chiriet e pian piano, finalmente davanti ai miei occhi, si apre il Tènèrè.

Alle 15.00 si sosta nei pressi di una piccola duna, dalla sommità della quale si percepiscono delle tombe preislamiche, simili a quelle che ho visto poco prima di Bardai nel Tibesti chadiano. Si sgonfiano i pneumatici e si punta a est. Poco dopo, dietro a una duna, vedo dei pick up e della gente. Amadou mi dice che sono dei cercatori d’oro, ed è meglio filar via in fretta. Se sono come quelli incontrati in Chad, diciamo che è meglio far finta di non averli neanche visti.
Nel 2012 è stata scoperta una ricca vena aurifera che si estende dal Sudan fino alla Mauritania, passando per Niger, Mali e Burkina Faso. Con quella scoperta è iniziato un rapido processo di cambiamento nei rapporti di forza e nella sicurezza dei paesi dell’intera regione. l’International Crisis Group, autorevole centro studi sulle dinamiche dei conflitti, dice che in Mali, Burkina Faso e Niger, “fin dal 2016 gruppi armati hanno preso il controllo dell’estrazione dell’oro nelle zone dove le istituzioni statali sono deboli o assenti”. Anche in questi paesi i gruppi armati, compresi quelli jihadisti, si sono avvantaggiati della mancata regolamentazione dell’estrazione del prezioso metallo fatta con metodi tradizionali. Il rapporto dice che almeno 2 milioni di persone sono impegnate in un settore in cui il 50-60% della produzione non è regolamentata e avviene in zone remote. Secondo valutazioni credibili, sarebbe tra le 20 e le 50 tonnellate in Mali, tra le 10 e le 30 in Burkina Faso, tra le 10 e le 15 in Niger, per un valore complessivo stimato tra 1,9 e 4,5 miliardi di dollari. Gli stati saheliani rischiano di veder crescere in numero e in forza i gruppi armati che già agiscono sul loro territorio se non saranno in grado di regolamentare in modo stringente l’estrazione dell’oro e il suo commercio. È prevedibile inoltre che aumentino i traffici criminali di armi e di droga, che le risorse ricavate dal prezioso metallo possono facilmente alimentare.

Lasciati i cercatori d’oro, mi rilasso e non mi sembra vero di nuotare con la jeep in questo mare di sabbia, che qui ha un panorama unico al mondo, con i profili delle montagne che si vedono a sud. Si sta costeggiando la chela nord di quel che resta del cratere estinto di Arakao, fino a giungere la sua punta più a est, per poi fare inversione di marcia e entrare dentro l’anfiteatro di montagne al cui interno va a infrangersi un cordone di dune. Questo cordone, sbattendo contro il cratere, ha creato la grande duna, la duna più alta del Tènèrè.

Arakao in lingua Tuareg è Tcin Taburak, che tradotto vuol dire Chela di Granchio, che è proprio la forma che ha questo anfiteatro roccioso, che abbraccia la sua duna al suo interno. La particolare conformazione riparata che ha questo posto, ha reso Arakao un luogo di elezione per l'uomo neolitico, infatti qui si trovano numerose testimonianze litiche e incisioni rupestri di epoca bovidiana. 

Si arriva qui alle 17.30 per fare campo proprio alla base della duna più alta. Il contrasto visivo creato dalle pareti annerite delle chele che abbracciano la duna, che si fa man mano sempre più rossa al tramonto, è di una bellezza indescrivibile. Dopo aver trovato in fretta un punto dove depositare il mio materiale da campo, mollo tutto e inizio a salire sulla duna. Voglio vedere l’abbraccio al tramonto, il nero che stringe il rosso, le tenebre che abbracciano il sole, la chela che culla la duna che, con la sua luce che da rossa poi sfoca nel violetto e poi rosa, mi lascerà senza fiato per l’emozione. 
Arrivata su, infatti godo di uno dei panorami più belli del viaggio. La sabbia che si perde a vista d’occhio e si fonde e confonde nei profili sfuocati delle dune alla luce fioca del tramonto. Sono al centro del grande abbraccio di Arakao e me lo godo tutto fino in fondo dall’alto, con tutta la sua bellezza. Quando la luce va a svanire, scendo scalza a piedi nudi sulla sabbia tiepida che in alcuni tratti è ancora calda e mi regala un gran bel massaggio naturale durante la discesa. Una volta giù, monto la tenda, vado a recuperare le mie solite due bottiglie di acqua lasciate sul fondo della jeep e vado a farmi la mia meritata doccia calda dietro una duna, alla luce delle stelle e alla brezza frizzante della notte che sta arrivando.

29 novembre da Arakao a quasi Kafra, via Adrar Madet e Falesia di Achegour, 250km in jeep nel Tènèrè

Stamane la camminata è più breve, una mezz’ora per arrivare alla chela sud per fare rifornimento di acqua nella piccola guelta. Sulle pareti rocciose della chela vi sono numerose iscrizioni rupestri zoomorfe raffiguranti varie specie animali e anche figure umane. Sono risalenti ad almeno 5000 anni fa. Passo una mezz’ora a inerpicarmi sulle rocce. Verso le 8.30 si riparte uscendo dalle chele di Arakao per affrontare il Tènèrè.

Il Tènèrè è una immensa tavola da biliardo di sabbia, piatta da tutte le parti, in tutte le direzioni.
Un nulla di una bellezza disarmante, e orientarvisi di primo acchito pare davvero difficile. L’orizzonte è piatto a 360°. Ma in realtà è molto più semplice di quanto si crede.
C’è il sole, e soprattutto c’è la sabbia e le sue increspature che danno la direzione da tenere. Se si traccia una riga che le attraversa a 30°, si va verso est e a est ci sono le falesie e le oasi, la via che stiamo seguendo noi. 
Oltre a essere un Deserto che pare non avere fine, il Tènèrè è un vero e proprio museo a cielo aperto. Amadou, ha una vista acutissima e riesce a scorgere, mentre guida, anche i reperti archeologici seminascosti dalla sabbia. Più volte ci si ferma ad ammirare delle macine neolitiche in granito, talune ancora perfettamente integre con tanto di pestello. Io ne resto affascinata.

Si attraversa l’Erg Brusset superando il versante nord dell’Adrar Madet e si continua nel piatto verso est, più o meno fino a mezzogiorno. La sosta pranzo di oggi sarà al sole nel nulla più totale. Mi siedo con la schiena appiccicata alla portiera della jeep per avere più ombra possibile. Al sole è duretta, nonostante l’arietta, il caldo del deserto è tosto. Davanti a me un orizzonte piatto infinito che si perde in miraggi a 360°. Mezzo pompelmo rosa di Timia è una manna dal cielo con la sua freschezza. Che spettacolo di posto è il Tènèrè. 
Alle 13.15 si riparte seguendo le increspature a 30° verso est, fino a raggiungere e a incrociare la prima pista balisè, in cui i bidoni segna via si perdono in entrambi gli orizzonti, a nord est e sud ovest. Dopo un po’ se ne incontra un’altra e attraversare in jeep le tracce lasciate da altri veicoli, è un po’ come attraversare in barca il mare con le scie lasciate da altri motoscafi. Si balla.

Si supera la Falesia d’Achegour nel suo versante sud, fino a quando alle 16.00, si giunge, finalmente e con gran emozione, a incrociare il primo, e quello più a nord, dei 72 cordoni dell’Erg di Bilma. 
La più grande autostrada di dune di tutto il Sahara. Questi cordoni di dune non sono molto alti ma scorrono, si intrecciano e si rincorrono paralleli per centinaia di chilometri dalla Falesia di Fachi, passando da quella di Bilma fino ad arrivare in Chad, sempre perfettamente in direzione nord est, sud ovest. È uno spettacolo unico. Lo si segue e si attraversa, cercando i punti di passaggio tra un cordone e il successivo in una via che pare non avere fine. 
Poi verso le 17.00 si fa campo ai piedi di uno di questi cordoni di dune, prima di incrociare Kafra. Al tramonto, mentre monto la tenda, resto a guardare le gobbe cicciotte degli stercorari, mentre sgambettano sulla sabbia o rotolano giù dalle increspature della sabbia. Osservo dal vivo ciò che ho visto nei documentari.
Chissà se anche questi, come quelli namibiani, sulla schiena dietro la testa hanno una piccola parte concava dove nella notte si deposita la condensa, formando una gocciolina che, al mattino, fanno sapientemente scivolare giù dalla testa per abbeverarsi? Strani e splendidi esserini progettati per sopravvivere al deserto.

30 novembre da Kafra alla Falesia di Kaouar via Dirkou, 135km in jeep su sabbia

Al mattino alle 7.00 ci si incammina a piedi per circa un’ora nel mezzo di due infiniti cordoni di dune del Grande Erg di Bilma. Verso le 8.00 si riparte in jeep sempre seguendo i cordoni di dune. Io non so se è la luce o cosa, ma vedo la sabbia verde. Non ho le allucinazioni, non è un miraggio, ma c’è erba nel deserto. Non posso credere ai miei occhi. Amadou me lo conferma. A volte succede. Il Ténéré, l’Erg di Bilma sono deserti vivi, inoltre ci sono delle falde nel sottosuolo e tutto questo fa succedere il miracolo.
Milioni di anni fa, qui scorrevano fiumi impetuosi e la natura era lussureggiante. Qui passava il Tafassasset, oggi un fiume fossile che anticamente scorreva per centinaia di chilometri da nord a sud, tra Algeria nell’area del Tassili e dell’Hoggar e il Niger, lambendo la lunga Falesia di Kaouar, e ora noi stiamo attraversando in jeep l’antico lac du Tènèrè, il bacino che appunto versava qui tributando fino al Chad a est. Michele mi racconta e spiega tutti questi misteri geologici, dandomi davvero un contributo culturale per me dal valore inestimabile.

Dopo più o meno 400km di Tènèrè scorgo la falesia di Kaouar, la più lunga di questo deserto che da Bilma, che è la sua propaggine più a sud, si perde verso nord per più di 150km fino a raggiungere il Djado e più in su il Tassili algerino. A pranzo ci si ferma all’ombra delle acacie appena fuori Dirkou. Siamo in un punto di passaggio del percorso che fanno le donne locali quando vanno a far legna nel bush. Un gruppo di loro si ferma e scatta la chiacchierata e lo scambio. Qualcuna di loro parla il francese.
Mi fanno delle foto coi loro smartphone e poi, presa un po’ di confidenza, gliele faccio anche io. Ci facciamo dei selfie insieme. Ridiamo, scherziamo. Qualcuna si mette in posa. Sono splendide. Poi salutano e se ve vanno verso l’oasi con le cataste di legna caricate in equilibrio sulla testa.

Alle 13.45 si va a Dirkou per fare rifornimenti e sistemare una jeep che ha problemi forse al carburatore. La cittadina ai piedi della falesia è un insieme di vicoletti con casette fatte di argilla, paglia e sterco. Mi prendo una bibita fresca in una specie di piccola bottega super market. Poi faccio un giro con Teresa che conosce bene ogni anfratto di Dirkou.
La vita qui sembra piuttosto vivace e le vie principali sono tutte un susseguirsi di botteghe. C’è la sarta, il verduraio che ha splendide cipolle rosse, l’emporio dove si trova un po’ di tutto, c’è l’artigiano che confeziona i tipici berrettini, quello che fa i bracieri, quello che vende il riso e i cereali, c’è un negozio che mi catapulta in Asia, con sacchettini di salsa di chilli e niente popò di meno che cavallette. Fritte, o secche? Non ho appurato perché non è che io ci vada matta.
Qui van molto le patate dolci, quelle che noi chiamiamo patate americane, e c’è un ragazzo a bordo strada, con un bel catino pieno d’acqua e sapone che le sta lavando con dovizia. Sono una profana di certo, ma è la prima volta in vita mia che vedo lavare le patate americane come si stesse facendo il bucato. Le case dietro le vie hanno palme da datteri e il verde qui nell’oasi non manca. C’è l’artigiano che produce delle scopette che sono identiche a quelle che fanno a Bhaktapur, quelle senza manico, che per scopare per terra ti viene la sciatalgia come minimo. 
Poi il signore coi bidoni del carburante adibiti a griglia. Sta cucinando dei polli. Un profumino. C’è il falegname, il meccanico, il rigattiere, e il “salon de coiffeur super stars” dove uno del team andrà a farsi barba e capelli. Una cosa curiosa sono gli essicatoi di paglia dove sono adagiate fettine sottili di carne salada, lasciata asciugare e seccare al sole rovente del Sahara. Il droghiere ha tutte le spezie divise in piccoli sacchettini e, con mia sorpresa, ha anche altro di decisamente interessate: les fleches. Me le mostra sui palmi delle mani. Teresa dice che son proprio belle. Ne ha tre stupende che non posso lasciarmi scappare. Poi la passeggiata prosegue in una sorta di mercato coperto, dove vi sono molti banchi di macelleria che, visto il luogo in cui mi trovo, immaginavo essere più malconci invece, nonostante la semplicità, sono curati e ben tenuti. C’è un’area di Dirkou dove ci sono i fabbri. 
Forgiano asce, rastrelli, coltelli e quant’altro, utilizzando qualsiasi metallo di riciclo, con una abilità davvero pregevole. Alcuni hanno la propria officina delimitata da recinzioni metalliche forgiate a mano che sono delle vere e proprie opere d’arte. Che posto fantastico qui.

Una vietta mi porta a una dimora circondata da mura altissime che portano sulla sommità un fitto cordone di filo spinato. Deve essere o la casa del governatore o … ma c’è un cartello “Farnesina, Ministero degli Affari Esteri e della cooperazione Internazionale” e accanto c’è un altro cartello “ MRRM Le Mècanisme de Ressource et de Rèsponse pour les Migrants, le mècanisme est composé d’activités visant a promouvoir des alternatives viables à la migration, informer les individus sur la migration sure et encourager les activités qui assurent quel es migrants peuvent contribuer activement à l’économie de leur pays d’origine”. 
Resto immobile perché poi sul muro a calce di fianco, attaccato con le puntine da disegno, c’è un poster dell’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni “OIM aide les migrants qui ont décidés de retourner dans leur pays d’origine, mais n’ont pas les moyens financiers  ou la documentation nécessaire pour faire de manière indépendante”

Se ne parla poco, ma la traversata del Mediterraneo non è l’unico tratto di viaggio pericoloso per i profughi che scappano dai paesi africani verso l’Europa. E neppure il più temibile, forse. C’è anche il deserto. Che tra le dune nasconde ormai un cimitero di sofferenze e speranze. E di tragedie. E anche qui in Niger, se ne sono consumate tante, visto che il paese è sulla rotta dei migranti.

Nei centri OIM vi si recano liberamente o vengono condotti quelli recuperati in mezzo al deserto dalle forze di sicurezza. Spesso queste persone, che provengono per la maggior parte da Mali, Guinea, Senegal e Nigeria, e che vengono trasportate su pick up di contrabbandieri e trafficanti di vite, vengono abbandonati in mezzo al nulla e, se sono fortunati e qualcuno li recupera, qui trovano cure mediche e assistenza psicologica, oltre ricevere aiuto per i rimpatri volontari, altrimenti restano dispersi tra le sabbie del Sahara. Il Sahara, il secondo cimitero dei migranti dopo il Mar Mediterraneo.

In seguito all'adozione della legge N° 2015-36 del Niger nel maggio 2015, che ha criminalizzato la migrazione irregolare, molte persone in transito clandestino nel paese vi sono rimaste bloccate, per cui vi è stata una crescente ondata di richieste di assistenza per il ritorno.

Il programma AVRR (Assisted Voluntary Return and Reintegration) dell’OIM in Niger è iniziato quindi cinque anni fa per rispondere alla necessità per i migranti di tornare nelle loro terre d'origine nell'Africa occidentale e, dall’inizio del progetto a fine agosto 2019, sono state bloccate ufficialmente 40000 persone. Queste operazioni sono organizzate nell'ambito dell'iniziativa congiunta UE-OIM per la protezione e il reinserimento dei migranti e il “meccanismo di gestione delle risorse e delle risposte ai migranti” (MRRM), sostenuto dall'Unione europea.

L'OIM continua inoltre a sensibilizzare i migranti e i membri della comunità sui rischi della migrazione irregolare e sulle sue alternative. Dal 2015 sono stati raggiunti quasi 500.000 migranti e membri della comunità. Ma le migrazioni continuano, tra gli interessi di molti, a scapito dei più, come descritto in questi articoli di National Geographic del luglio e del giugno 2019: “Surrounded by chaos, Niger is a nation on the edge” e “How a trip through the Sahara reflects Niger’s fragile state” e per i meno sognatori e idealisti, OIM, il mondo dei grossi progetti umanitari e la moneta unica, in realtà non fanno altro che mantenere uno stato di costante colonizzazione e controllo del Africa sahariana Occidentale da parte di poteri più grandi, cosa che mi fa accapponare la pelle ancora di più.

Mi giro per continuare la mia passeggiata con Teresa e mi pare di voltare le spalle al mondo. Questo mondo di speranze, illusioni e ingenuità dei molti che decidono di partire.

Passo davanti al Mutuelle de Sante, e mi fa una tenerezza infinita. Noi abbiamo così tanto, senza rendercene conto da ritenerlo scontato. Poi l’immancabile Union Communale de Jardiniers. Mi colpisce la porticina in ferro battuto del negozio di un verduraio che ha dipinte su le verdure che lui vende.

Alle 16.30, jeep sistemate e rifornimenti fatti, ci si avvia nuovamente nel deserto per fare campo ai piedi di uno dei cordoni di dune. I tramonti nel deserto sono sempre un incanto: rosa, viola o rossi, sono uno spettacolo imperdibile. Mi perdo a fotografare il pick up in contro luce del tenente colonnello Ciccio Mitraglia, che ho ribattezzato così perché non si schioda mai dalla sua postazione sul retro, sempre col mitragliatore puntato all’orizzonte in the middle of nowhere, e sempre con un sorriso dai denti bianchi come l’avorio che spiccano sulla sua pelle nera come l’ebano.

1 dicembre dalla Falesia di Kaouar al Grand Erg di Bilma via Bilma, 105km nel Tènèrè sulla via dell’Azalai

Anche questa mattina la camminata di un’ora nel deserto non me la leva nessuno. Da che parte? Di là, segui le increspature della sabbia, non puoi sbagliare. Alle 8.20 mi recupera Amadou e dopo aver incrociato nuovamente una pista Balisé, verso le 9.00 siamo quasi arrivati alle saline, quando incrociamo una delle carovane del sale. È una delle famose Azalai che i Tuareg chiamano Tarlamt, che sta partendo alla volta di Sèguèdine, l’ultima oasi a nord del Kaouar prima dell’altopiano del Djado. 
Amadou e Jibrill vanno incontro al capo carovana e proseguono a piedi con lui parlando in testa alla carovana. È una lunga colonna di dromedari e, starci in mezzo, è una emozione unica. Il deserto, il sole già alto e caldo che brilla, il frusciare mesto delle zampe dei camelidi sulla sabbia a un ritmo dolce. Non c’è altro, non si sente altro. Meraviglioso.

Normalmente la Tarlamt percorre dai 30 ai 40km al giorno a una andatura di 4 o 5 km all’ora, partendo da Bilma e seguendo i cordoni di dune del Grande Erg, passando da Fachi fino ad Agadez. 
I cammellieri Tuareg con le loro navi del deserto seguono il Madugu, il capo carovana che sta in testa al comando. Gli uomini camminano pazientemente a fianco degli animali che portano carichi di sale, custoditi in stuoie di foglie intrecciate, che arrivano a pesare fino a 80 o 100kg. Ogni dromedario porta oltre al sale, i datteri, il foraggio che servirà per sfamarlo, le attrezzature necessarie alla traversata e l’acqua.
Il loro viaggio copre 600km a andare e 600 a tornare, un viaggio di più di un mese che va avanti dall’alba al tramonto, con quasi nessuna sosta se non quella che serve a nutrire i dromedari, e in cui i Tuareg possono dormire qualche ora sdraiati. Il montaggio e lo smontaggio dei carichi è troppo laborioso per fare un campo tutte le notti e i Tuareg solitamente si riposano solo sulla groppa dei loro animali, sempre in cammino.

Il salgemma, in Africa è merce rara e preziosa.
Ma fortunatamente il deserto è ricco di depositi naturali di sale, residui della rapida evaporazione di antichi laghi, e le saline si trovano al centro del Ténéré, a Bilma, nella depressione del Kaouar, dove si estrae soprattutto il Natron, sale animale, e a Fachi dove si estrae anche il salgemma puro, e sono entrambe sfruttate da tempi immemorabili. Ogni anno, a partire da ottobre, i Tuareg dell’Air si incamminano, alla volta di Bilma trasportando miglio e tessuti di cotone, per riattraversare poi il Ténéré col prezioso carico di sale, che sarà rivenduto e barattato nei mercati del sud con dell’altro miglio e con i prodotti necessari all’economia del nomadismo.

Lasciamo la carovana di sale verso le 10.00 e ci si sposta a una decina di minuti da lì, verso le saline di Bilma che sono a non più di tre chilometri dall’oasi. Le saline viste da lontano non sono riconoscibili a occhio profano, si vedono solo delle montagnole scure. Poi avvicinandosi, si vedono finalmente le fosse a cielo aperto che fungono da bacini di decantazione per il sale. Ne visito alcune. Ognuna è in concessione a un nucleo famigliare diverso e si tramandano di generazione in generazione.

Il sale è estratto dalla popolazione Kanuri, un popolo dalla pelle molto scura che è originario del Chad. Le vasche sono coperte d’acqua che, col calore del sole, subisce una rapida evaporazione, ottenendo il formarsi di una soluzione salina. Le acque hanno un colore che va dal giallo ocra al rosso fino al marrone, a seconda del processo di salificazione in cui sono. Il sale di natron estratto è grezzo e granuloso, sembra cemento, visto il suo aspetto grigiastro, e viene polverizzato a mano tramite dei bastoni o in dei mortai. 
Successivamente viene pressato dentro a stampi di legno a forma di tronchetto cono. Una volta asciugati i coni di natron, che loro chiamano “kanutu”, arrivano a pesare circa una quindicina di chili cadauno e ogni cammello in carovana ne trasporta 5 o 6 a viaggio. I Kanuri confezionano anche pani di sale più piccoli che pesano dai 4 ai 5kg, che loro chiamano “fossi”. Li fanno pressando il natron dentro a delle scodelle.

Il sale in tronchi conici e in forme a scodella viene poi venduto ai Tuareg che lo trasporteranno e poi lo rivenderanno a tre o quattro volte tanto il prezzo pagato.

È arrivata l’ora di pranzo e ci si sposta all’ombra delle acacie fuori da Bilma. Poi alle 13.30 ci si sposta nel villaggio per i rifornimenti. C’è un giardino con una vasca con una fontana di acqua corrente. Abou Bakar e Moussa si fanno un bel bagno. Io ne approfitto per lavarmi per bene i capelli e la pashmina che si asciugano velocemente al sole. 
Alle 14.30 si riparte verso il Grande Erg di Bilma, seguendo l’Itineraire de l’Azalai, una rotta Balisé, sperando di incrociare una carovana che va verso Fachi. 
Si seguono le impronte lasciate dai dromedari sulla sabbia, scorgendo quali sono quelle fresche e quali quelle vecchie oramai più leggere, e si seguono anche gli immancabili datterini, gli escrementi lasciati dai camelidi lungo il percorso, che mi ricordano tanto quelli sulla via a piedi per l’Erta Ale in Dancalia, che io e i miei amici seguivamo come fossero le molliche di pane di Pollicino.
A un certo punto, a terra scorgiamo anche dei resti di foraggio, dove la notte precedente si deve essere fermata una Tarlamt, per far riposare e mangiare gli animali. 
Poi finalmente, qualche cordone più in là, si vedono delle teste di dromedario spuntare dietro le dune. Eccola. La Tarlamt che speravo di vedere, sta arrivando in lontananza. Saranno circa una ottantina di capi che si muovono pian piano ondeggiando e seguendo la rotta verso ovest. 
Salgo sul cordone di dune per godermi questo spettacolo che pare appartenere a un tempo indefinito perso in una dimensione parallela, la dimensione del Sahara. Non so quanto resto immobile, ammutolita a riempirmi gli occhi, il cuore e l’anima di questa pura bellezza. Amadou e lo smilzo, uno dei nostri cari soldatini, corrono verso il Madugu per dargli del riso. 
Le navi del deserto incedono con grazia e eleganza dondolando sulla sabbia color cipria e disegnando un quadro impressionista sui cordoni di dune, sino a sparire all’orizzonte nel silenzio. Che emozione.

Si prosegue in jeep tra i cordoni di dune, giocando ad attraversarli e scalarli col 4x4, per poi scivolare giù, un po’ come da ragazzini si faceva nel parco giochi sugli scivoli.
Non riesco a descrivere con le parole la bellezza di questo tratto di viaggio e l’emozione della corsa sulle dune, è un po’ come scalare un labirinto e cercare la via d’uscita, che arriva spesso inaspettata e con le pendenze più avvincenti, che vanno ovviamente affrontate con sapienza. 
Sono momenti di vero e proprio godimento.
Ci fermiamo in cima a un piccolo plateau da dove, a 360 gradi si ammira tutto l’orizzonte.
Vediamo la Falesia di Kaouar, il Grande Erg di Bilma coi suoi cordoni di dune che si perdono a vista d’occhio, il Tènèrè ai miei piedi. Cibo per la mia anima con un senso di libertà assoluta. Si prosegue con le corse nel labirinto dei cordoni di dune, GPS sempre sotto controllo, uno scavallamento dietro a un altro. 
Uno degli ultimi scavallamenti risulta essere un pasticcio per il nostro contingente armato. 
Forse si son fatti prendere la mano, sta di fatto che il pick up di Ciccio mitraglia vola letteralmente come fosse un gommone in rafting tra i flutti e le rapide del fiume Trishuli. Ciccio resta immobile aggrappato alla sua mitraglia, e a me prende un colpo per paura che gli parta un colpo. Il resto della SturmTruppen vola per aria insieme a brande, pignatte e coperchi in maniera decisamente tragicomica, che neanche fosse stata programmata da un regista, sarebbe risultata così ben rappresentata. Resto letteralmente basita. 
Mi chiedo come cavolo sia possibile uscirsene a fare una duna in questa maniera, prendendo la rincorsa, proprio come fai quando sei a piedi, che torni indietro un po’ per prendere lo slancio quando arrivi sulla punta, per saltare più in alto, giù dall’altra parte. Hanno rischiato davvero di farsi un sacco male, e poi chi glielo andava a raccontare ai vertici della Garde Nationale, che ci eravamo giocati mezza Sturmtruppen al salto su una duna. 
Ci si mette tutti a correre verso il pick up per andare a vedere se sono tutti sani, alla vista del disastro. Alcuni soldati sono a terra tra le cose volate per aria. Ciccio ha una ammaccatura evidente sul polpaccio, una gran botta. Lo smilzo invece si è fatto male. Durante il volo si è tirato il calcio del kalashnikov sullo zigomo e, oltre alla gran botta, ha anche un taglio. Viene medicato e ospitato in una delle jeep per continuare il viaggio.

Alle 17.15 si fa campo tra due cordoni di dune alla base di uno di questi. I tramonti sono sempre più spettacolari. Stasera il pick up di Ciccio mitraglia con la Sturmtruppen in contro luce sono uno spettacolo. Il rosso che scema in rosa mi lascia senza fiato. Spero lo smilzino stia bene.

2 dicembre dal Grande Erg di Bilma al Erg du Tènèrè via Fachi 200km di jeep nelle sabbie del Tènèrè

Intorno alle 7.00 si va a piedi per un’oretta in mezzo ai cordoni di dune seguendo la loro direzione Ovest. Alle 8.00 salgo sulla jeep. Percorrere questa via di sabbia è liberatorio. Le jeep compaiono e scompaiono sotto i lievi avvallamenti naturali che si sono formati nello spazio tra i due cordoni di dune, e noi si sta percorrendo questo spazio come fosse la corsia di una autostrada immaginaria. In questo Erg le corsie autostradali sono 72, quanti sono i cordoni di dune che lo compongono.

Appare la montagna dell’Agraim, oramai si è quasi a Fachi, basta aggirare a sud la piccola falesia e ci siamo.

Alle 10.30 si visitano le saline. Anche qui le saline sono in concessione alle famiglie Tebu e Kanuri che hanno le loro casette proprio accanto alle fosse in cui lavorano. Le buche sono molto profonde e grandi. E qui a Fachi si estrae del sale più pregiato, il salgemma bianco candido per uso alimentare. Scendo giù nel craterone delle saline.
I colori delle vasche sono molto tenui, dall’ocra al beige e in superficie si vedono i bianchi cristalli di sale, che vengono grattati con un raschietto e messi nei secchi dalle donne, che stanno chine sotto il sole cocente coi piedi nella salsedine a lavorare a ritmi lenti e inesorabili. Il paesaggio è aspro, duro, e l’aria calda è pesante e incombente. Ho visto di peggio, ma indubbiamente queste persone lavorano e vivono in condizioni davvero difficili.

Ci si sposta nell’oasi. Fachi è adagiata in una depressione alla base dell’Agram, dove dalla montagna confluisce l’acqua che la rende un’oasi. Qui, dopo un percorso di tre o quattro giorni, giungono le carovane da Bilma, e si riforniscono di acqua, miglio e sorgo. È l’unico avamposto abitato in tutto il percorso dell’Itinéraire de l’Azalai tra Bilma e Agadez e da secoli ha una posizione strategica su questa antica rotta commerciale del deserto. 
A testimonianza di ciò, restano quasi intatte le mura di cinta e le rovine dell’antica fortezza nel centro della cittadina. Gli antichi abitanti di Fachi vi si rifugiavano e proteggevano dalle frequenti incursioni da parte dei predoni. Un tempo doveva essere un luogo molto più vivace di adesso. Il custode della città vecchia accompagna i pochi visitatori che passano di qui, negli stretti vicoli tra le mura, nelle vecchie case in banco, oramai quasi tutte disabitate. 
Mi sembra di camminare in un presepe, dove le case vecchie hanno ancora le travi portanti dei tetti fatte coi tronchi di palma. La vecchia moschea è un patio fresco con una atmosfera di pace unica. Qui con gli occhi che scintillano di emozione, tra Michele e il custode, colgo la stretta di mano che dà un senso unico al viaggio: le diversità che uniscono e si uniscono, il contatto umano, il calore umano, l’ospitalità, lo scambio di mondi che seppur agli antipodi sono in realtà così vicini. Fachi ora è una sorta di centro del mondo.
Arrivano i bambini, accorrono ad una delle porte del villaggio. Oltre si scorgono due palme altissime e oltre ancora il deserto senza fine.

Il custode con il suo cheche color sabbia intonato al suo abito tradizionale a righe verticali, sembra una specie di San Pietro che ha le chiavi di un mondo antico che spero tanto non vada perduto. Lui apre una piccola porticina in legno antica secoli che permette l’accesso alla fortezza.
Il cortile interno è molto grande e rende bene l’idea del rifugio che doveva essere stato. Ci sono i granai e il pozzo, che permettevano una discreta autosufficienza in caso di assedio. E le torri davano sicuramente una buona vista sull’orizzonte per potersi in caso difendere dall’arrivo di intrusi.


Usciti dalla fortezza ci si ritrova nella piazzetta di Fachi, dove i nostri autisti e la Sturmtruppen stanno rifornendosi di acqua insieme ai bambini e a alcune ragazze della cittadina. È ora di pranzo e si lascia il centro dell’oasi per spostarsi all’esterno, dove le ultime acacie di Fachi danno un po’ di ombra sulla sabbia. Sono le 13.00 ed è arrivata dell’ora l’immancabile pranzo impeccabile di Abou Bakar, seguito dal Tea Tuareg di Issaka, le tre tazze di tea che non vorrei più smettere di assaggiare, il rito del deserto che porto nel cuore tutt’ora. Mi basta chiudere gli occhi per essere ancora lì con loro.

In lontananza un gruppo di donne dagli abiti colorati punteggiano l’orizzonte nel deserto insieme ai loro asinelli.

Si lascia Fachi e si prosegue verso Est nell’ Erg du Tènèrè con qualche sosta a scrutare l’orizzonte. Si scavallano ancora i cordoni di dune facendo tutti attenzione, fino a giungere a quello prescelto dove si passerà la notte, ai piedi della duna di sabbia rosa al tramonto. Sono le 17.30 e pianto la tenda, poi la solita doccia con il mio litro e mezzo d’acqua calda, in intimità, io alla brezza del deserto con le stelle che spuntano in cielo.

3 dicembre dal Erg du Tènèrè a Mazelet via Arbre du Tènèrè, 210km in jeep nella sabbia del Tènèrè

Dopo aver fatto colazione, la camminata è sempre benvenuta. Tra i quaranta minuti e l’ora, non me la faccio mancare. Alle 8.00 recuperata dalla jeep, si va verso l’albero del Tènèrè. Nel piatto nulla a 360° si incontra un Tuareg con la sua mandria di dromedari. La sua cavalcatura ha una meravigliosa sella Rahla Tuareg col tipico arcione anteriore a tre punte. Lo si lascia al suo percorso e si prosegue verso il famoso albero.

L’arbre du Tènèrè è vissuto in mezzo al deserto per qualche centinaio di anni. Era l’albero più isolato al mondo, l’unico esistente nel raggio di 400 chilometri dal luogo dove aveva piantato le sue secolari radici. Queste radici erano profonde fino a una quarantina di metri nel sottosuolo, dove raggiungevano la falda d’acqua che gli dava il nutrimento. Questo albero era una delle tante testimonianze del passato di verde rigoglioso che cresceva nel Tènèrè prima del suo processo di desertificazione, una acacia a ombrello, della specie Acacia Tortilis.

Sono stati i cambiamenti climatici a ridurre l’area del Tènèrè ad un’inospitale distesa di sabbia, con poca vegetazione e una piovosità media annua di soli 2,5 centimetri. Anche le falde acquifere sotterranee si sono ridotte drasticamente, e agli inizi del XX secolo, un piccolo gruppo di spinose acacie a fiore giallo era tutto ciò che restava degli alberi del Ténéré. Nel corso del tempo, sono morti tutti tranne uno. Lui.

L’albero, punto di riferimento per le carovane del deserto, era intoccabile, un tabù, e si racconta che ogni anno i Tuareg si riunissero intorno all’albero prima di affrontare la traversata del Ténéré. L’albero che cresceva accanto a un pozzo, era una specie di faro, il primo e l’ultimo punto di riferimento su questa rotta carovaniera tra Agadez e Bilma.

Purtroppo nel 1973 un camionista libico ubriaco lo ha investito e spezzato e da allora è conservato in un monumento a lui dedicato all’interno del museo nazionale di Niamey, mentre il libico dicono che sia stato messo in carcere. Ora nello stesso punto dove l’acacia più isolata al mondo nasceva dalla sabbia, è stato posto un palo di metallo con delle ramificazioni in cima, una sorta di spettrale scultura post moderna realizzata con tubi riciclati, barili vuoti, e vecchi pezzi di auto, in ricordo di ciò che madre natura aveva regalato e mantenuto per secoli e che l’uomo stolto ha distrutto in un attimo.

Devo dire che mi fa un po’ impressione e anche dispiacere. La bellezza della natura difronte alla quale qui, non si può se non riconoscere l’orrore dell’opera umana. Inoltre vedo con sgomento che ci sono rifiuti. Plastica, pezzi di lattine. Che tristezza infinita.

In mezzo al piatto nulla del Tènèrè però può accadere anche di scorgere delle altre sorprese. 
Un fennec accucciato guarda le jeep che avanzano. Si prova a star fermi, e lui scatta in una corsa velocissima verso il nulla. È di una bellezza indescrivibile e sono grata al karma di aver potuto scorgere il suo sguardo, anche solo per una manciata di secondi, prima che fuggisse via.

Proseguendo sempre verso est, su una rotta che porta a accostare Amseguer prima, e poi Oufaguédout, si passa da un’area dove sono presenti delle collinette di pietre scure che non sono altro che tombe preislamiche. Ce ne sono davvero tante sulla via per Mazelet. Più a nord dovrebbe esserci infatti l’area di scavo di Gobero se non vado errando, dove sono stati scoperti i resti delle popolazioni Kiffians e Tenerians.

Dopo una sosta pranzo di due ore, alle 14.30 si riprende la via per giungere al pozzo di Mezelet dove si fanno i rifornimenti di acqua, dopo aver oltrepassato un punto con delle rocce monolitiche piantate nella sabbia dal nulla. Il campo si farà poco distante da lì. Stasera Jibrill e Abou Bakar fanno il pane Tuareg. Il profumo è delizioso. La tajellah, letteralmente mi dicono significhi “cotto a terra” viene infatti cotta sotto la sabbia. Si raccolgono ramoscelli di legna con cui si fanno dei fuochi. Le braci scaldano la sabbia. Con la sabbia calda, si circonda e ricopre l’impasto. Sopra tale sabbia si pongono altre braci per cuocere lentamente il pane. Se non c’è vento in 20 minuti il pane è cotto. Dopo essere stato raschiato con un coltello e pulito dai residui di sabbia verrà usato per preparare un piatto tipico, una sorta di zuppone di verdure e pane dall’aroma molto saporito.

4 dicembre da Mezelet a Imilene via Gadoufaoua 120km di jeep nella sabbia del Tènèrè

Questa mattina la camminata è in realtà solo una passeggiata di non più di 15/20 minuti fino al pozzo di Mezelet. Po in jeep superiamo un’area di dune a barcana. Da ieri il paesaggio è un po’ diverso. Nella sabbia ci sono cespugli di rovi e a tratti, quell’erba che punge tanto se ti si incastra nei calzini. Si ha fortuna anche stamane, e ci si imbatte in una coppia di fennec che si prova a seguire per qualche decina di metri. Sono stupendi.  Poi da qui si sta entrando in un mondo perduto. Qui in Niger, nel Tènèrè, sopravvive fossile, un museo a cielo aperto, la valle di Gadoufaoua.

La regione del Ténéré, come ho già scritto, non è sempre stata desertica. Esseri umani moderni l’hanno abitata già nel Paleolitico, circa 60.000 anni fa, andando a caccia di animali selvatici. Durante il periodo neolitico, circa 10.000 anni fa, antichi cacciatori hanno lasciato incisioni rupestri e dipinti che si possono ancora trovare in tutta la regione, oltre a manufatti di vario tipo. Sulla sabbia durante la marcia in jeep si avvistano come dei sassolini. Quando ci si ferma e si vede che in realtà spesso, questi che a distanza appaiono sembrare sassi, sono invece cocci di vasellame paleolitico e neolitico, e se si cerca per bene sul suolo, si trovano con relativa facilità anche punte di frecce, pezzi di asce, raschietti e a volte anche cocci di gioielli in pietra.

Proseguendo si arriva in un punto dove giacciono a terra dei grossi tronchi di Araucaria, una conifera preistorica, che ci fa meglio comprendere come, quello che oggi è uno dei luoghi più aridi della Terra, doveva essere coperto di foreste secolari.

Durante il periodo Carbonifero questa area sud occidentale del Tènèrè era coperta dal mare, e successivamente si è trasformata in una foresta tropicale attraversata da fiumi. Nel Cretaceo i dinosauri vagavano nella regione, che un tempo era anche il terreno di caccia di enormi antenati dei coccodrilli. Gadoufaoua, nella lingua Tuareg vuol dire "Il luogo ove i cammelli temono dirigersi", ed è una delle aree più secche e calde di tutto il Sahara nigerino, dove le temperature salgono spesso oltre ai 50°C. La valle non è particolarmente frequentata dai Tuareg, sia per il fatto che è lontana dalle principali rotte carovaniere, sta infatti a est della Falesia di Tigudit a 170km da Agadez, sia perché loro ritengono che gli scheletri fossili dei dinosauri che qui si trovano, siano i “Beitrourou”, parola Tuareg che va pronunciata quasi sottovoce per non farla sentire agli spiriti Jinn, e che sta a significare "Serpenti di pietra", i mitici esseri posti a guardia della mitica città di Anderbouka, una sorta di città fantasma stregata che "naviga" sulle sabbie e che incute loro timore. Nel sito di Gadoufaoua, lungo almeno 175km e largo 2, costituito da uno strato argilloso chiamato “gres di El Rhaz”, sono stati ritrovati una grande quantità di fossili, scheletri di dinosauri e del Super Coccodrillo, un coccodrillo di dimensioni spaventose, tutti animali che nel Cretaceo e nel Giurassico abitavano questa enorme valle, che altro non era che una fitta foresta pluviale simil amazzonica costellata da paludi e lagune, dove pare siano morti e poi si siano “conservati” i dinosauri del Tènèrè.

Si prosegue in jeep e ci si ferma in una area sabbiosa ricoperta da sassetti dall’inconfondibile sfumatura bluastra. Sono resti di ossa di dinosauro. Ce ne sono a non finire. Trovo anche un frammento di pelle fossile, forse una placca dermica in quanto è levigato da un lato e bucherellato dall’altro. Questa valle è incredibile. 
Riprese le jeep, ci si ferma nel cuore della valle e, davanti ai miei occhi, appaiono i serpenti di pietra, i mitici “Beitrourou”. 12 colonne vertebrali enormi pressoché intatte di esemplari presumibilmente di iguanodonte. Ma chi mi dice che non siano invece i resti di Afrovenator Abakensis di circa 160 milioni di anni fa? O del carnivoro Suchomimus Tenerensis di 120 milioni di anni fa? O proprio dell’erbivoro Ouranosaurus Nigeriensis di 110 milioni di anni fa? Chi lo sa, io so solo che lo stupore è indescrivibile. Sto camminando su un suolo antico più di 110 milioni di anni. Un posto incredibile e unico sulla faccia della Terra.

Prima di partire ho letto che una spedizione tenutasi qui tra il 1972 e il 1973 guidata dal paleontologo italiano Giancarlo Ligabue in collaborazione con l’esploratore Cino Boccazzi e col paleontologo francese Philippe Taquet, portò alla luce vari reperti di oltre 100 milioni d’anni (Cretaceo) fa tra cui tre scheletri quasi completi di un dinosauro di oltre 7 metri, Ouranosaurus Nigeriensis, un iguanodonte, un erbivoro con una testa allungata, con il muso a becco ed una bocca in parte priva di veri denti, ma ricoperta da tessuto corneo e con molari lunghi almeno 5 cm.
Uno dei tre scheletri di questo dinosauro so che si trova all’ingresso dell’esposizione dei fossili al museo di storia naturale di Venezia, che in passato ho visitato e visto varie volte. Successivamente, sempre qui a Gadoufaoua, è stato rinvenuto anche il cranio del gigantesco Sarchosuchus Imperator, il progenitore degli attuali coccodrilli, il più grande mai rinvenuto che arrivava a 12 metri di lunghezza e il cui cranio misura 1 metro e 60 centimetri.

Ma la storia della scoperta di dinosauri a Sud di Agadez ho letto che è iniziata ben prima, nel 1907, con René Chudeau che era un geologo francese. Poi negli anni ’60 sempre i francesi hanno organizzato diverse spedizioni per il rilevamento geologico della regione, su richiesta del Commissariato dell’Energia Atomica, dato che non lontano da lì, ad Arlit, vi sono alcune tra le più importanti miniere di Uranio dell’Africa. E tutto è partito da qui. Ci sono stati poi altri esploratori, studiosi e paleontologi che a Sud del’Air, hanno identificato numerosi siti fossiliferi con resti di dinosauri.

Guardandomi attorno mi chiedo come si siano potuti conservare così intatti, tronchi e scheletri. Ho letto che le soluzioni minerali calcaree, contenute nell’acqua dei fiumi e delle lagune che hanno coperto questi resti, hanno impregnato le ossa fino a rimpiazzarne il tessuto chimicamente, facendo sì che il carbonato di calcio si sostituisse all’osso, creandolo di pietra perfettamente identico, anche a livello microscopico, tanto da poter far sapere agli studiosi, se è un osso di un esemplare giovane o anziano. E così il cimitero dei dinosauri è rimasto intatto fino ai giorni nostri, intrappolato nelle lastre di gres di El Rhaz dai tempi del Cretaceo Inferiore. E io ci sto camminando sopra un po’ in punta dei piedi.

Michele mi conferma che un tempo i serpenti di pietra erano 14 ma ora ne sono rimasti una dozzina, depredati da esploratori o da spedizioni commerciali. Questo me la dice lunga su quanto il sito meriterebbe un monitoraggio e una protezione. È un luogo dal valore inestimabile.

A pranzo ci si sposta lontano dai 12 serpenti di pietra, a qualche chilometro di distanza all’ombra di una acacia spinosa. Anche qui è pieno di fossili. C’è una vertebra che è intera nel suo corpo centrale, manca solo il processo spinoso, le alette posteriori per capirci. Dopo il consueto tea Tuareg di Issaka, cammino per più di un’ora setacciando il terreno con gli occhi. Trovo parecchi pezzi, credo di costole, e incastrato nel suolo, un tronchetto di osso, forse un pezzettino di tibia o di un tarsale, dovrei fare vedere le fotografie a un paleontologo per saperlo. Qui giace e riposa di tutto e di più. Subito accanto scopro un acetabolo vertebrale, è solo un frammento, manca praticamente tutto il corpo vertebrale, ma già così è grande e meraviglioso. Moussa, il mio baldo maresciallo haussa, ha trovato molti frammenti di denti di carnivoro, ben riconoscibili in quanto belli appuntiti. Sono stupefatta. Che emozione. Paleontologa per un giorno. Accarezzare con gli occhi tanta meraviglia è una cosa per cui non ringrazierò mai abbastanza Teresa e Michele che mi ci hanno portata.

Alle 14.30 si lascia questo sito e, poco più avanti, si attraversa quello che doveva essere un paleolago. Michele e Teresa dicono che qui si trovano fossili di pesci. Ed è così. Incastrati nel gres vi sono pesci o frammenti di essi. Io trovo una vertebra intatta. Non posso credere ai miei occhi. Il Tènèrè è il deserto vivo, il paleomuseo a cielo aperto. Mai nella vita ho posato piede in una terra così. La Valle di Gadoufaoua mi ha regalato alcune tra le emozioni più belle che i viaggi mi hanno mai donato.

Si riparte e ci si ferma più tardi presso un accampamento nomade, dove si incontra una giovane madre con due bambini, la piccola me la sarei portata via. Due occhi furbi e lucenti, lucenti come quelli di mamma che ha un sorriso di quelli che non si dimenticano. C’è un altro figlio, ma è cieco. Un pugno nello stomaco. Miglio, datteri e sorgo. Vita dura nel deserto, e non è una frase fatta. Bisogna essere forti per saperci stare con il sorriso sulle labbra da donare.

Alle 17.30 si fa campo nei pressi di Imilene, accanto a dei cespuglioni spinosi. C’è vento, il terreno è mosso. Faccio l’ultima doccia all’aperto dietro un cespuglio lontano, il cielo è ancora azzurro, il vento fresco sferza la mia pelle mentre l’acqua è calda. Il mio litro e mezzo d’ordinanza. Un lusso nel deserto preso al pozzo di Mazelet. Un lusso vero, che mi fa vergognare, perché nonostante questo me lo sono conservato ugualmente, tutti i giorni.

L’ultima cena nel deserto, una pace assoluta, una vera poesia per l’anima. Ogni sera in questi campi ci siamo ascoltati e raccontati. Aneddoti di viaggio, storie di vita in Africa e in giro per il mondo. Una bella comunione di anime diverse ma con una cosa in comune, e che a quanto pare è più che sufficiente per stare bene insieme: viaggiare con l’anima e con gli occhi del cuore.

5 dicembre da Imilene a Agadez via Falesia di Tiguidit, 120km in jeep su terreno misto e asfalto

Ultima sveglia prima dell’alba. Pulisco per bene la tenda, o per lo meno faccio il possibile per mantenerla pulita come ho fatto tutte le mattine, andando a rubare la scopa a Amadou e cercando di svuotarla dagli inevitabili granelli di sabbia. Dopo la colazione cammino un’ora nel nulla e accanto a un gruppo di grosse pietre faccio un incontro. Un piccolo gerbillo salta e sgambetta qui vicino. Il tenente colonnello lo prende in mano e me lo dà. Trema, povera bestiola, ma si fa accarezzare. Mi sento una bestia ad aver violato la sua tranquillità per una carezza. Ma me lo sono trovato in mano.
foto di Gigi
Lo mettiamo sulle pietre calde e il tenente colonnello mi dice che non teme gli umani, ha solo freddo al mattino, per questo trema. Mah…per fortuna il piccolino sparisce tra le rocce saltellando.

Alle 8.10 ci raggiungono le jeep. Siamo ancora nel bel mezzo del deserto quando incontriamo una famiglia Tuareg con i loro dromedari. Sono probabilmente allevatori. Hanno un’eleganza unica e una fierezza degna di cavalieri d’altri tempi. Il capofamiglia ha un abito blu e un candido cheche bianco. Le donne sono sorridenti, hanno un volto sereno.

I Tuareg portano un nome dato loro dagli arabi che significa "gli abbandonati da Dio" perché si sono opposti all’Islam quando glielo hanno imposto. Sono un popolo che ha origini berbere, che ha cercato di mantenere pura la sua discendenza, rimanendo fedele a tradizioni e culture vecchie di secoli.
Anche la loro lingua è di origine berbera, il Tamachek, e la scrittura Tifinagh ha origini bel più antiche, addirittura dicono derivi dai geroglifici egizi.  Le donne Tuareg hanno una posizione insolita rispetto alle donne islamiche, sono libere, hanno peso nella famiglia, possono scegliersi il marito e divorziare e partecipano alla società attivamente. La famiglia Tuareg è monogamica e mi fa un certo che, vedere che le donne non coprono il volto al contrario degli uomini, che con il loro tagelmust mostrano solo gli occhi. Originariamente questo telo lungo anche una decina di metri era di color indaco e il nome con cui i Tuareg erano conosciuti, e cioè gli “uomini blu” deriva dal fatto che il blu del tagelmust, col caldo e il sudore, finiva per colorare loro il volto di blu. Gli uomini portano la Takouba, una lunga spada decorata con la lama a doppio taglio, e i Tuareg hanno una storia in cui sono noti essere grandi guerrieri, avendo combattuto molte battaglie per il predominio nelle oasi sahariane da Gao a Timbuctù a Agadez e contro gli imperi neri dei Songhay e dei Kanem-Bornou. Dall’altro lato, negli anni, la storia ci ha insegnato che hanno anche subito molte rappresaglie da parte degli stati in cui vivono, per convincerli a sottomettersi al governo centrale. Ma gli antropologi scrivono ”come si può pensare di sottomettere questi figli del vento, la cui vita è legata indissolubilmente ai ritmi della terra, il cui spirito vaga come un granello di sabbia portato via dal vento.” Infatti i Tuareg non costituiscono né una razza, né una nazione. La loro patria è il deserto, ma il deserto senza frontiere.
La loro omogeneità sta nella cultura, nella lingua, nel costume e nella storia. E la loro “civiltà del Sahara” si è vista essere inossidabile e inattaccabile nel corso del tempo. Nell'ambiente naturale estremamente ostile dove sono nati come nomadi e dove vivono da millenni, i Tuareg hanno saputo creare un modo di vita la cui originalità è esclusiva e geniale. È uno stile di vita in equilibrio con l’ambiente in cui si è evoluto, e questa alchimia, se alterata, è destinata a estinguersi non certo a evolversi. L'idea di libertà senza limiti della società dei Kel Tamasheq (gli uomini di lingua berbero-tuareg) o dei Kel Teggelmust (gli uomini coperti dal drappo tinto di indaco) si rivela nella frase che, i padri delle montagne dell'Aïr, dicono ai figli quando diventano adolescenti donandogli la croce Tuareg, di cui vi ho parlato quando le ho descritte nel giorno in cui le ho viste a Timia: “Figlio mio, io ti do i quattro angoli della Terra perché sappiamo dove siamo nati non sappiamo dove moriremo”. Questo dono regalato al futuro pastore-guerriero, che per noi profani è solo un ciondolo d'argento da mettere al collo, per i giovani Tuareg è un talismano prezioso che li investe della dignità di Imohar, di uomini liberi e da loro la protezione divina per sempre.

In rapporto all'immensità delle terre in cui vivono, i Tuareg sono una minoranza: circa 1.000.000 di persone, di cui quasi 800.000 in Mali e in Niger.

Alle 12.30 siamo a Agadez, Agadez la bella, Agadez la porta del deserto. È il momento di salutare chi ci ha accompagnato in questa avventura nel deserto, ma non riesco a farlo con tutti. Il contingente di Moussa, è andato. Me lo sono perso e mi resta tutt’ora un profondo dispiacere per non averli visti e fermati quando sono andati via. Non so come sia potuto succedere. Fortunatamente abbiamo il cellulare di uno di loro e si riesce a scrivergli un messaggio a cui prontamente si riceve risposta. Meglio di niente, anche se per me è un meglio di niente amaro, ma è andata così. I nostri Tuareg invece si riesce a salutarli tutti. Sono fortunata ad aver avuto accanto persone così nobili e gentili. Quando sono arrivata in Niger ero titubante, la mia esperienza con le genti del Sahara non era stata facile nell’ultimo viaggio in Chad. Gente difficile, ostica, dura a lasciarsi andare. Qui invece ho trovato un altro mondo. E sì che i confini sono solo sulla carta, spazzati via dal vento nella sabbia. Qui ho trovato delle genti accoglienti, ridenti, solari. Belle.

Dopo una doccia, vado a pranzo a Le Pillier. Le brochettes non me le leva nessuno. Nel pomeriggio verso le 16.00 si gira per Agadez. C’è un hotel nuovo, in stile locale ma dismesso, fatto costruire da uno svizzero ma poi mai potuto avviare, per via del declino del turismo, in seguito all’instabilità in cui ha versato il paese per anni. La dimora è bellissima, tutta color sabbia, con le mura di cinta decorate da corna di zebù. Ci fanno entrare e salire sulla torre centrale, da cui si ha una bella vista sulla città, ma anche su uno dei campi profughi dell’area cittadina. Avevo letto un articolo di Internazionale che parlava di questi campi profughi. 
Non è un mistero che Agadez sia stata ribattezzata in passato come “la città dei migranti”, uno dei punti di inizio della “rotta per il Mediterraneo” da cui, prima della legge del 2015 contro il traffico dei migranti, sono passate 300000 persone.
Da qui i passeur traportavano anche 25 persone per pick up, nelle rotte verso la Libia. Ora, dal tetto di questa dimora, guardo queste persone nelle loro povere baracche e, una volta scesa giù in strada, vedendo i bambini che sorridono, mi prende una gran malinconia, un senso di impotenza e inadeguatezza che mi si conficca in testa come un chiodo.

Il mercato turistico di Agadez è un po’ uno specchio dell’immobilità in cui purtroppo versa ancora il turismo in Niger. Le botteghe sono poche e chiuse. Il negozio situato all’ingresso del mercato, non ha neppure la corrente elettrica per illuminare le teche impolverate che raccolgono gioielli in argento, pregio della manifattura locale. Un peccato.
Per fortuna, ora si percepisce che qualcosa pian piano si sta muovendo, per far tornare la gente a visitare questa perla nel deserto, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Mentre cammino a Agadez, i miei pensieri scorrono veloci, so che avrò voglia di raccontare il bello che vi ho trovato e gli enormi sforzi che ho colto, da parte della popolazione, per rendere il più possibile accogliente la loro terra aspra e meravigliosa.

Al mercato del bestiame faccio un tuffo nel passato che mi porta a ricordare le passeggiate fatte al mercato di Kashgar nella terra Uygura dello Xinjiang occupato da Pechino. 
Anche qui a Agadez, file di pecore, montoni, capre e splendidi dromedari con gli occhi azzurri, sono in bella mostra pronti ad essere venduti e acquistati, proprio come là, ai piedi dei monti del Tien Shan, qui ai piedi del grande Sahara. 
Alle 19.30 una splendida cena nel patio del ristorante di Vittorio mi regala una indimenticabile serata. L’ultima serata ad Agadez.

6 dicembre da Agadez a Niamey via Zinder in volo

La colazione all’hotel de la Paix è fatta con tutta calma. I bagagli anche. Per le 12.00 siamo al piccolo aeroporto di Agadez. Il saluto a Michele e Teresa sarà un arrivederci. Non può finire qui perché, vicini o lontani, un sottile filo di seta, che ha la forma dell’amore per le esplorazioni, credo che ci unirà per molto tempo ancora.

Dopo i controlli, resto seduta ad attendere il volino. Qui è come a casa mia in Nepal. Ci sono degli orari ma non sai mai in realtà quando e se parte qualcosa. A Kathmandu mi è successo di aspettare per ore per poi ritornare al Planet perché su a Lukla o c’era nebbia o c’era vento, o sa il cavolo cosa c’era. Qui non è tanto diverso. L’attesa è lunghina, ma finalmente il volo arriva. Non sarà diretto ma, come ci si aspettava, passerà da Zinder al sud, dove sosterà per una mezz’ora. Alla fine di tutto sto cinema, si riesce a essere a Niamey per le 19.00 e a prendere camera al Grand Hotel, che sta sulla riva del Fiume Niger con una vista spettacolare. Come a N’Djamena in Chad, anche qui la sicurezza non è lasciata al caso. Metaldetector, scanner, specchi per guardare sotto le auto, bidoni e barriere antisfondamento e militari a ogni struttura alberghiera. Tutto ciò mi pare un po’ in contrasto con le persone che ci sono fuori, prodighe di sorrisi e così gentili. Ma è giustificato dal recente passato e l’esperienza insegna a non abbassare la guardia. Prevenire e proteggere è meglio che curare. Questo l’ho visto bene anche in altri paesi, come il Pakistan ad esempio.

Un taxi mi porta al Pillier di Niamey, anche qui frequentato da diplomatici, cooperanti.

Una cosa che mi ha lasciata alquanto perplessa in questi ambienti, è stata incontrare diplomatici del mio paese che sono lì per monitorare la situazione, o almeno così penso, e che vengono a chiedere a un viaggiatore come sia la situazione nel paese, quando forse dovrebbero essere loro a dirlo. Difficile però farlo da una camera del Grand Hotel du Niger, non è possibile avere un quadro del paese non vivendolo, forse…meglio chiederlo a chi viaggia, no?

7 dicembre Niamey

Niamey è adagiata e cresciuta sulle sponde del grande fiume. Il fiume Niger da acqua e vita a un paese che ha una terra riarsa dal sole. Solo al Sud e nel Sahel, le piogge stagionali danno sollievo alle popolazioni Bororo e Peul, che vivono spostandosi con le loro mandrie in transumanza cercando il verde, e l’acqua e agli Haussa e Bella, che possono finalmente avere terra fertile per la coltivazione.
La capitale mi è apparsa alquanto disordinata, con nuove strade e ponti in costruzione per mano cinese. Una metropoli caotica e molto calda.

Dopo le 9.00 del mattino ci si incammina fuori dall’hotel verso la sponda del fiume per prendere una barca per la navigazione sul fiume. Oramai le Pinasse, le tipiche imbarcazioni usate per secoli sul grande fiume, sono a motore, e la navigazione sul fiume Niger che è stata un viaggio mitico per molti, ora è per lo più impraticabile se non per brevi tratte, e una di queste la farò io questa mattina. Per fortuna qui è tutto ancora abbastanza autentico. Due ore e mezza di navigazione sono rilassanti e mi permettono uno sguardo da un punto di vista diverso sulla capitale. 
Si arriva fino a un isolotto dove si trova un branco di ippopotami sonnecchianti. Vedere dei pachidermi mi riporta in mente che sono in Africa, e non nego che al termine del viaggio ripartirei o per un safari a sud o per andare a nord verso Iferouan e le montagne blu, magari fino al Djado per vedere il mitico arco di Oridà. Quando si dice che a un viaggiatore non basta mai. Tornata in hotel, dopo una bella baguette jambon - beurre e un abbozzo di saccone sistemato, alle 15.30 si va a piedi verso il Museo Nazionale. Si passa sotto il ponte Kennedy ben ripulito e giunti al Boulevard de la Republique, attraversata la strada, si entra dal cancello principale dove c’è un banchetto di souvenir paccottiglia. All’ingresso chiedono il pagamento di tot CFA per poter fare le fotografie, oltre al pagamento del biglietto. Il museo è organizzato in tanti piccoli padiglioni, tante casette ognuna dedicata a una sezione museale. 
Purtroppo, a parte la prima casetta che si incontra sulla sinistra che ospita manufatti principalmente della cultura haussa, le altre sono chiuse. All’esterno c’è gente che bivacca svogliatamente. Non c’è verso di farsi aprire gli altri padiglioni, prima dicono di aspettare ma poi è evidente che nessuno verrà ad aprire un bel niente. I guardiani o stanno mangiando o giocando a dadi e non hanno tempo. Riesco a intrufolarmi solo in un altro padiglione che ospita dei manichini con indosso abiti tradizionali dei vari gruppi etnici, ma appena arriva la guardiana mi caccia. Non capisco sinceramente come sia regolato l’ingresso ai padiglioni. Fanno pagare, ma poi nessuno è disposto ad aprirti le porte per vedere le sezioni. This is Africa. Mi accontento di vedere il malconcio monumento coperto in cui è conservato ciò che resta dell’Albero del Tènèrè. Vedere un museo lasciato così nell’incuria, proprio nel periodo in cui la stampa sostiene che la città si sia fatta bella per ospitare il famoso Summit dei paesi del Sahel, per attrarre investitori internazionali, mi dà molto fastidio. A nessuno dei pupari che governano interessa la cultura, la storia, il patrimonio archeologico e paleontologico del paese.
Basterebbe davvero poco per rendere attraente un museo, per tenerlo bene. Invece nulla. Tra l’altro qui c’è anche uno zoo, altra cosa che mi innervosisce, più ancora quando vedo l’incuria e la desolazione in cui versa, con i pochi animali magrissimi, prigionieri in piccole e anguste gabbie per lo più esposte al sole cocente. Non ce la posso fare. In città c’è gente che sicuramente soffre la fame, e qui fanno soffrire anche gli animali. Mi sposto verso il patio recintato e coperto dove si trovano tre enormi scheletri dei dinosauri trovati dal paleontologo Paul Sereno nel 1997. È interessante vedere interi, i resti che ho visto sparsi a Gadoufaoua. L’ Ouranosaurus Nigeriensis è enorme, un vero e proprio sauropode, un sinuoso animale dalle dimensioni colossali che realizzo solo ora come avrebbe dovuto essere, vedendolo ricomposto intero e in piedi. I denti e gli artigli del carnivoro Suchomimus Tenerensis mi fanno una grande impressione, e mi fa impressione ancor di più averli toccati nel mezzo del deserto, così grandi e ancora affilati. Stupefacente.
Mi sposto poco più in là, dove c’è il mercato artigianale coperto. Qui producono oggetti in cuoio, legno, metallo. Cose turistiche ma graziose, vi sono persone del posto che si comperano sandali fatti a mano, o cinture o borsellini e qualche matrona vestita con abiti coloratissimi, che si prova degli orecchini. Dietro vi è un’area dove fanno i batik, la tecnica è la stessa vista a Yogyakarta nell’isola di Giava, i disegni sono molto belli, con animali, profili di dune con le carovane del deserto, i colori vivaci ma anche tenui come le albe invernali. Poco più in là invece ci sono i telai. Lunghissimi e antichi con cui vengono tessuti i tappeti che le genti nigerine usano nelle loro dimore temporanee. Fortunatamente li ho potuti vedere bene interi e grandi in tutta la loro bellezza nel padiglione che ho visitato. Hanno colori sgargianti e disegni geometrici stupendi. Mi hanno spiegato che ovviamente hanno tutti un significato, oltre al fatto di rappresentare il gruppo etnico di appartenenza dei loro proprietari. I tessitori sono sorridenti e invitano a sedersi accanto a loro per osservare come lavorano. Il pomeriggio termina con la breve passeggiata dal Museo al Grand Hotel du Niger. L’ultima cena in questa fresca serata di dicembre la passo invece su un tavolino, alla brezza fresca in riva al fiume Niger, circondata dai gatti del posto e mangiando le immancabili brochettes grigliate.  Domattina volerò via e non nascondo di avere un po’ di malinconia.

8 dicembre Niamey Milano in volo

Poco dopo la mezzanotte si va in aeroporto, il volo per tornare è alle 3.45 e per ora di pranzo sarò già a casa.

Il deserto mi manca già, e non ne sono neanche del tutto fuori. Mi accade così anche quando, appena decollata da Kathmandu, vedo apparire sopra la coltre di polvere e smog il Ganesh Himal e a seguire il Manaslu, poi l’Annapurna IV, il Machhapuchhare, la South dell’Annapurna che con l’Hiunchuli, chiude il campo base dell’Annapurna I ai suoi piedi, con il grande abbraccio del suo Santuario. Quando scorgo il corridoio della Kali Gandaki nell’Upper Mustang che si perde fino al Tibet e poi arriva il Dhaulagiri ho sempre gli occhi velati dalle lacrime, poi sorrido perché tanto so che poi ritorno sempre. Ecco voglio tornare anche qui. Il deserto del Sahara mi ha dato sensazioni simili a quelle che provo in Himalaya e, come ho imparato a fare lì, anche qui ho lasciato indietro qualcosa, per poi poter tornare, e rivivere e far crescere queste nuove emozioni. Ho promesso a Mahaman, e anche a Michele, che sarei tornata l’anno prossimo per le feste di settembre. 
Ho ancora tanto da “vivere” sulla mia pelle in questi luoghi che sono baluardi di libertà, spazi sconfinati e che, come dico sempre, non hanno confini se non sulle carte geografiche, tracciati dall’uomo colonizzatore. Luoghi che sono in realtà liberi come il popolo che li abita, i Tuareg, sì proprio loro, il popolo della sabbia, il popolo di Mano Dayak, il loro leader più carismatico che ha dedicato la vita per mantenerne intatta l’identità e difenderli dalle razzie, dai soprusi e dalle ingiustizie che, come ogni minoranza della Terra, hanno dovuto subire per anni. Mano Dayak se ne è andato proprio in un dicembre di qualche anno fa, il 15 dicembre del ’95, lasciando in eredità il sogno Tuareg, il sogno dei popoli del deserto liberi di vivere in libertà. Ecco io voglio accarezzare di nuovo il suo sogno, qui in Niger.